La Geopolitica della Geoingegneria

02/07/2015 di Eugenio Frisetti Carpani

Se si può condizionare il destino dei sistemi naturali, bisognerebbe anche utilizzare le tecnologie a nostra disposizione per cercare di preservare l’ambiente dai rischi del cambiamento climatico?

Clima emissioni

Secondo i dati raccolti dall’IPCC (Intergovernamental Pannel on Climate Change) il livello di concentrazione di CO2 nell’atmosfera sfiora i 400ppm (parti per milione). Questo vuol dire che se analizziamo un milione di molecole presenti nell’aria, ben 400 di esse sono CO2. Questo livello, il più alto sin dalla comparsa dell’uomo, sta causando innumerevoli problemi ambientali: innalzamento delle temperature, ondate di calore, scioglimento dei ghiacciai, scomparsa di ecosistemi e così via.

Per ridurre al minimo il rischio di eventi climatici avversi dovuto all’ interferenza umana sul ciclo del carbonio, negli ultimi anni, numerosi scienziati, tra cui il premio Nobel Paul Crutzen, hanno richiamato all’urgenza di iniziare una ricerca preliminare nel campo della geoingegneria. È un dato di fatto, noi umani abbiamo modellato il pianeta a nostro piacimento così tante volte che contarle è davvero un’impresa impossibile. Sarebbe incoerente, perciò, affermare che non si dovrebbe intervenire affatto sul clima.

Nonostante l’urgenza, però, la diplomazia sul Clima sta cambiando. Dalla fine della conferenza di Copenaghen nel 2009, il cambiamento climatico è stato sempre più considerato un problema riguardante gli aspetti geopolitici delle relazioni internazionali favorendo l’emergere di scontri e rancori tra le diverse parti in gioco.

Se consideriamo che, di fatto, ci troviamo nella Antropocene, le domande su quale tipo di pianeta possa essere lasciato in eredità, echeggiano in tutti i settori in cui il cambiamento climatico attira l’attenzione del pubblico: dall’Industria alla Ricerca e Sviluppo; dalla Cooperazione Internazionale alla Fisica e Scienza Ambientale. In altre parole, il cambiamento climatico sta diventando una questione di sicurezza globale: chi prenderà le redini del nostro pianeta? Questo tipo di scenario lascia spazio solamente ad un’opzione: intervenire geoingegnericamente sul clima. Ma potrebbe funzionare o no?

In sostanza, ci sono due diversi rami di geoingegneria: i meccanismi di rimozione di anidride carbonica e i meccanismi di gestione della radiazione solare. A noi non interessa come essi funzionino tecnicamente, ci interessa sapere che a prescindere da quale sistema usiamo, gli effetti positivi e quelli negativi non saranno mai distribuiti in modo uniforme nel mondo. Ciò solleva diverse questioni fondamentali di Governance globale, perchè essendo una “scienza giovane”, le conseguenze sono solo ipotizzabili:

1. I sistemi di modifica dell’albedo potrebbero ridurre la disponibilità di beni primari come l’acqua e, di conseguenza, potrebbero aumentare le potenzialità di conflitti internazionali tra i paesi;

2. Gli aerosol di zolfo potrebbero provocare diverse conseguenze negative, come ad esempio la siccità.

3. La concimazione duratura dei oceani con particelle di ferro potrebbe ridurre la produttività della pesca,;

E se tutto questo dovesse succedere, di chi sarà la colpa? In realtà, sarebbe estremamente difficile e controverso determinare specificatamente quali sono le cause di queste possibili conseguenze poiché, si può dire, molteplici fattori andrebbero presi in considerazione. Andando avanti col tempo, districare questi effetti diventerà sempre più una questione complessa ed un’analisi corretta richiederà di prendere in considerazione diverse scale temporali.

E’ importante, invece, ricordare che gli esperimenti di geoingegneria sono stati portati avanti ad oggi soltanto unilateralmente. Questo significa non solo non siamo stati capaci di usare queste nuove tecnologie in maniera pratica e controllata, ma anche che non abbiamo formalizzato alcun tipo di accordo, per esempio, su quali temperature il pianeta dovrebbe assestarsi o sui luoghi in cui gli esperimenti devono essere effettuati e/o proibiti. Inoltre, chi pagherà per i costi della geoingegneria? E ‘giusto permettere ai paesi che pagano (quelli sviluppati) di decidere quali pratiche applicare o devono essere le Nazioni Unite a decidere all’unanimità? Tutte queste domande sono le chiavi per comprendere le nuove questioni geopolitiche dell’Antropocene, e come tali, hanno bisogno di essere inserite nell’agenda sulla sicurezza globale.

Per esempio, L’iniezione di Zolfo a livello Stratosferico e la fertilizzazione degli oceani possono essere adottati su scala globale perché non necessitano di spese tropo onerose e possono essere anche sostenuti nel lungo periodo se è dimostrato che avranno effetti significativi. Ma tali effetti non posso assolutamente essere predetti. Di conseguenza molti stati, tra cui quelli europei e Nord-Americani, non hanno intenzione di finanziare questi progetti in difesa del clima in quanto intrinsecamente molto rischiosi e non per forza convenienti.  Questo, però, non significa che la geoingegneria debba essere ripudiata ma piuttosto che un’analisi più approfondita di queste questioni di rilevanza internazionale sia da condursi il più presto possibile.

La questione circa l’opportunità di partecipazione ed i costi di tali operazioni può preoccupare seriamente quando si tratta della diffusa accettazione di tecniche di geoingegneria individuali. Schemi più replicabili, come la cattura di carbonio atmosferico utilizzando un gran numero di alberi artificiali identici, può essere adottato anche da molte nazioni, mentre altri schemi di geoingegneria, come l’iniezione di solfuri nella stratosfera, richiede risorse di cui non tutti gli stati dispongono. In questo senso, il potenziale di conflitto non è né improbabile, né nuovo come argomento. Al giorno d’oggi ci sono già innumerevoli dispute internazionali riguardanti le zone economiche esclusive e la deviazione delle grandi risorse idriche per l’irrigazione che, con gli effetti di pratiche geoingegnieristiche tenderebbero ad aumentare ancora.

Quello che è certo è che realtà come Kuwait o Arabia Saudita, le quali hanno un’economia che si basa principalmente sull’esportazione di combustibili fossili, non saranno mai disposte ad attuare piani internazionali a tutela ambientale che includano una riduzione nelle emissioni di CO2. Realtà come Brasile ed Indonesia, i due più grandi stati deforestatori, mai ricominceranno a piantare gli alberi che sono già stati tagliati. Il Giappone e la Cina non smetteranno di avviare politiche industriali e gli Stati Uniti e l’Europa non risponderanno mai dei costi ambientali di tutto il pianeta. Ci vogliono accordi internazionali che tardano ad arrivare, ci vuole un obbligo morale da dover imporre a tutti gli attori in scena e, soprattutto, ci vuole attenzione da dover rivolgere alle generazioni future che, purtroppo per loro, dovranno rispondere agli errori del passato se vorranno salvare il Pianeta.

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Eugenio Frisetti Carpani

Nasce a Roma nell’Ottobre del 1993. Si arruola nella marina militare italiana all’età di 16 anni frequentando il liceo classico alla Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia. Si iscrive, poi, al corso di laurea triennale in Politics, Philosophy and Economics alla LUISS Gudo Carli. Da sempre interessato agli organismi sovranazionali, alle istituzioni comunitarie e, in particolare, ai rapporti di sicurezza fra NATO e Unione Europea.
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