La fine delle quote latte e il sistema lattiero-caseario italiano

28/05/2015 di Federico Nascimben

Analizziamo in cosa consisteva il regime delle quote latte e lo stato di salute del nostro sistema lattiero-caseario

Con il primo di aprile di quest’anno si è posta fine ad uno dei temi che hanno fatto maggiormente discutere quando si parlava di agricoltura, quello delle quote latte. Analizziamo in che cosa consisteva il sistema, perché ha creato così tanti problemi all’Italia e le risorse date, partendo però dallo stato dell’arte nel mondo lattiero-caseario.

Un po’ di dati sullo stato del settore dall’inizio della crisi

Dall’inizio della crisi, cioè dal 2008 ad oggi, in Italia è stata chiusa una stalla su cinque, con la conseguente perdita di 32.000 posti di lavoro. Al 2014 si contavano 36.000 stalle che producevano 110 milioni di quintali di latte, mentre le importazioni raggiungevano gli 86 milioni di quintali. Al 2012, invece, il settore lattiero caseario italiano contava 35.544 aziende; gli 11 milioni di tonnellate di latte vaccino prodotti provenivano da 1.862.000 vacche, per un controvalore pari a 4,8 miliardi di euro.

Il 50% del latte italiano viene utilizzato per produrre formaggi Dop (Denominazione di origine protetta): il fatturato dell’industria del settore è pari a 14,9 miliardi di euro (pari all’11% del fatturato dell’industria alimentare). Nel 2014 si è registrato un calo del 6,2% in volume e 4,3% in valore delle vendite di latte fresco nella grande distribuzione (-2,3% dei formaggi e -2% degli yogurt).

Nel complesso la filiera del latte conta 180.000 posti di lavoro e rappresenta una “ricchezza economica” pari a 28 miliardi di euro (equivalente al 10% del valore prodotto dall’agroalimentare italiano). Particolarmente importante da sottolineare è il fatto che oltre la metà degli allevamenti (53%) si trova in zone montane, e quindi il contraccolpo negativo è ancora più forte.

Nel 2014 il latte è stato pagato agli allevatori ad un prezzo medio di 0,35 centesimi al litro, mentre il prezzo medio di vendita al dettaglio per un litro di latte alta qualità è pari a 1,50 euro al litro. Tale differenza non permette agli allevatori di coprire né i costi di produzione, né i costi per l’alimentazione degli animali, con la conseguente spinta verso la chiusura degli allevamenti (ne chiudono 4 al giorno, in media).

Le importazioni di latte e il caso Lactalis

Attualmente l’Italia importa il 40% di latte e formaggi che consuma, mentre dal 2007 ad oggi le importazioni di prodotti lattiero-caseari sono aumentate del 23% in valore. In particolare è aumentato il latte importato dai Paesi dell’Est Europa, utilizzato per produrre latte e formaggi di bassa qualità.

Nell’ultimo anno è stato superato il milione di quintali di cagliate importate, equivalenti a circa 10 milioni di quintali di latte (dato che un kg di cagliata utilizzata per produrre formaggio sostituisce 10 kg di latte e l’indicazione di origine non è obbligatoria in etichetta) e al 10% dell’intera produzione italiana.

Uno dei casi che recentemente ha fatto discutere è quello riguardante l’acquisizione delle Latterie Friulane da parte del gruppo francese Lactalis. In precedenza, la multinazionale aveva acquisito Invernizzi nel 2003, per aggiungere poi i marchi Galbani, Locatelli e, nel 2011, Parmalat. Particolarmente significativo è stato il caso della Centrale del Latte di Roma: nel 2010 il Consiglio di Stato dichiarò nulla la vendita di questa alla Cirio da parte del Comune di Roma, dichiarando nulli anche tutti gli atti conseguenti. Fra questi era compresa la successiva vendita a Parmalat, ragione per cui le azioni della Centrale del Latte di Roma tornarono al Comune che, però, dopo cinque anni non ha ancora avviato le procedure per recuperare le proprie azioni.

Che cosa sono le quote latte

Le quote latte sono una limitazione dell’offerta di produzione di latte, negoziate a livello europeo al fine di evitare che il prezzo di questo cali eccessivamente, portandosi così dietro la remunerazione degli allevatori. Il superamento della quota latte data ad un’azienda agricola non rappresenta una violazione della legge, ma costringe al pagamento di un’extra-tassa per ogni kg di latte che supera il tetto prestabilito.

