Grillonomics, l’economia 5 stelle e la decrescita felice: il Pil non conta

22/03/2013 di Alberto Monteverdi

La chiamano Grillonomics, è il pensiero economico del Movimento Cinque Stelle. Si racconta sia stato ispirato da Serge Latouche e Joseph Stiglitz.

Serge Latouche
Serge Latouche

Il professore – Serge Latouche, professore di Scienze economiche all’Università di Parigi, si oppone al concetto di economia intesa in modo formale e parla di decrescita felice. L’economia, secondo il professore francese, non deve stare al primo posto nella vita dell’uomo, è necessario far uscire il “martello economico dalla testa”. Al contrario di quanto affermato dalla teoria economica standard, infatti, tra crescita economica e benessere, non c’è sempre una correlazione positiva: all’aumento del Pil può corrispondere un peggioramento della qualità della vita. Si pensi all’inquinamento dovuto allo sviluppo industriale. Per Latouche, inoltre, non si può parlare nemmeno della possibilità di uno sviluppo sotenibile, cioè di una crescita economica che tenga conto della scarsità delle risorse, e abbia così rispetto delle generazioni future. Latouche ritiene il concetto di sviluppo sostenibile una contraddizione in termini perché lo sviluppo economico per funzionare ha bisogno di un continuo aumento dell’offerta e del consumo di beni e servizi, e quindi, della quantità di risorse utilizzate. Quello che serve è una strategia di decrescita, incentrata su sobrietà dei consumi, riciclo, riuso, senso del limite, per riprodurre un nuovo equilibrio tra l’uomo e la natura e relazioni più eque tra gli esseri umani. Insomma, piuttosto di una crescita sfrenata, irrispettosa degli equilibri sociali e ambientali, meglio una decrescita armoniosa. Avversario del consumismo, propone un modello economico basato sul localismo e autoconsumo. In una tale prospettiva il Pil è considerato un indicatore superato, perché solo quantitativo e non qualitativo. Meglio utilizzare altri parametri, come, ad esempio, l’indice della felicità utilizzato in Buthan, o l’indice di benessere equo e sostenibile (Bes) elaborato in Italia dall’Instat.

Il nobel – Pezzo da novanta è di certo Joseph Stiglitz, Nobel per l’economia nel 2001 per la sua attività di ricerca inerente l’asimmetria informativa nei mercati. Ricerche studiate in qualunque corso di economia del mondo. Uno che ha potuto permettersi di andarsene dalla Banca Mondiale sbattendo la porta, e di criticare apertamente le politiche “standard” del Fondo Monetario Internazionale. Ha appoggiato il movimento di Occupy Wall Street perché “la Borsa collettivizza le perdite e privatizza i guadagni”. Anche Stiglitz è critico verso il Pil come indicatore del benessere di una società, tanto da essere chiamato da Sarkozy, insieme con altri grandi economisti, come Fitoussi e Sen, a far parte di un’apposita commissione volta a elaborare parametri alternativi. In realtà, né Stiglitz né Latouche hanno partecipato all’elaborazione del programma grillino. Per stessa ammissione di Mauro Gallegati, professore di macroeconomia all’Università di Ancona, e mente economica della Grillonomics. O almeno di parte di essa.

