La guerra di Corea, 65 anni fa

25/06/2015 di Marco Cillario

Il 25 giugno 1950 le truppe nordcoreane di Kim il-Sung attraversavano il trentottesimo parallelo: era l’inizio del più grande conflitto internazionale dopo la seconda guerra mondiale. Un conflitto per cui non è ancora stata firmata la pace.

Di Corea si parla spesso per i metodi brutali del dittatore della Repubblica Popolare del Nord, Kim Jong-un. L’ultima, sconcertante notizia, proveniente da fonti dei servizi segreti sudcoreani, risale al mese scorso: è quella dell’uccisione del Ministro della Difesa Hyong Yong-chol, “colpevole” di essersi addormentato durante una cerimonia alla presenza del capo del regime. Ed è ancora vivo nella mente di tutti il ricordo degli inquietanti annunci della primavera del 2013, quando il leader nordcoreano proclamò lo stato di guerra con la Corea del Sud e minacciò un attacco nucleare contro gli Stati Uniti (parole a cui, come è noto, non seguirono fatti). Questa complessa e ancora tesa situazione ha le proprie radici nel giorno di cui oggi ricorre il sessantacinquesimo anniversario: l’attacco a sorpresa delle truppe di Kim il-Sung contro la Corea del Sud, il 25 giugno 1950.

KoreaIl trentottesimo parallelo – All’inizio dell’estate del ’50 la Corea si presenta di fatto nella stessa situazione in cui è uscita dalla seconda guerra mondiale: le truppe sovietiche hanno invaso il Nord della penisola prima occupata dal Giappone; il Sud si è ritrovato improvvisamente a formare uno Stato indipendente, parzialmente occupato da truppe americane, all’indomani dell’armistizio nipponico seguito alle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. La linea di confine corre lungo il trentottesimo parallelo. Il progetto alleato di fare della Corea uno Stato indipendente e unito è naufragato per l’inizio della guerra fredda, di cui proprio la Corea diventerà teatro e simbolo. Con il passare dei mesi è diventato chiaro che nelle due parti della penisola è necessario organizzare qualcosa di più che semplici governi provvisori prima del ritiro delle truppe di occupazione. Così, nell’estate del ‘49 gli Stati Uniti hanno promosso a Seoul la nascita di un governo guidato dal nazionalista Syngman Rhee, mentre a Nord è nata la Repubblica Popolare di Corea, con capitale Pyongyang, alla cui guida i sovietici hanno posto il generale Kim il-Sung. A parte le opposte sfere di influenza, le differenze tra i due governi sono poche: entrambi hanno l’obiettivo di riunificare la penisola sotto la propria guida, entrambi sono ossessionati dalla presenza di spie nemiche, entrambi attuano violente repressioni contro i sostenitori – veri o presunti – dello schieramento opposto. Diverso è però l’atteggiamento delle potenze “protettrici” in seguito a uno degli avvenimenti più sconvolgenti dell’immediato dopoguerra: la vittoria di Mao Tse-tung sui nazionalisti di Chang Kai-shek e la nascita della Repubblica Popolare Cinese, saldamente inserita nel blocco orientale. Gli Stati Uniti procedono a un progressivo ritiro delle truppe dalla Corea per impegnarle nella difesa di Taiwan, dove i nazionalisti cinesi si sono rifugiati. Stalin si impegna invece in prima persona ad armare l’esercito di Pyongyang e a organizzare il piano di invasione della Corea del Sud, per portare nella propria sfera di influenza tutto l’Estremo Oriente.

L’attacco e i successi della Corea del Nord – Ciò che più colpisce della guerra di Corea è la rapidità con cui si susseguono gli eventi. Il 25 giugno le truppe nordcoreane attraversano il trentottesimo parallelo cogliendo di sorpresa il male equipaggiato esercito sudcoreano e le poche truppe statunitensi. Il 28 cade Seoul. In poche settimane, le truppe del Sud sono costrette a riparare nella cosiddetta “sacca di Pusan”, una piccola regione nella parte sudorientale del Paese; il fronte si stabilisce lungo il fiume Naktong. Sembra certo che tutta la Corea stia per cadere nelle mani del blocco orientale.

