La frontiera del trapianto d’utero

22/11/2015 di Pasquale Cacciatore

Dai primi trapianti di rene e cuore, nel tempo si è passati a trapiantare cornee, pelle, midollo, ed oggi si inizia a pensare anche a qualcosa di innovativo: l'utero.

Trapianto

Il mondo della trapiantologia si caratterizza per notevoli progressi in lassi di tempo davvero brevi, che permettono di guarire da numerose patologie o recuperare funzionalità perdute con un’efficacia terapeutica eccezionale. Dai primi trapianti di rene e cuore, nel tempo si è passati a trapiantare cornee, pelle, midollo, ed oggi si inizia a pensare anche a qualcosa di innovativo: l’utero.

La sperimentazione è partita a Cleveland, dove è stato prelevato l’utero di un donatore deceduto che nei prossimi mesi dovrebbe essere impiantato in una donna infertile, così da permetterle di rimanere incinta. L’idea è quella di aprire le porte a trapianti di utero “temporanei”, ovvero validi per la durata di una/due gravidanze prima di essere rimossi e non costringere ad una terapia immunosoppressiva duratura.

Chiaro è che il trapianto di utero pone dinanzi ad interrogativi e problematiche che vanno ben oltre i limiti dell’attuale chirurgia trapiantologica o medicina riproduttiva, e che coinvolgono la sfera etica. D’altra parte, un traguardo del genere permetterebbe a tante donne di diventare potenziali candidate per poter portare avanti una propria gravidanza, senza dover magari ricorrere a quello che infelicemente (e spesso in modo erroneo) siamo abituati a sentir definire come “utero in affitto”.

Un trapianto d’utero, tuttavia, non sarebbe scevro di rischi. A parte quelli legati alla chirurgia in sè e alla terapia immunosoprressiva (non essenziale per la sopravvivenza, a differenza – magari – di trapianti di cuore o rene), la gravidanza successiva sarebbe poi necessariamente ad alto rischio, considerando le dosi di farmaci spesso teratogeni o comunque pericolosi per il feto.

Al momento nella clinica di Cleveland dove è partita la sperimentazione otto donne hanno iniziato il processo di selezione per poter accedere al trapianto. Tra di esse, alcune donne affette da patologie genetiche, come la sindrome di Mayer-Rokitansky, nate senza utero e quindi impossibilitate ad avere una gravidanza. La clinica ha programmato di effettuare la procedura dieci volte, come sperimentazione, per poi valutare la possibilità di proseguire e magari estendere l’operazione a più centri negli States.

La Svezia è al momento l’unico Paese al mondo in cui sono stati già effettuati trapianti di utero con registrati successi di gravidanza (quattro gravidanze su nove trapianti), mentre altri tentativi in Turchia ed Arabia Saudita sono falliti. La Gran Bretagna si sta preparando per affrontare questo tipo di chirurgia, mentre nel nostro Paese la discussione è ancora molto acerba. Come scritto, il problema è anche etico oltre che tecnico; se ci si orienta però sull’idea che i trapianti (nati per salvare vite) abbiano esteso la propria efficacia fino al miglioramento della qualità della stessa (come avviene, ad esempio, per mani e volto), ecco che si capisce perché un trapianto di utero potrebbe essere una nuova frontiera per tante donne.

Nel corso dei prossimi mesi la clinica di Cleveland dovrebbe iniziare ad effettuare le prime operazioni; il tempo vedrà se anche negli Stati Uniti questo tipo di operazione riuscirà ad avere il successo sperato. E non è impossibile che nel giro di qualche anno la gravidanza surrogata potrebbe diventare un’ultima spiaggia per tante donne.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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