Grillonomics – Come sostiene Gallegati “il movimento è un arcipelago di posizioni non riassumibili in una battuta”. Di certo, la Grillonomics si differenzia dai tradizionali programmi economici di destra e sinistra. In generale, le forze liberali (centrodestra) propongono riduzioni della spesa pubblica e abbattimento pressione fiscale: riassumibili nel motto “meno spesa, meno tasse”. Mentre i partiti socialdemocratici (centrosinistra) sono favorevoli ad aumenti della spesa pubblica da finanziare con un aumento delle tasse. Da una parte più settore privato, dall’altra più Stato. La proposta economica di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle, invece, consiste in più spesa pubblica e meno tasse. Il sogno proibito di qualunque Ministro dell’economia del pianeta. Ma è una visione che spesso si scontra con la realtà dei fatti. La fattibilità di una proposta economica dipende dal contesto, ovvero dalla situazione di partenza. Pochi dati bastano per farsi un’idea di quale sia il contesto cui sono chiamati ad agire i decisori pubblici italiani. Il Pil italiano è di circa 1600 miliardi di euro (tra i primi 10 al mondo), ma è previsto in calo anche quest’anno, il debito pubblico supera i 2 mila miliardi (125% del Pil), la spesa pubblica è intorno agli 800 miliardi di euro, la pressione fiscale al 45% del Pil, il carico complessivo sulle imprese (corporate tax rate) è al 68% (sul profitto puro aziendale), il cuneo fiscale (ovvero differenza tra stipendio lordo e netto) è al 48%. Evidente che il margine di manovra per una politica fiscale espansiva è ridotto. Deficit spending non ne sono possibili, così come non è più possibile aumentare la pressione fiscale. Se si desidera effettuare aumenti di spesa (o riduzioni delle tasse) a sostegno della crescita si devono necessariamente riequilibrare con tagli ad altre voci di bilancio. Proviamo ora a vedere quali sono i principali punti della Grillonomics e quale è la loro fattibilità, tenuto conto del panorama italiano.

