La filosofia dell’immobilità

19/02/2015 di Ginevra Montanari

In un'epoca a dir poco frenetica, niente è più bizzarro del vivere lentamente. In un'epoca di distrazioni, agi e frivolezze, non c'è niente di più lussuoso del prestare attenzione.

Pico Iyer viaggia e scrive delle sue avventure da una vita intera. E all’inizio pensava che se si è  abbastanza fortunati da ammirare il mare di candele di un tempio tibetano, o da passeggiare sul lungomare dell’Avana, con la musica che scandisce le giornate, è possibile portare quelle emozioni, la luce, i suoni, i cieli color cobalto e i lampi blu dell’oceano a casa. Tuttavia, una delle prime cose che si impara viaggiando, è che nessun luogo è magico, se non lo si guarda nel modo giusto. “Portate un uomo arrabbiato sull’Himalaya, e comincerà a lamentarsi del cibo”. Ed è proprio grazie all’esperienza, che Iyer ha scoperto il modo migliore per sviluppare uno sguardo più attento e riconoscente: restare dov’era. Ovviamente abbiamo tutti bisogno di una pausa, tra un impegno e l’altro, ma è anche l’unico modo per mettere ordine e dare un senso alle esperienze fin ora vissute. Fermarsi diventa quindi emozionante quanto andare in Tibet, o a Cuba. Basterebbe prendersi qualche minuto al giorno, qualche giorno a stagione, o persino, come fanno alcuni, qualche anno, scoprendo cosa ci commuove di più, ricordando dove risiede la vera felicità, perché vivere e sopravvivere non gareggiano insieme, non puntano neanche alla stessa meta.

Tutto questo non è niente di moderno, anzi, è una filosofia piuttosto antica. Più di 2000 anni fa, gli Stoici ci ricordavano che non è la nostra esperienza a costruire le nostre vite, ma come la usiamo. “Immaginate che improvvisamente un uragano spazzi via la vostra città e riduca tutto in macerie. Un uomo è traumatizzato a vita; un altro si sente quasi liberato, e decide che è una grande opportunità per ricominciare da zero. Esattamente lo stesso evento, ma reazioni completamente diverse. Non c’è niente di buono o cattivo. Come diceva Shakespeare in ‘Amleto’, è il pensiero a renderlo tale. (…) Qualche volta penso che gran parte della nostra vita accada nelle nostre teste, nella memoria, nell’immaginazione, nell’interpretazione o nelle ipotesi; e se voglio veramente cambiare la mia vita, farei meglio a cambiare mentalità. Niente di nuovo; ecco perché Shakespeare e gli Stoici ce lo dicevano secoli fa, ma a Shakespeare non toccava gestire 200 mail al giorno. Gli Stoici, per quanto ne so, non erano su Facebook. I sociologi hanno scoperto che negli ultimi anni gli Americani lavorano meno ore di cinquanta anni fa, ma hanno la sensazione di lavorare di più.” Abbiamo sempre più apparecchi per risparmiare tempo, tecnologie avanzate che migliorano la vita di tutti i giorni; e invece il tempo non fa che ridursi, sembra di non averne mai abbastanza. Da una parte è sempre più facile entrare in contatto con chi vive dall’altra parte del globo, e dall’altra, facendo questo, perdiamo sempre più il contatto con noi stessi.

Ogni stagione lo scrittore si prende tre giorni di riposo, a volte sentendosi ancora in colpa per un isolamento che lascia fuori amici e cari. Ma non appena si trova nel luogo perfetto, capisce che solo andando lì avrà qualcosa di nuovo e gioioso da condividere. Se ogni tanto non si prendesse le pause di cui ha bisogno, finirebbe con l’imporre agli altri la propria stanchezza, o la distrazione, che non è propriamente un bene.

Così, ha deciso di reinventare la sua vita nell’ottica del non andare da nessuna parte. “(…) improvvisamente mi sono reso conto che stavo correndo talmente tanto che non riuscivo a star dietro alla vita; e la mia vita di allora era più o meno quella che sognavo da ragazzo, ma non riuscivo a prenderne le distanze a sufficienza da ascoltarmi mentre pensavo, o capire se ero veramente felice. Così, ho abbandonato la mia vita da sogno per un monolocale nelle stradine di Kyoto, in Giappone, che era il luogo che da tempo mi attirava misteriosamente. (…) E ora viviamo in un bilocale nel bel mezzo del nulla, in cui non abbiamo né bicicletta, né auto, né programmi TV comprensibili, e devo ancora sostenere i miei cari in quanto scrittore di viaggi e giornalista, quindi chiaramente non è l’ideale per il lavoro, per la vitalità culturale o per gli svaghi sociali. Eppure mi dà quello che più apprezzo, ossia giorni e ore. Non ho mai dovuto usare un cellulare. Non devo quasi mai guardare l’ora e tutte le mattine, quando mi alzo, il giorno si stende di fronte a me come un campo aperto. E quando la vita mi farà una delle sue cattive sorprese, come farà, più di una volta: quando un medico entrerà nella mia stanza con un’espressione seria, o un’auto improvvisamente sbanderà davanti alla mia, in autostrada, so già, dentro di me, che sarà il tempo passato da fermo a sostenermi, molto più del tempo trascorso a correre per il Bhutan o per l’Isola di Pasqua”.

Viaggiare è il suo lavoro, e lo sarà sempre, ma una delle bellezze del viaggiare è che permette di portare quiete nel movimento e nel trambusto del mondo. Sempre più persone prendono cercano di ritagliarsi uno spazio nella vita. Alcuni vanno in villaggi sperduti in cui spendono centinaia di dollari a notte per abbandonare cellulare e laptop all’arrivo. Altri, prima di andare a dormire, invece di leggere, stare al telefono, o guardare YouTube, spengono la luce e ascoltano musica, dormendo poi molto meglio e svegliandosi più riposati. Qualcosa, dentro di noi, sta chiedendo a gran voce un senso di intimità, e profondità, una consapevolezza che perdiamo inevitabilmente; basterebbe restare immobili solo per il tempo necessario. È come se stessimo a pochi centimetri da uno schermo gigante, rumoroso e affollato. È la nostra vita che ci scorre a un palmo dal naso. È solo facendo un passo indietro, e un altro ancora, e stando fermi, che possiamo iniziare a vedere il significato dello schermo, il quadro completo.

In un’epoca in costante movimento, niente è più urgente dello stare fermi. Quindi, partite pure per la vostra prossima vacanza, pianificate mete, orari e compagnie; sarà senz’altro un’esperienza indimenticabile! Ma se volete tornare a casa più consapevoli, in pace con il mondo, e pieni di rinnovata meraviglia, potreste considerare di non andare da nessuna parte.

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Ginevra Montanari

Nasce a Roma il 4 settembre 1993. Diplomata al liceo linguistico europeo Sacro Cuore, attualmente frequenta la facoltà di Scienze Politiche alla Luiss Guido Carli. Da sempre appassionata di cinema, musica e teatro.
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