La grande bellezza di Paolo Sorrentino

27/05/2013 di Iris De Stefano

La Grande Bellezza, Sorrentino

É tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio, il sentimento, l’emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile.” “La grande bellezza”, il nuovo film di Paolo Sorrentino, presentato a Cannes il 20 maggio e uscito nelle sale italiane il giorno dopo è un film necessario con due grandi protagonisti: Roma e l’atonia morale italiana.

La Grande BellezzaLa trama – I primi 15 minuti del film (  in tutto dura 2 ore e 20 -per molti troppo- ) ci immergono in un ambiente sporco, ricco, spiritualmente povero, fatto di musica, sogni infranti, alcool e droga, in una centralissima terrazza di Via Veneto frequentata da adulti che giocano a fare gli adolescenti. In questo ambiente, la cui suggestione è molto forte grazie all’abilissimo uso della musica, emerge Jep Gambardella, ex scrittore reinventatosi giornalista e protagonista del film, interpretato da un credibilissimo e magistrale Toni Servillo, tra i favoriti per il premio al miglior attore. Il sessantacinquenne Jep, trasferitosi a Roma ad appena 26 anni si presenta dicendo di sé “Non volevo essere semplicemente un mondano, volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alla feste, io volevo avere il potere di farle fallire.” Tale diventa, organizzando cene nel suo splendido appartamento vista Colosseo a cui partecipano i personaggi più disparati dell’ alta società capitolina, messi tutti sotto l’implacabile riflettore del regista, che li scopre, ridimensiona e in parte volgarizza, in contrasto costante con la magnificenza e nobiltà della Città eterna. Il protagonista si troverà a pesare e analizzare così la propria vita da mondano, cercando la compagnia di persone più semplici, come  il suo amico Romano, un autore teatrale interpretato da Carlo Verdone o la spogliarellista Ramona, ovvero Sabrina Ferilli.

La regia – Quelli del ritorno alle origini, della caducità del tempo e della critica alla morale quotidiana sono temi comuni ma non per questo bistrattabili e Paolo Sorrentino li reinterpreta magistralmente. Sulla qualità del regista poco c’è da discutere; la macchina da presa dietro Il Divo, This Must Be The Place o Le conseguenze dell’amore ha già ripetutamente dato prova della propria bravura ma con questo film, insieme a Luca Bigazzi, direttore della fotografia ( già vincitore del David di Donatello nel 1999 per Pane e tulipani ) si sono superati. Ogni singola scena, anche grazie all’uso sapiente delle luci, potrebbe essere scorporata dal film e ammirata da sé. Chi si è occupato della musica inoltre, mettendo accanto Henryk Górecki, compositore polacco e Bob Sinclair, è riuscito ad amplificare ed esemplificare al meglio il contrasto tra la città e la moralità dei protagonisti.

Le reazioni – Presentato a Cannes e accolto con un lungo applauso il film ha raccolto le critiche più disprate. Il metro di paragone usato è stato “La dolce vita” di Fellini per i temi, lo sfondo e l’abitudine della critica – probabilmente dannosa per il cinema contemporaneo – a mettere a confronto ogni nuova uscita italiana con i grandi capisaldi della filmografia, incuranti del fatto che quella di Fellini, Antonioni, Scola, Rossellini e Visconti era un’altra epoca e forse, un’altra Italia. Come Lee Marshall ha scritto in una recensione per Screen Daily: “Il paragone naturale da fare è quello con un’altra operetta impressionistica del regista napoletano: Il divo. Quel film però era immerso in una realtà storica, mentre La grande bellezza è più una raccolta di vignette senza tempo. Paradossalmente, questo è un film che potrebbe piacere di più all’estero che non in Italia. Sul terreno di casa, la visione di Roma di Sorrentino e della sua vita pseudo letteraria potrebbe sembrare un po’ obsoleta.” Più entusiasta invece la recensione del Guardian: “Sorrentino è tornato a Cannes con un bellissimo film, girato nello stile classico della Dolce vita di Fellini e della Notte di Antonioni. La grande bellezza è un ritorno al suo naturale linguaggio cinematografico, dopo la difficile esperienza in inglese con Sean Penn in This must be the place. Il film è superbo, ma c’è anche un eccesso di ricchezza che va un po’ a discapito delle emozioni. Toni Servillo meriterebbe il premio per il miglior attore, grazie alla stupenda interpretazione di Jep” I nostri critici sono invece quasi tutti concordi nel considerare quello di Sorrentino uno dei migliori film italiani degli ultimi trent’anni. Forse troppo lungo, forse –come ha scritto qualcuno- un po’ autoreferenziale, forse ancora, dai temi già visti ma di certo un film che tiene seduta una sala piena, senza che nessuno si alzi, dopo due ore e venti fino al passaggio dell’ultimo titolo di coda, è un film da vedere.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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