La Gangster Squad non è intoccabile

13/03/2013 di Jacopo Mercuro

Apri una rivista cinematografica, vai all’indice, noti che la recensione di “Gangster Squad” è a pagina 40, sfogli e ti ritrovi davanti a titoli come: “Gangster Squad”: “The Untachables” del terzo millennio. Rimani con gli occhi sbigottiti e con la frenesia di andarlo a vedere la sera stessa. Arrivi davanti al cinema, compri il biglietto, rimani per 113 minuti seduto, ma quando esci dal cinema ti chiedi dove siano finiti gli intoccabili. Rimango un po’ frastornato, difficilmente critico idee in un certo senso innovative, tutt’altro, gradisco questa moderna rivisitazione del noir, ma non siamo davanti ad una pellicola di peso come la maggior parte della critica lo ha presentato.

Gangster Squad
Una scena del film

Ci troviamo nella Los Angeles del 1949, durante la ricostruzione del dopoguerra c’è chi ne approfitta per creare il suo impero fondato sulla criminalità, prostituzione, spaccio e gioco d’azzardo. Così inizia la vera storia del boss Mickey Cohen. Il gangster sta prendendo pieno potere mettendo a libro paga giudici, politici e poliziotti, è il momento della sua ribalta. Nel momento in cui sembra regnare incontrastato c’è chi invece è stanco di vedere la città degli angeli affossare, così viene chiesto al sergente Jhon O’Mara (Josh Brolin) di fondare una task force per combattere il boss. La Gangster Squad prende vita, vengono reclutati folli poliziotti capaci di credere ancora in una città pulita, rifiutando qualsiasi tipo di corruzione. I sei avranno il compito di agire sotto copertura, non saranno tutori della legge, bensì una vera e propria gang parallela con il compito di interferire nei loschi traffici di Cohen fino ad incastrarlo ed avere la sua resa. A rendere tutto più piccante è l’immancabile pupa del boss, Grace (Emma Stone) che da classico copione gangster si innamorerà del bello e spocchioso sergente Jerry Wooters (Ryan Gosling) uno dei due membri principali della Ganster Squad.

La regia è stata affidata al giovane Ruben Fleischer, non un lungo curriculum per lui, ma la sua inesperienza si è notata più in questo film che nei precedenti esordi come “Benvenuti a Zombieland” e “30 minutes or less”, commedie comiche semi sconosciute nel nostro paese, ma molto originali e divertenti. Credo Fleischer si sia dimostrato più abile nei precedenti lavori di stampo leggero, una dote comunque mostrata nel suo ultimo lavoro in cui, appunto, non manca l’ironia pungente. A rendere tutto più difficile è una sceneggiatura scontata infarcita di dialoghi superficiali. Merita comunque una lode per essersi distaccato dai vecchi noir cercando di dare un’impronta personale. Così spiccano le scene girate a rallenty, a quanto pare molto in voga dalle parti di Hollywood e le riprese interamente in analogico capaci, a tratti, di dare un sapore vintage alla pellicola.

Ombrellini nei cocktails, jazz di sottofondo e giovanotti che puliscono scarpe fuori dai club, riescono a farci assaporare un’epoca oramai lontana. Ci si ritrova nel grigiore di anni difficili per la storia americana. Gli addetti ai lavori, però, non sono stati in grado di farci assaporare a fondo quel patos tipico delle sparatorie tra buoni e cattivi. Piuttosto marcata è la sensazione di vivere un noir-vintage in cui si respira un’aria polverosa e l’odore di sigarette spente.

Purtroppo sono piuttosto poveri gli spunti sui quali riflettere. Siamo davanti a sei poliziotti incapaci di mantenere la propria strada, tanto da perdere il controllo di ciò che stanno facendo e  spingere – almeno questo sembrava essere l’obbiettivo – lo spettatore a chiedersi, per un momento, se la squadra speciale rappresenti ancora il bene o meno. Non manca il sapore western, valori di uomini d’altri tempi che mettono l’onore e il dovere sullo stesso piano della propria vita.

“Gangster Squad” è un film nella media, una buona idea rovinata da una superficialità a volte palese e da un’eccessiva americanizzazione. Nulla di eccezionale, ma come spesso succede per i figli d’arte, se si porta un cognome troppo pesante come “The Untachables”, ci si rischia di bruciare.

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Jacopo Mercuro

Nasce a Roma il 30/03/1988. Si diploma al liceo classico per poi intraprendere gli studi di giurisprudenza. Fin da bambino ha una vera e propria passione per il grande schermo. Cresce nutrendosi di pane, film e musica rock. Predilige le pellicole d’oltreoceano tanto che sulla sua scrivania non manca mai una foto del monte Hollywood.
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