La fusione BP-BPM e il rafforzamento del sistema bancario

22/03/2016 di Alessandro Mauri

La fusione tra il Banco Popolare e la Banca Popolare di Milano, se andasse in porto, darebbe maggiore solidità al sistema bancario italiano. Ma ce ne vorrebbero altre

Il progetto di fusione tra il Banco Popolare e la Banca Popolare di Milano, pur se tra mille incertezze, potrebbe presto diventare realtà. Si tratta di un importante passo avanti nel processo di rafforzamento del sistema bancario italiano.

Le banche coinvolte – Di fusione tra BP e BPM si è parlato anche all’ultima assemblea dei soci del Banco Popolare che ha approvato il primo bilancio in utile degli ultimi 4 anni. Ma il vero convitato di pietra dell’assemblea è stato il tanto discusso progetto di fusione con la Popolare di Milano, che però sembra essere appoggiato dalla maggior parte dei 7 mila soci presenti. Anche Pier Francesco Saviotti, Ceo del Banco Popolare, ha espresso la volontà di portare a termine la fusione, di cui si parla ormai da diverso tempo, ma che tarda a vedere la luce. Dall’altro lato anche in Banca Popolare di Milano sembra esserci un sostanziale accordo sulla prospettiva di una fusione, che rafforzerebbe le due banche, creando uno dei principali gruppi bancari italiani, con una forte presenza nelle aree più produttive del Paese.

Esito incerto – Nonostante la volontà di entrambe le parti di portare avanti la fusione, l’esito del progetto è tutt’altro che scontato, dal momento che deve scontrarsi con diversi scogli, primo tra tutti quello delle continue richieste da parte della BCE. In particolare uno dei punti di attenzione riguarda le sofferenze (Non performing loans), che non dovranno superare il 21% del totale del portafoglio al 2018, mentre oggi tale livello, con la fusione, sarebbe al 23%. Questo richiederebbe quindi operazioni di cessione di sofferenze, che però comporterebbero perdite in conto economico e, quindi, una diminuzione dei requisiti patrimoniali. Per far fronte a questa situazione sarebbe pertanto necessario un aumento di capitale, che è stato in un primo momento escluso dai Ceo di BP e BPM, Pier Francesco Saviotti e Giuseppe Castagna, che preferirebbero portare avanti altre tipologie di operazioni per complessivi 1,5 miliardi di euro, da reperire entro aprile, ma che potrebbe essere comunque implementato. La cessione di alcuni asset non essenziali al business potrebbe essere la via da seguire.

Il favore del Governo – Il progetto di fusione ha già avuto l’endorsement del governo che, dopo la riforma delle banche popolari e quella in arrivo delle BCC, punta al rafforzamento e alla modernizzazione del sistema bancario italiano, da troppo tempo ancorato ad un modello organizzativo ormai incompatibile con le dinamiche attuali. Il Governo, con l’appoggio di Banca d’Italia, continua a mantenere un canale di comunicazione con la BCE, e a fare pressioni sulle due banche affinché mettano da parte, ancora per qualche tempo, eventuali altri progetti e ipotesi di continuare senza fusioni. E’ evidente che la questione di Banca Etruria, e delle altre tre banche recentemente fallite, pesi sulle spalle del governo, che vuole a tutti i costi evitare altre situazioni complicate in cui dover intervenire, anche per il futuro, e non esiste strada migliore della fusione per rafforzare due istituti, per quanto la loro situazione non sia minimamente paragonabile a quelle delle banche andate in default.

Il sistema bancario – Per quanto riguarda l’effetto della fusione tra BP e BPM a livello sistemico, è evidente come la creazione di un grande gruppo bancario possa essere vista in chiave assolutamente positiva. Il rafforzamento in termini di dotazione patrimoniale, economie di scala e competitività sarebbe indubbiamente un fattore di crescita e di stabilità del sistema, anche se sarà necessario un certo periodo iniziale di assestamento (e si dovrebbe aprire il capitolo esuberi). I benefici sugli utili dovrebbero farsi sentire già a partire dal 2017, con una riduzione dei costi dell’ordine del 10%.

Il 22 marzo sono in programma i consigli di amministrazione (secondo indiscrezioni quello di BP potrebbe slittare al 23) che potrebbero dare la svolta definitiva alla fusione, come si aspettano gli stessi mercati finanziari, che stanno ampiamente comprando i titoli dei due istituti. Si tratta, come detto, di una operazione molto importante, come sottolinea l’impegno diretto del governo; la riduzione del numero delle banche, con il conseguente aumento di efficienza e redditività, è il primo passo verso un sistema più solido, e quindi maggiormente in grado di finanziare l’economia reale.

Purtroppo quella tra BPM e BP potrebbe essere l’unica fusione di rilievo, vista la mancanza di altri gruppi che abbiano la capacità (o la necessità) di fondersi o di effettuare altre operazioni di aggregazione. In caso invece di fumata nera, si sarà persa una grande occasione, anche se entrambe le banche sono perfettamente in grado di andare avanti da sole. E anche la BCE dovrebbe rivedere la sua politica: non si possono perdere i benefici sul lungo periodo rappresentati dalla fusione per rispettare parametri assolutamente soggettivi e rivedibili.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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