  • Il reddito di cittadinanza. E’ il pezzo forte del programma, e di certo dal punto di vista teorico la proposta più interessante. Si tratterebbe di garantire a tutti gli inattivi in età lavorativa (circa 18 milioni di persone in Italia) 800 euro al mese, per il solo fatto di essere cittadini italiani. Il costo per lo Stato di un’operazione di questo genere consisterebbe in circa 170 miliardi di euro. Quasi un quarto della spesa pubblica. A chi prova a far notare ai grillini che si tratta di una cifra enorme, non sostenibile dal bilancio pubblico italiano, i cinquestelle rispondono che la copertura verrebbe dalle risorse della Cassa integrazione (che sarebbe sostituita dal reddito di cittadinanza) e dai tagli dei costi della politica. Peccato che la cassa integrazione valga “solo” 15 miliardi e i costi della politica siano stimabili in qualche miliardo di euro. Siamo lontanissimi dai 170 necessari. Altri credono che il reddito di cittadinanza debba sostituire le pensioni (che sarebbero, quindi, ridotte tutte a 800 euro) e gli stipendi pubblici (gli oltre 3 milioni di lavoratori pubblici dovrebbero accontentarsi di 800 euro al mese ciascuno, indipendentemente dall’incarico?). Dubbi sulla copertura, quindi, ne restano moltissimi, proprio perché si tratta di una cifra di dimensioni mastodontiche. Dal punto di vista teorico il dibattito è aperto. Il rischio dell’introduzione di un reddito universale, da destinare a coloro che non lavorano, è che si renda più conveniente per molti italiani starsene sul divano a guardare la tv, piuttosto che andarsene a lavorare. Magari arrotondando l’abbondante sussidio statale con qualche “attività in nero”. Altri osservatori, invece, ritengono che l’effetto sarebbe positivo, in quanto stimolerebbe i consumi, e di conseguenza l’attività produttiva, con un aumento delle entrate per lo Stato. Alcuni Stati al mondo lo hanno già adottato, in forme differenti, dalla Nuova Zelanda al Canada. Con effetti positivi sulla coesione sociale. Guardare a quelle esperienze potrebbe essere utile, ma non nella dimensione e nell’estensione della formula di Grillo, la quale è finanziariamente insostenibile e addirittura controproducente per via del rischio di ridurre l’occupazione. Più generoso è il sussidio, più cresce l’incentivo a non lavorare. Lo stesso Prof. Gallegati ha frenato: “è un obiettivo di lungo periodo”, nel breve si pensa ad un sussidio non universale, ristretto ad alcune categorie.
  • Le 20 ore lavorative. La proposta è di fissare un tetto di 20 ore lavorate a settimana per ciascun dipendente. Diciamo 4 ore al giorno, dal lunedì al venerdì. La metà della giornata lavorativa odierna. Ma se si dimezzasse, insieme all’orario di lavoro, anche lo stipendio percepito, molte famiglie soffrirebbero la fame. Dunque, qualcuno deve coprire tale differenza: lo Stato o le aziende. Poniamo che la riduzione dell’orario di lavoro si limiti ai soli addetti delle aziende medio-grandi, i quali sono retribuiti in media almeno 37 ore a settimana. Il costo medio di un’ora lavorata in Italia (al netto dei contributi) è di circa 18 euro. Ci sarebbero da coprire 884 ore per dipendente, moltiplicate per 10 milioni di addetti delle aziende medio-grandi italiane. Totale circa 160 miliardi di euro. Non vale nemmeno la pena di tentare di capire come si potrebbe recuperare una cifra del genere, pari a più del 10% del Pil italiano. Si tratterebbe sostanzialmente di un raddoppio degli stipendi: uno schiaffo al concetto di produttività.
  • Taglio delle tasse. Fin qui abbiamo parlato di aumento della spesa pubblica. La Grillonomics, però, prevede anche il taglio delle tasse. Via l’Imu sulla prima casa, valore 4 miliardi di euro, e abolizione della tanto odiata Irap, la quale vale altri 30 miliardi.
  • Il debito pubblico. Il denaro necessario per il taglio delle tasse e il sostegno alla crescita per Grillo deve arrivare dalla ristrutturazione del debito. Si propone un allungamento delle scadenze dei titoli di Stato di 7-8 anni e il taglio unilaterale dei tassi d’interesse. Ora, gli interessi sul debito pubblico ammontano a circa 90 miliardi di euro l’anno. Poniamo che l’obiettivo sia un loro dimezzamento, si recupererebbero quasi 50 miliardi l’anno. Una bella cifra, ma tutta da concordare con i creditori. Un’operazione del genere, chiamata “haircut”, in realtà un default tecnico, andrebbe concordata con banche e singoli investitori. Tenendo presente che il 60% del debito pubblico è detenuto da operatori italiani. Gli italiani (banche e singoli investitori) sarebbero, dunque, i primi a perderci. Grillo, in realtà, non parla di accordi, ma di taglio unilaterale dei tassi d’interessi. Misura questa che escluderebbe l’Italia dai mercati internazionali, sui quali non potrebbe più emettere nuovi titoli di Stato. In questo caso lo scenario sarebbe simile a quello dell’Argentina dei primi anni Duemila. Ma per Grillo l’accesso ai mercati internazionali non è un problema, perché il debito deve “tornare nelle mani degli italiani”. Tuttavia, per convincere gli italiani a destinare i propri risparmi all’acquisto dei titoli di Stato sarebbe necessario garantire loro un interesse soddisfacente. Per Grillo, invece, gli interessi vanno tagliati. A questo punto l’unica soluzione possibile sarebbe imporre agli italiani l’acquisto di titoli di Stato, facendo, inoltre, accettare loro interessi al di sotto del livello di mercato. Un acquisto forzoso, una sorta di patrimoniale mascherata.
  • Le pensioni. Altri risparmi Grillo li prevede dal taglio delle pensioni, fissando a 4 mila euro l’assegno massimo percepibile da ciascun pensionato. Risparmio previsto: 7 miliardi di euro. Idea ben più drastica consisterebbe nell’estendere il reddito di cittadinanza ai pensionati, che naturalmente in compenso vedrebbero scomparire la propria pensione. Insomma 800 euro al mese per tutti, indipendentemente dai contributi versati. Per entrambe le proposte il problema a riguardo rimane il parere della Corte Costituzionale.
  • No alla Tav. Il motivo è l’enorme impatto ambientale dell’alta velocità. Viene da chiedersi se sia maggiore l’impatto sull’ambiente della costruzione della Torino-Lione o dell’inquinamento prodotto dalle migliaia di camion che ogni giorno trasportano le merci lungo quella tratta, e che con la Tav sarebbero sostituiti dai treni. Dilemma che lasciamo agli esperti della materia. La cancellazione del progetto della Tav potrebbe costare diverse centinaia di milioni di euro tra multe da Bruxelles, rimborsi e penali, più un paio di miliardi di euro di mancati finanziamenti europei per la costruzione.
  • No all’Expo. La Camera di Commercio di Milano stima che l’Expo 2015, nel periodo 2012-2020, sarà in grado di produrre circa 25 miliardi di Pil aggiuntivo e quasi 200 mila nuovi occupati. Ma per Grillo “alla fine vedrete che non si farà”.

