La guerra in Ucraina non è ancora finita

30/11/2015 di Marvin Seniga

Parallelamente all’inasprirsi della crisi siriana, negli ultimi giorni, si è "riacceso" anche il conflitto russo-ucraino.

Russia, Ucraina, Nato, UE

Parallelamente all’inasprirsi della crisi siriana, negli ultimi giorni, si è riacceso anche il conflitto russo-ucraino. Nel corso di novembre, l’OSCE è tornato a segnalare a più riprese violazioni del cessate del fuoco da parte di entrambe le fazioni. Da quel che emerge leggendo i rapporti degli osservatori internazionali sul posto, la situazione sembra tutt’altro che tranquilla.

Novembre è stato un mese politicamente intenso per l’Ucraina. Nelle principali città del paese – ad eccezione di Mariupol dove si è votato per il primo turno solo questa domenica per motivi di sicurezza – gli ucraini sono stati chiamati ancora una volta alle urne per rinnovare i consigli comunali. Complessivamente, queste elezioni sono state un successo per il partito del presidente in carica Petro Poroshenko, che continua a godere del sostegno delle regioni occidentali e centrali del paese. Nelle regioni orientali e meridionali a maggioranza russofona – soprattutto ad Odessa – invece, è stato il blocco d’opposizione, composto prevalentemente da ex membri del partito delle regioni di Yanukovich, il partito a raccogliere più voti, confermando, ancora una volta, che l’Ucraina continua ad essere divisa e a vivere su un equilibrio precario.

Ma a far davvero salire la tensione con la Russia è stato il sabotaggio – non rivendicato da nessun gruppo – dei quattro tralicci dell’alta tensione che, dall’Ucraina portano l’energia elettrica alla Crimea. Inizialmente, i primi sospetti sono subito caduti sugli estremisti di Pravy Sektor, che, su posizioni notoriamente irredentiste, invocano la riconquista della penisola annessa dalla Russia nel marzo 2014. Tuttavia, considerate le (quasi) contemporanee decisioni del governo ucraino di fermare qualsiasi esportazione di merci verso la Crimea e del governo russo di non esportare più il gas all’Ucraina, il sabotaggio dei tralicci potrebbe anche essere stato un pretesto per riportare l’attenzione della comunità internazionale sulla crisi ucraina.

Oggi, gli occhi dell’Unione Europea sono infatti puntati soprattutto sulla Siria: sui suoi migranti, sul regime di Assad e sullo Stato Islamico. A questo va aggiunto che, dopo gli attacchi terroristici a Parigi, Putin è stato oggetto di una forse troppo repentina rivalutazione da parte delle autorità politiche europee. A Kiev questo ritorno di fiamma tra Russia e Unione Europea non deve essere stato accolto per nulla favorevolmente, soprattutto considerato il fatto che, a quasi un anno dagli accordi di Minsk di febbraio, politicamente la situazione rimane bloccata.

Per il governo ucraino, il rischio è che un prolungato disinteresse della comunità internazionale possa condurre ad un congelamento della situazione e rendere più difficile, in futuro, qualsiasi accordo che restituisca a Kiev la piena ed esclusiva sovranità sul Donbass e su Luhansk; senza dimenticare, allo stesso tempo, la Crimea, che però si colloca su un piano diverso rispetto alle due autoproclamatesi repubbliche indipendenti.

L’interesse dell’Unione Europea, in questo periodo, verso l’Ucraina si concentra – tuttavia – soprattutto su aspetti economici. Dal primo gennaio del prossimo anno un accordo di libero scambio dovrebbe entrare in vigore. Il condizionale è d’obbligo perché sebbene è indiscutibile che un tale accordo aiuterebbe la ripresa dell’economia ucraina, aprendogli le porte del mercato europeo, dall’altro alto, l’instabilità nelle regioni orientali rende complicata da realizzare nella pratica anche questa idea. Finché l’Ucraina, infatti, non riuscirà a tornare ad avere il pieno controllo all’interno dei suoi confini, le sarà difficile riuscire a imboccare definitivamente quel percorso di crescita economica e di riforme politiche, che l’accordo di libero scambio con l’Unione Europea comporta.

Due anni fa, in seguito al rifiuto del governo di allora di firmare un accordo di libero scambio con l’Unione Europea, cominciavano le prime manifestazioni in piazza Maidan contro il governo filorusso di Viktor Yanukovich. La fuga di quest’ultimo in Russia nel febbraio del 2014 ha rappresentato probabilmente l’apice del potere di attrazione esercitato dall’Unione Europea sui paesi dell’Europa orientale. Da quel momento, però, l’azione della diplomazia europea si è fatta più esitante e ha lasciato campo aperto alla decisa controffensiva di Mosca, che è tornata a conquistarsi un’influenza crescente negli affari internazionali.

L’accordo di libero scambio è un modo per riaffermare che a Bruxelles c’è ancora interesse per l’Ucraina, tuttavia, finché le regioni orientali del Donbass e di Louhansk continueranno ad essere sotto il controllo di gruppi ribelli è difficile che ogni qualsivoglia accordo commerciale possa portare a quella stabilità politica necessaria al paese. In Ucraina come in Siria c’è bisogno che l’Unione Europea si faccia portatrice di una chiara e decisa iniziativa politica, prima ancora che economica o militare, per riportare stabilità, e non continuare a subire la maggiore intraprendenza – per certi versi anche molto avventata – di altri attori politici, la Russia in primis.

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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