La finta democrazia e la rivalità tra politica e economia

07/03/2016 di Ginevra Montanari

In questo secolo si tende a dare la democrazia troppo per scontata. Si pensa che la sua presenza sia ovvia, e che faccia parte della vita di tutti i giorni quanto il traffico, le università, il gossip. Raramente si riflette sulla sua fragilità, sulle sottili dinamiche interne. Ma il capitalismo non genera sempre democrazia.

Lee Kuan Yew, a Singapore, dimostra con grande chiarezza quanto sia possibile combinare capitalismo, e grande crescita, con una dimensione non democratica. Non è un caso che la democrazia si stia man mano indebolendo anche in Europa; questo perché il processo democratico, e le elezioni, per i grandi leader mondiali, non devono assolutamente interferire con le politiche economiche. La democrazia, in questo senso, è sacrificabile?

In realtà, al contrario di ciò che l’Eurogruppo potrebbe pensare, fare a meno della democrazia, o meglio, di un’autentica democrazia, non è possibile. Senza democrazia peggiorerebbero non solo la qualità della vita, ma anche l’utilità e la disponibilità delle nuove tecnologie, sprecando le innovazioni delle future generazioni. Yanis Varoufakis, professore ed economista, ex ministro delle finanze della nuova Grecia, parla di un curioso paradosso, quello dei picchi gemelli: un picco è quello del debito, quello che ha affossato gran parte del mondo, ma pochi conoscono il picco speculare; si tratta di una montagna di ricchezza inattiva, quella delle aziende e dei ricchi risparmiatori, che non viene investita e non si trasforma in redditi con cui si potrebbe estinguere il picco del debito. Potrebbe produrre tutto ciò che manca all’umanità per risolvere i gravi problemi ambientali e umani, così come diffondere uniformemente le energie rinnovabili, ridurre la povertà, la fame, o arrestare il riscaldamento globale.

Negli ultimi mesi i paesi più ricchi del mondo hanno investito circa 3400 miliardi di dollari in fabbriche, macchinari, scuole, strade e servizi utili alla società. Ma non sono niente in confronto ai 5100 miliardi di dollari bloccati negli istituti di credito e che hanno generato solo l’inflazione della borsa e la crescita dei prezzi delle case. “Quindi una montagna di debiti, e una montagna di denaro inattivo, formano picchi gemelli che non riescono a compensarsi attraverso i normali meccanismi di mercato; il risultato sono salari stagnanti, più di un quarto della popolazione tra i 25 ed i 54 anni in America, in Giappone e in Europa disoccupata, e quindi una domanda più bassa, in un ciclo senza fine che aumenta il pessimismo degli investitori che, temendo una domanda in diminuzione, alimentano questo circolo non investendo”.  L’accusa che si può muovere contro il capitalismo, quindi, è proprio la sua capacità di creare enormi sprechi.

Le nostre democrazie liberali, fondate sulla tradizione della Magna Carta, apparvero solo quando fu possibile separare la sfera politica dalla sfera economica, confinando il processo democratico nella sfera politica, e lasciando la sfera economica per lo più libera dai controlli democratici. Oggi ci si chiede spesso perché i politici non sono più quelli di una volta. Deludono le aspettative e le grandi ideologie di un tempo sembrano non esistere più. Il motivo è che in questo tempo si può essere al Governo e non al Potere, dato come è migrato dalla sfera politica alla sfera economica. La sfera economica ha attinto così tanto dalla sfera politica da causare gravi crisi economiche: il potere delle aziende aumenta, le conquiste politiche perdono valore, le disuguaglianze crescono, la domanda diminuisce, e gli amministratori delegati delle aziende sono troppo spaventati per investire nelle proprie aziende. Quindi, più il capitalismo ruba democrazia, più alti sono i picchi gemelli, e più grande sarà lo spreco economico.

C’è un grande livello di ipocrisia, nelle società attuali. Quelle delle nostre democrazie liberali sono parvenze di democrazia. Abbiamo confinato la “demos” alla sfera politica, lasciando la sfera dove si svolge tutta la vera azione, quella economica, totalmente libera dal controllo democratico. Tendiamo ad associare liberalismo e democrazia, e storicamente parlando si tratta di un errore, dato che il primo guardava al secondo con grande scetticismo.

Se questa teoria, che non ha nulla di nuovo – infatti Keynes ne aveva parlato a riguardo dei trattati di Bretton Woods – è giusta, forse la soluzione potrebbe essere quella di riunire le due sfere del potere mondiale. E se nel ’44 non si disponeva ancora degli strumenti adeguati per agire, chissà se stavolta non possa essere diverso.

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Ginevra Montanari

Nasce a Roma il 4 settembre 1993. Diplomata al liceo linguistico europeo Sacro Cuore, attualmente frequenta la facoltà di Scienze Politiche alla Luiss Guido Carli. Da sempre appassionata di cinema, musica e teatro.
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