La filosofia dello sport

07/03/2015 di Isabella Iagrosso

In Italia la cultura dello sport, tra i giovani, va scemando di pari passo con un aumento del tasso di obesità. Perchè il problema è anche e soprattutto culturale, oltre che semplicemente limitato alla dimensione della salute dell'individuo

Sport Italia

Un minore su quattro in Italia non fa sport nel tempo libero. È quanto si evince da uno studio di Save the children pubblicato a gennaio di quest’anno. Il 28% adduce come motivazione l’impossibilità economica, ma vi è un ulteriore 35% dei genitori che lo spiega con lo scarso desiderio da parte dei figli di cominciare un’attività sportiva. Sicuramente la crisi economica ha influenzato questa tendenza, ma in gran parte è possibile riscontrare un generale decentramento dello sport nel processo educativo e costitutivo dell’individuo. Obiettivo primario deve essere dunque quello di spingere soprattutto le nuove generazioni verso l’universo sportivo, per ragioni che spaziano dalla salute – nella ricerca si riscontra un aumento del tasso di obesità infantile – all’educazione alla vita.

L’uomo pratica sport per lo stesso motivo per cui crea arte, si occupa di scienza o crede in una religione: scoprire se stesso e motivare la propria esistenza. Rincorrere un pallone, impugnare una racchetta correre per chilometri: si cerca di competere per superare i propri limiti, o di divertirsi per non pensare ad altro. Lo sport fa parte di quelle cose che riempiono la vita, non indispensabili ma senza cui non potremmo mai colmare il vuoto che spesso è inevitabile nell’esistenza umana.

Così come ci si interroga cosa sia bello nell’arte, possiamo parlare di estetica dello sport nel gesto tecnico, nell’esecuzione, attraverso cui l’atleta esprime se stesso. Senza dimenticare la bellezza del corpo, fondamentale per i greci. Essi credevano infatti nel concetto di Kalokagathia (da kalos, bello, e agathos, buono), per cui ad un esterno armonioso corrispondeva una morale ferrea ed una grande sapienza. Il concetto però è meno banale e anacronistico di quello che può sembrare. Avere un corpo allenato (nell’accezione più moderna di essere in salute), assieme ad una buona educazione è tutt’oggi sinonimo di equilibrio con se stessi, armonia tra le parti, elemento ricorrente dell’intera filosofia greca, madre della nostra civiltà. Non è un caso che filosofia e sport siano nati proprio laddove la nostra cultura ha preso vita. Sviluppo di mente e corpo dovevano procedere di pari passo.

Lo sport è linguaggio universale, e per questo si può rivolgere a tutti e tutti lo possono comprendere e praticare. A livello umano, culturale, ideologico, qualsiasi differenza tra sé e la persona con cui si sta competendo svanisce di fronte all’oggettività dei gesti che si stanno compiendo. L’idea che ognuno si porti dietro il proprio background carico di tradizioni, usi, ricordi differenti ma che questo svanisca di fronte per esempio uno scatto da centometrista, è potente e affascinante. Non importa a nessuno il passato, ciò che conta è tagliare il traguardo prima dell’avversario.

Mauro Berruto, ct della nazionale di volley maschile, in una lettera simbolica, definisce la pallavolo uno sport “pericoloso”, ironicamente preparando i genitori di coloro che si sarebbero iscritti a stare attenti alle conseguenze. Scrive: “Diabolico ed antistorico: il passaggio come gesto obbligatorio per regolamento in un mondo che insegna a tenersi strette le proprie cose, i propri privilegi, i propri sogni, i propri obiettivi. Poi quella antipatica necessità di muoversi in tanti in uno spazio molto piccolo. ci mettiamo tanto ad insegnare ai nostri figli di girare al largo da certa gentaglia, a cibarsi di individualismo, a tenersi distanti da quelli un po’ troppo diversi e poi li vediamo tutti ammassati in pochi metri quadrati, a dover muoversi in maniera dannatamente sincronica, rispettando ruoli precisi, addirittura scambiandosi ‘cinque’ in continuazione.”

Per concludere questa disamina sull’importanza che lo sport ancora conserva nel mondo di oggi, in quanto portatore di valori che è difficile trovare altrove, vorrei citare nuovamente la lettera di Berruto, che sottolinea l’aspetto socio-educativo dello sport, in questo caso specifico della pallavolo, ma il discorso può senza alcuna difficoltà essere allargato all’intero universo sportivo, anche quello degli sport individuali. “Dove la squadra conta cento volte più del singolo, dove i propri sogni individuali non possono che essere realizzati attraverso la squadra, dove sei chiamato a rimettere in gioco sempre ed inevitabilmente quello che hai fatto, diciamocelo chiaramente, è uno sport da sovversivi! Potrebbe far crescere migliaia di ragazzi e ragazze che credono nella forza e nella bellezza della squadra, del collettivo e della comunità. Non vorrete correre questo rischio, vero?”

Prendiamo questo rischio, torniamo ad incentivare la gioia di far parte di una squadra, di condividere un progetto più grande di se stessi, di lavorare sodo per esso e venire ripagati dallo sforzo con la soddisfazione di aver superato sempre i propri limiti. Insegniamo ad apprezzare la bellezza di un gesto tecnico in sé, a rispettare l’avversario, a mettersi a servizio degli altri. Se non nello sport come è stato finora descritto, dove altro si possono apprendere questi valori nella loro totalità?

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Isabella Iagrosso

Nasce a roma il 19/03/1994, iscritta alla facoltà di scienze politiche della Luiss Guido Carli. Appassionata di viaggi e di culture straniere. Da sempre coltiva l'interesse per tutto ciò che riguarda l'estero e le relazioni internazionali
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