La flessibilità, applicata alle pensioni

05/03/2015 di Federico Nascimben

La possibilità di un intervento che consenta di andare in pensione in anticipo, ma rinunciando ad una parte del proprio assegno, potrebbe segnare una svolta nel caso italiano

Nelle ultime settimane si è tornati a parlare insistentemente di pensioni, in particolare dell’introduzione di una maggiore flessibilità all’interno del sistema. Secondo il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, infatti, il tema è “all’ordine del giorno e il punto di riflessione coinciderà con la prossima legge di stabilità”, e l’ipotesi avanzata dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, che prevede la possibilità di andare in pensione prima ricevendo però una pensione più bassa “è una delle opzioni”.

Il problema, come noto, deriva dall’approvazione della riforma Fornero del 2011 che ha innalzato l’età per andare in pensione, legandola all’aumento della speranza di vita, e ha contemporaneamente penalizzato le uscite anticipate dal mondo del lavoro. Nel mezzo di un perdurante stato di crisi economica, poi, si è registrata la vicenda dei c.d. esodati, la cui categoria è stata via via allargata ad una platea sempre più ampia ed indistinta di soggetti, su cui si sono registrate sei sanatorie, costate 12 miliardi per 173.000 persone (ma solo 64.000 sono state liquidate).

Il presidente dell'Inps, Tito Boeri.
Il presidente dell’Inps, Tito Boeri.

Come sostiene Walter Passerini sulla Stampa, “il ministro del Lavoro afferma che i giochi vanno fatti prima dell’estate, perché sa che il 2016 sarà l’anno dello scalone“: saliranno le soglie per la pensione anticipata di quattro mesi (oggi a 42 anni e sei mesi per gli uomini e 41 anni e sei mesi per le donne) e per le pensioni di vecchiaia; le donne dipendenti private andranno in pensione a 65 anni e 9 mesi (prima era 63 anni e 9 mesi, cioè due anni in più), mentre le dipendenti pubbliche andranno in pensione ad oltre 66 anni e 3 mesi, così come le autonome e le parasubordinate.

Nell’intervista rilasciata al Corriere, per Boeri “dal lato della previdenza, è chiaro che, usando il calcolo contributivo, si potrebbero introdurre forme di flessibilità“, cioè si potrebbe prevedere la possibilità di andare in pensione prima ma con un assegno pensionistico proporzionalmente più leggero e – si badi bene – senza che il costo sia pagato dalla collettività dei contribuenti, perché ricadrebbe in capo al richiedente. L’importante nota a margine che il presidente dell’Inps mette però subito in chiaro è data dalla necessità di convincere prima “la Commissione europea, perché purtroppo i conti pubblici vengono considerati nella loro dimensione annuale anziché sul medio-lungo periodo. Per l’Ue se si consentono i pensionamenti anticipati risalta solo l’aumento immediato della spesa ma non il fatto che poi si risparmierà perché l’importo della pensione sarà più basso. Bisogna battersi in Europa per arrivare a una valutazione intertemporale del bilancio”.

Ora, in mezzo ad un insieme di ipotesi avanzate di cui avevamo già accennato, il principio alla base del ragionamento di Boeri è senz’altro quello più corretto, anche se ovviamente la fattibilità economica deve essere valutata. Se da una parte, non ha senso il discorso avanzato soprattutto da sindacati e sinistra, per cui la quantità di lavoro è fissa e si ragiona solamente in termini di sostituzione 1 a 1, dimenticando che il lavoro si crea e si distrugge in base alle capacità di un’economia di crescere o meno; dall’altra un intervento di questo genere è altrettanto necessario, visto il protrarsi della situazione di estrema difficoltà. Infine, un altro aspetto, che sottolinea Mario Seminerio, è dato dal fatto che “se la scelta si generalizzasse, finiremmo col creare un potente incentivo a spostare tutta la popolazione attiva verso il sistema contributivo puro. Tutti in pensione ma non paga più Pantalone, è la sintesi”.

Nel frattempo, attendiamo di vedere come si tradurrà concretamente questa nuova declinazione di flessibilità.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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