Guerra di KoreaL’intervento dell’ONU e il capovolgimento di fronte – A riequilibrare la situazione interviene, di nuovo, l’onda lunga della Rivoluzione Cinese. Per volontà degli USA, la Repubblica Popolare non ha (né avrà, fino al 1971) alcun seggio presso le Nazioni Unite: al suo posto siede un rappresentante di Taiwan, riconosciuto come governo cinese legittimo da molti Paesi occidentali. Per protesta, Stalin ha deciso di disertare l’assemblea: quando perciò, a pochi giorni dall’attacco nordcoreano, si discute della guerra, il presidente americano Truman riesce facilmente ad ottenere l’appoggio dell’ONU all’azione militare in Corea. E’ la svolta. A settembre, mentre un contingente internazionale, formato soprattutto da canadesi, britannici e turchi, interviene a Pusan, gli americani decidono di attaccare il nemico alle spalle, sbarcando a Incheon, a pochi chilometri da Seoul. E’ a questo punto che emerge l’abilità strategica del comandante Douglas Mac Arthur, che guida l’avanzata delle truppe statunitensi. In pochi giorni l’esercito giunge alle porte di Seoul, che viene accerchiata, mentre le truppe ONU avanzano da Pusan. In autunno, la capitale cade e il governo sudcoreano può reinsediarsi. Ora tutto volge a favore degli USA e dei loro alleati. La guerra sembra finita. Ma Mac Arthur non intende fermarsi. Punta a nord, al trentottesimo parallelo e oltre. Vuole concludere il conflitto riunificando la Corea. E in poche settimane si trova a un passo dalla realizzazione del piano: dopo aver conquistato Pyongyang, le truppe si trovano davanti al confine cinese.

L’attacco della Cina – Le alte sfere militari statunitensi hanno decisamente sottovalutato il pericolo rappresentato da un eventuale intervento di Mao nella guerra. Non che Pechino non abbia già minacciato da tempo di inserirsi nel conflitto se gli Usa si fossero spinti troppo oltre il trentottesimo parallelo. Ma in pochi credono che la Cina sia davvero pronta a intervenire: è un Paese poverissimo, ancora disorganizzato, appena uscito dalla guerra civile. E poi Truman sembra sempre meno in grado di tenere a freno Mac Arthur, a cui non dispiacerebbe avanzare addirittura verso Pechino. Nessuno ha previsto gli effetti dell’avanzata cinese in Corea, che, cominciata in una notte di fine ottobre, costringe l’esercito americano a una delle più catastrofiche ritirate della sua storia militare. Nonostante qualche piccolo capovolgimento di fronte, nel Natale del 1950 tutta la Corea del Nord è in mano cinese. Il primo gennaio 1951 cade anche Seoul.

Korea MappaDi nuovo sul trentottesimo parallelo – A questo punto emergono però i limiti strategici dell’esercito di Pechino. L’avanzata si è mossa troppo rapidamente lungo una direttrice troppo lunga: non si riesce a rifornire le truppe lungo tutta la linea del fronte. L’esercito a guida USA riesce a riorganizzarsi e a contrattaccare. A marzo viene ripresa Seoul, stavolta definitivamente. Ad aprile esplode un conflitto da tempo latente all’interno dell’establishment statunitense: Truman sconfessa e rimuove Mac Arthur, che continua a opporsi a qualsiasi trattativa di pace con la Cina. Se l’evento segnerà un clamoroso scontro istituzionale negli USA, con un popolarissimo Mac Arthur che si appella al Congresso e alla nazione contro un ormai screditato e debole Truman, l’ascesa del nuovo generale Matthew Ridgway modificherà radicalmente e definitivamente la natura del conflitto. Ricomincia l’avanzata, ma stavolta non viene compiuta con rapide ondate bensì consolidando le posizioni acquisite attraverso linee rinforzate di difesa. A giugno 1951 il fronte è tornato dove tutto è cominciato: sull’ormai famigerato trentottesimo parallelo. E qui, salvo qualche momentanea penetrazione da una parte e dall’altra, resterà fino al cessate il fuoco.