Ma non solo – Quelli analizzati qui, sono soltanto alcuni dei punti della Grillonomics. Il programma grillino si presenta come una babele di proposte. Numerosi, per esempio, sono le voci “incentivazioni”. Nel complesso la sostenibilità finanziaria di tale programma per le casse dello Stato appare improbabile (il reddito di cittadinanza e l’orario di lavoro fissato a 20 ore settimanali, valgono più del 10% del Pil ciascuno). Tuttavia, l’attenzione posta su alcuni concetti, come quello di sviluppo sostenibile, è certamente condivisibile. In particolare in un paese disastrato dal punto di vista idrogeologico come l’Italia. Lo stesso tema del reddito di cittadinanza, pur non attuabile nella forma grillina, ci richiama alla necessità di riformare gli strumenti di tutela del reddito (ammortizzatori sociali) attualmente in vigore. Il taglio delle tasse (Irap e Imu) è determinante per rilanciare la crescita del paese. Così come il taglio dei costi della politica appare ormai un fondamentale segno di rispetto cui i nostri governanti devono impegnarsi in un momento di difficoltà per milioni di italiani. Discorso che vale anche per le pensioni più generose, la fissazione di un tetto consisterebbe in una sorta di “patto generazionale”: un sacrificio delle generazioni benestanti più anziane allo scopo di liberare risorse da destinare ai più giovani.

La sostenibilità – In realtà, la Grillonomics non ha avuto grande importanza nel successo di M5S. Grillo non ha raccolto il 25% dei consensi per via della sua agenda economica. Probabilmente soltanto una strettissima minoranza degli elettori grillini ha letto il programma del Movimento.  Non è stato tanto Grillo ad essersi guadagnato il consenso, ma i partiti tradizionali ad averglielo donato con l’arroganza, la superficialità e spesso la delinquenza mostrata negli ultimi anni. Ora, però, conclusa la campagna elettorale, si rende necessaria un’agenda economica vera, sostenibile finanziariamente, capace di dare competitività al sistema paese. Il Paese ne ha urgenza, così come di qualche forza politica in grado di renderla effettiva. Quella del M5S, come risulta, richiederebbe dei costi eccessivi per tutti. Il Movimento, quindi, dovrebbe pensare a come rivederla nella sua organicità, urgentemente. La situazione cui stiamo assistendo negli ultimi anni, infatti, ci insegna che l’alternativa alla crescita economica, qualunque indicatore si usi (il Pil o altri), non è la decrescita felice, ma il declino. Declino economico e sociale. Ed è questo un destino che non possiamo rassegnarci ad accettare.

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Alberto Monteverdi

Nasce nel bresciano a fine anni ’80, fin da giovane sviluppa una passione per le tematiche politico-economiche. A 18 anni è finalista al “Management Game” di Confindustria Lombardia. Dopo il diploma in Ragioneria si laurea con Lode in “Aziende, Mercati e Istituzioni” presso l’Università degli Studi di Parma. Quindi la Laurea Magistrale con Lode e Speciale Menzione presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università LUISS Guido Carli di Roma con una Tesi relativa alla crisi europea dei debiti sovrani e all’assetto di governance economica dell’Eurozona, poi pubblicata. Nominato Cultore della Materia presso la medesima Università, oggi frequenta corsi Post Laurea nel campo del diritto e dell’economia europea.
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