La guerra delle tessere e degli inganni, questo il nuovo PD?

06/11/2013 di Giacomo Bandini

Negli ultimi giorni le denunce sui cosiddetti “pacchetti di tessere” provinciali del Pd acquistati all’ultimo momento sono in aumento, così come la paura di una delegittimazione del futuro leader del partito. Se non ci si accorda sulla regole del gioco la democrazia rischia di degenerare e lo stesso vale per quanto riguarda la vita interna di un partito.

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Gianni Cuperlo

L’immobile Pd – Ormai, grazie soprattutto a Matteo Renzi, tutti sanno che l’8 dicembre si terranno le tanto discusse primarie del Partito Democratico. Altrettanto diffusa è la convinzione che vincerà il sindaco d’Italia. Quello che rileva maggiormente però è l’articolato formicaio dietro l’organizzazione di queste primarie. Dalla fervente attività alle spalle dei candidati nazionali è possibile infatti comprendere le vere dinamiche di un partito. Ossia ci si può avvicinare alla sua vera natura. E in questo il Pd dimostra di non essere pronto a cambiare affatto, finendo per richiamare  fortemente alla memoria tempi ormai finiti, ma mai passati di moda.

Poche nuove regole, molti vecchi conflitti – Il 27 ottobre viene approvato il regolamento per le primarie dal consiglio nazionale. Il risultato è una leggera modifica del precedente stabilito nel 2008. Il senso della modifica è anteporre l’elezione dei rappresentanti locali, in particolare di provincia e dei circoli dislocati nei comuni, a quelli nazionali. Lo scopo ufficiale è agevolare la mobilitazione elettorale in occasione delle Europee 2014, creando già quadri di partito scelti dalla base elettorale e favorire la competizione interna a livello locale. L’obiettivo celato è misurare l’influenza delle correnti locali nei confronti dei candidati nazionali e “regolare i conti” a livello territoriale fra le vecchie glorie e i nuovi rottamatori.

Tesseramento selvaggio – Il peso di un candidato a livello locale si misura in tessere. Ossia più il comitato che lo sostiene direttamente e quindi produce tesserati, più si può ipotizzare l’influenza di un candidato nella zona di riferimento. Il vecchio regolamento prevedeva la chiusura del tesseramento un mese prima delle votazioni. Argomento di infinite discussioni e litigi in quanto sembrava sfavorire pesantemente la nuova compagine renziana. Ora questa regola è stata modificata ed è concesso acquisire le carte d’iscrizione fino a poco prima dei giorni decisivi. Nelle ultime settimane però, anche per effetto delle nuove regole, si è assistito a numerose anomalie nell’elargizione delle tessere. Pacchetti interi comprati all’ultimo minuto, presenza di nuovi tesserati sconosciuti  ai vari circoli sparsi nei territori o addirittura fittizi, contestazioni su presunti “sconti speciali” nel costo d’iscrizione per aumentare le tessere vendute e votazioni locali anticipate senza alcun motivo. Contando che il tesseramento e la partecipazione della base Pd, per stessa ammissione dei vertici, è colato a picco nell’ultimo anno, l’esistenza di tali anomalie e brogli nutre molti sospetti e fa sorgere alcune riflessioni.

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Matteo Renzi

Un solo leader, molti Pd diversi – In primis è necessario sottolineare come nell’ipotesi in cui Renzi vincesse le primarie potrebbe trovarsi delegittimato all’interno del partito proprio a causa dei brogli appena descritti, che sparigliano l’effettiva scelta degli iscritti. I candidati a livello locale infatti non corrispondono rigidamente alle correnti delle quattro candidature nazionali. Esiste un microsistema di influenze sparso in tutto il territorio con profonde differenze e frequenti conflitti limitati a microaree. Se dunque è possibile che Renzi stravinca alle primarie, è altrettanto possibile che il risultato non si ripeta a livello locale-provinciale. Come si comporterebbe allora nei confronti dei suoi “compagni diversi” interni al partito? E come si rifletterà tutto questo nelle candidature nazionali per Camera e Senato? Pare difficile governare un partito in cui la legittimazione non è piena. In secondo luogo bisogna sottolineare l’immagine esterna negativa promanata da questa situazione d’instabilità e illegalità. In un Paese tripartito e indeciso, di questi tempi, mostrarsi disuniti ed esternalizzare le proprie difficoltà è tutto fuorché un’abile mossa elettorale. Grillo lo ha capito subito e di giorno in giorno mostra al pubblico una leadership forte, mettendo a tacere dissidenti e denunce varie.

Si scrive Pd, si legge Dc – Per terzo è stato lasciato l’aspetto più inquietante. Il Pd assomiglia molto alla Democrazia Cristiana. E questo in un’ottica di rinnovamento non sembra l’andamento migliore per giungere ad un partito moderno che mira alla socialdemocrazia di matrice scandinava. Per non parlare delle correnti e correntine, dei brogli e delle tessere che puzzano inevitabilmente di dorotei, morotei, degasperiani e gronchiani. Sinceramente di una nuova Dc non se ne sentiva il bisogno. Ma si sa, le vecchie abitudini sono dure a morire.

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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