Verso l’armistizio – Dall’inizio della guerra è passato appena un anno, ma tantissimi sono stati i capovolgimenti di fronte, le avanzate da un versante e dall’altro, le conquiste e le riconquiste. Essendo ormai chiaro a entrambe le parti che il nemico non si può sconfiggere definitivamente, si avviano le trattative di pace. Dureranno più di due anni, complicate da una guerra fredda che proprio ora raggiunge il suo apice con una completa interruzione dei rapporti diplomatici tra i due blocchi, mentre al fronte si continua a combattere e a morire. A modificare le sorti della partita dovrà intervenire il cambiamento dei giocatori in campo. Nell’autunno del ’52, Eisenhower diventa il nuovo presidente degli Stati Uniti. Nel marzo del ’53 muore Stalin, il grande pianificatore, armatore e sostenitore della guerra di Corea. Un mese dopo, i cinesi si dichiarano pronti alla pace. Il 27 luglio 1953 viene siglato l’armistizio. I due Stati rimangono divisi, con la stessa configurazione di tre anni prima. I caduti USA sono più di 90 mila, 50 mila quelli alleati, più di un milione i cinesi. Ma il numero più impressionante è quello delle vittime coreane: con due milioni e mezzo di morti su una popolazione che, prima della guerra, era di 24 milioni di abitanti, quella di Corea è la guerra civile più sanguinosa della storia asiatica ed europea.

Le due Coree oggi – Ma la guerra di Corea non è in realtà mai formalmente finita. La fine delle ostilità è stata sancita da un semplice armistizio: una vera e propria pace non è ad oggi stata siglata. Questa situazione si è riflessa evidentemente sui rapporti tra i due Stati. Il Nord, guidato, dopo la scomparsa del “presidente eterno” Kim il-Sung, dal “caro leader” Kim Jong-il e oggi da suo figlio Kim Jong-un, ha aderito saldamente al blocco orientale, sopravvivendo alla sua scomparsa e alle trasformazioni della Cina, che pure resta il suo unico alleato: oggi il Paese è chiuso in un quasi totale isolamento, poche sono le notizie che filtrano all’estero sulle condizioni della popolazione e sul comportamento di un presidente che è stato più volte accusato di violazione dei diritti umani. Il Sud è invece diventato una repubblica presidenziale con tutte le caratteristiche di un Paese “occidentale”. Il confine tra i due Paesi è il più fortificato al mondo. Ci sono ancora 25 mila soldati USA di stanza a Seoul; Pyongyang ha annunciato di possedere l’atomica. Malgrado l’avvio di trattative per stabilire una pace formale nel 2007, i rapporti sono tornati critici negli ultimi anni, dopo l’affondamento di una nave sudcoreana nel marzo 2010 da parte di un missile nordcoreano e i già ricordati proclami di Kim Jong-un nel 2013. Quello che corre per 240 chilometri lungo il trentottesimo parallelo resta insomma, 65 anni dopo l’inizio delle ostilità, l’ultimo muro della guerra fredda. Difficile immaginare come possa cadere.

 

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Marco Cillario

Nato a Roma nel 1989. Laureato in Filosofia presso l'Università "La Sapienza". Ha studiato e lavorato in Germania. Le sue più grandi passioni sono la politica, la storia e la lingua tedesca. Sogna di passare la vita viaggiando ed esplorando il mondo.
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