Il regime delle quote latte è stato introdotto nel 1984, prendendo a riferimento la produzione del 1983, che per il nostro Paese equivaleva a 8.823.000 tonnellate. Nel 2009 tale quota è stata aumentata del 5%.

L’extra-tassa si pagava agli acquirenti di latte all’ingrosso (latterie e caseifici, ad esempio) che fungevano da sostituti d’imposta, trattenendo il prelievo previsto dalla normativa comunitaria e sottraendolo ai pagamenti che periodicamente venivano fatti per il latte comprato.

La questione delle quote latte e delle relative multe è stata originata dalla quota assegnata al nostro Paese, ritenuta di molto inferiore alle necessità per coprire il consumo interno.

Le multe all’Italia

Secondo alcuni calcoli, l’Italia ha pagato finora 4 miliardi di euro di multe, questo perché molti produttori hanno sforato volutamente la quota loro assegnata sapendo (o nella “speranza”) che lo Stato avrebbe pagato per loro: nel corso degli anni le casse pubbliche, infatti, si sono fatte carico di almeno 1,7 miliardi di euro. Ad oggi, ad esempio, vi sono ancora 1,3 miliardi di euro di multe che il nostro Paese deve pagare, e che lo Stato deve recuperare dai produttori.

Tutto ciò, nel febbraio 2015, ha fatto sì che la Commisione europea deferisse l’Italia alla Corte di giustizia dell’Ue, in quanto “ogni anno, dal 1995 al 2009, l’Italia ha superato la quota nazionale e lo Stato italiano ha versato alla Commissione gli importi del prelievo supplementare dovuti per il periodo in questione (2,305 miliardi di euro). Tuttavia, nonostante le ripetute richieste della Commissione, risulta evidente che le autorità italiane non hanno preso le misure opportune per recuperare il prelievo dovuto dai singoli produttori e caseifici. Ciò compromette il regime delle quote e crea distorsioni della concorrenza nei confronti dei produttori che hanno rispettato le quote e di quelli che hanno preso provvedimenti per pagare gli importi individuali del prelievo supplementare. Come sottolineato dalla Corte dei conti italiana, questa situazione è iniqua anche nei confronti dei contribuenti italiani.

La Commissione stima che, dell’importo complessivo di 2,305 miliardi di euro, circa 1,752 miliardi di euro non siano ancora stati recuperati. Parte di questo importo sembra considerato perso o rientra in un piano a tappe di 14 anni, ma la Commissione stima che siano tuttora dovute sanzioni per un importo pari a 1,343 miliardi di euro”.

Un altro caso noto alle cronache fu quello che riguardò la rateizzazione del pagamento delle multe, voluta nel 2009 dal Governo Berlusconi su forte pressione della Lega Nord. Inoltre, il sistema delle quote latte aveva originato un mercato della compravendita, dove partecipavano anche produttori fittizi, causando un danno stimato in più di un miliardo di euro per gli allevatori onesti.

Come accennato, il sistema delle quote è definitivamente terminato, e con il primo aprile di quest’anno il mercato è stato liberalizzato. Per preparare il settore a questo passaggio, nel 2012 Bruxelles adottò il c.d. “Pacchetto Latte“.

Le risorse a disposizione

La Politica agricola comunitaria (Pac) ha messo a disposizione dell’Italia 52 miliardi di euro di contributi di qui al 2020, di cui 23 destinati a pagamenti al settore agricolo e zootecnico. Nel dettaglio, 80 milioni di euro all’anno sono stati stanziati per incrementare del 25% gli aiuti diretti alle aziende agricole condotte da persone con meno di 40 anni. La legge di stabilità per il 2015 ha destinato 108 milioni di euro (8 nel 2015, 50 nel 2016-2017) per il Fondo Latte. Ma sul settore pesa la questione dell’Imu agricola, che incide per 260 milioni di euro sul settore.

P.S.: I dati e le informazioni utilizzate nelle sezioni 1, 2 e 4 del presente articolo provengono dal blog Wall & Street di Massimo Restelli e Gian Maria De Francesco.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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