La fiducia delle imprese è ben riposta?

31/03/2015 di Alessandro Mauri

L'indice della fiducia delle imprese elaborato dall'Istat è ai massimi livelli dal 2008. Ma tale fiducia è ben riposta?

Secondo i dati Istat recentemente diffusi, la fiducia di imprese e consumatori circa la ripresa dell’economia è ai massimi livelli dal 2008. Si tratta di una aspettativa ben riposta o gli elementi di criticità lasciano poco spazio all’ottimismo?

Fiducia delle imprese – Il deciso miglioramento del clima economico in Italia è stato certificato dall’Istat che ha rilevato nel mese di marzo la fiducia delle imprese. Secondo questi dati, elaborati utilizzando come base il 2010, il cui livello viene posto uguale a 100, a marzo si sono raggiunti i 103 punti, in sensibile aumento dai 97,5 di febbraio, e al livello più alto toccato dal luglio 2008 a questa parte. Da evidenziare il fatto che la fiducia delle imprese è in miglioramento in tutti i settori, dalla manifattura alle costruzioni, passando per i servizi e il commercio al dettaglio. Meno ottimistiche, ma comunque leggermente positive, le attese sull’occupazione, che dovrebbe crescere in maniera piuttosto limitata, specialmente nel settore delle costruzioni, uno dei più provati dalla crisi economica di questi anni. Sembra dunque che le imprese abbiano superato, anche in termini di aspettative, il brusco rallentamento degli ordini e del fatturato emerso nel mese di gennaio, e che poteva lasciar intravedere un altro anno di grande difficoltà per l’industria.

Bene anche i consumatori – Non solo la fiducia delle imprese, ma anche quella dei consumatori continua la sua risalita, ancora più nettamente rispetto agli industriali: nonostante già a febbraio il livello di 107,7 era il più alto da giugno 2002, nel mese di marzo l’indice di fiducia dei consumatori si è ulteriormente rafforzato a 110,9. In miglioramento più o meno marcato tutti gli indici considerati: le aspettative sulla disoccupazione, i giudizi sulla situazione economica dell’Italia e sulla sua crescita, le aspettative sui prezzi al consumo e sulla situazione economica delle famiglie. Indubbiamente su questi risultati pesano le notizie di una timida ripresa dell’economia, nonché i primi dati positivi sulle assunzioni a tempo indeterminato a seguito della decontribuzione delle suddette posizioni contrattuali. Resta però da chiedersi se questo ottimismo sia effettivamente giustificato dai fatti o sia solamente il risultato di una situazione contingente destinata a scontrarsi con la realtà ben più complessa dei fatti.

Bce e petrolio – I due fattori principali che permettono di guardare con un cauto ottimismo al futuro sono gli interventi espansivi della Bce e il basso prezzo del petrolio. I primi hanno permesso un netto calo delle spese per interessi sul debito da parte dell’Italia, liberando risorse per interventi più produttivi, nonché una netta svalutazione  dell’euro, che permette di guardare positivamente alla dinamica delle esportazioni. Il basso prezzo del petrolio inoltre ha neutralizzato l’effetto negativo della svalutazione dell’euro, vale a dire l’aumento dei costi delle materie prime, che avrebbe potuto avere gravi conseguenze sui bilanci di imprese e famiglie. Ulteriore elemento di interesse è stata l’ultima asta di Tltro (operazioni finalizzate a favorire il credito alle imprese) effettuata da parte della Bce, che ha registrato numeri molto al di sopra delle aspettative, ovvero 97 miliardi di euro (di cui 30 in Italia) contro i 40 miliardi previsti. Questo significa che le banche (che dovranno obbligatoriamente prestare questi fondi) si aspettano una grande richiesta di crediti da parte delle imprese, stimolando in tal modo la ripresa.

Elementi critici – E’ tuttavia evidente il carattere assolutamente temporaneo di queste condizioni, e se da un lato la Bce continuerà a sostenere l’economia ancora a lungo, altrettanto non si può dire del prezzo del petrolio: numerose imprese che si occupavano di estrazione di shale oil negli Usa sono sull’orlo del fallimento e, quando usciranno definitivamente dal mercato, l’eccesso di offerta si esaurirà e i prezzi del petrolio torneranno a salire. Ma il rischio ancora più grave che si corre è quello di dimenticarsi di risolvere i veri problemi dell’economia italiana, usando come alibi il migliorato contesto economico globale. I conti pubblici sono tutto fuorché sotto controllo, e l’aumento della tassazione in caso di insufficienza di risorse reperite mediante la spending review è dietro l’angolo. La burocrazia è ancora un macigno enorme che grava sulle imprese, così come la corruzione rappresenta ancora uno dei freni più forti allo sviluppo economico. Infine il processo di liberalizzazione di molti settori è lungi dall’essere completato, con conseguenti svantaggi in termini di costi e servizi offerti.

Il clima economico è favorevole, e la fiducia di imprese e consumatori è ben riposta solamente se la politica sarà in grado di risolvere i numerosi problemi del nostro Paese, altrimenti questa sarà solamente una breve parentesi di ottimismo in mezzo ad una crisi apparentemente infinita.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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