La Federal Reserve, il tapering e le sfide globali

13/01/2014 di Giovanni Caccavello

La Banca Centrale degli Stati Uniti d’America ha deciso di ridurre gradualmente l’immenso “liquido” immesso nel mercato nel corso di questi ultimi anni. A causa delle politiche troppo espansive il processo presenta molte, difficili sfide

Federal Reserve, tapering

Federal Reserve. Il 18 Dicembre, Ben Bernanke, ormai ex Governatore della Banca Centrale Americana, ha annunciato la decisione del “Federal Open Market Committee” di avviare il cosiddetto tapering. Con il termine, si intende definire quel processo di politica economica monetaria che ha come scopo la riduzione della liquidità di denaro “iniettata” da una qualsiasi Banca Centrale al fine di sostenere l’economia reale del proprio paese. Nel caso della Federal Reserve ha un significato ancora più importante. Essendo gli Stati Uniti l’economia più importante e grande a livello mondiale, avendo contrastato la crisi finanziaria del 2007/2008 con politiche monetarie “non convenzionali” e molto aggressive, ed essendo il dollaro la valuta internazionale per eccellenza da ormai quasi un secolo, la decisione di Ben Bernanke presenta molte sfide, affascinanti ma al tempo stesso decisive. Se da un lato, infatti, molti economisti di stampo “monetarista” e “liberale” non hanno condiviso le decisioni prese dal governatore della FED, la mossa del tapering sarà stata accolta con favore. Non a caso, secondo le “Minute Fed” pubblicate l’8 Gennaio, alcuni governatori poco propensi al politiche monetarie “non convenzionali” speravano in una riduzione della liquidità ancora maggiore. Al contrario, invece, coloro che vedono nella Banca Centrale l’unico strumento per poter tornare a crescere nel modo più rapido e “facile” possibile speravano che la decisione di ridurre il piano di acquisti di bond venisse ulteriormente rimandata. Invece, la scelta di diminuire la liquidità inniettata di 10 miliardi di dollari, passando da 85 miliardi a 75 miliardi è stata presa, e non sembra aver turbato le borse mondiali. Qualcosa, però, sembra lentamente cambiare.

Fed TaperingFED vs BCE. Giovedì 9 Gennaio la BCE ha confermato attraverso le parole di Mario Draghi come le politiche monetarie dell’istituto con sede a Francoforte rimarranno accomondanti fin quando necessario e che il consiglio direttivo ha pronte “misure incisive” al fine di rafforzare la debole crescita dell’Euro-Zona. La BCE e la FED, almeno secondo le parole dei loro due governatori, hanno deciso di proseguire in modo separato. Janet Yellen, freschissima chairman della FED ha subito posto l’accendo sulla decisione di Ben Bernanke di attuale politiche di “tapering” senza dimenticare gli obiettivi della FED di raggiungere una disoccupazione pari al 6,5% (i dati di Dicembre danno tasso al 6,7%) e di raggiungere una crescita stabile e sostenibile nel lungo periodo e cioè oltre il 2014 e 2015.

Mario Draghi invece, come da copione, ha posto l’accento sull’inflazione, unico vero e proprio obiettivo della BCE. Attualmente diversi paesi dell’Euro-Zona hanno un tasso inflazionistico pari a 0% o sono addirittura entrati in “deflazione”. Secondo Draghi l’inflazione rimarrà bassa a lungo, almeno per tutto il 2014, ed è proprio per questo motivo che la BCE sta pensando di abbassare ulteriormente il tasso di interessi (attualmente a 0,25%) o di effettuare delle operazioni di mercato aperte che possano dare aiuto diretto alle economie europee bypassando gli istituti di credito. Se queste decisioni verranno mantenuto nel medio-lungo periodo il tasso di cambio tra dollaro ed Euro dovrebbe modificarsi, portando contemporaneamente ad un apprezzamento del Dollaro e ad un deprezzamento dell’Euro. Ad oggi è difficile stabilire il futuro tasso di cambio ma le premesse affinché tale indice scenda sotto 1,30 Dollari per Euro ci sono tutte. Il tasso di cambio pre-crisi era fluttuava intorno al 1,20 Dollari per Euro e per diversi anni (da metà 2003 a fine 2006 il tasso, tra alcuni alti e bassi è rimasto sostanzialmente invariato).

Borse Valori. Le politiche monetarie “non-convenzionali” attuate in particolar modo dalla FED (ci vogliamo soffermare sull’istituto americano ma ovviamente anche le politiche effettuate dalla BCE, dalla Bank of England e dalla Bank of Japan hanno avuto il loro peso) hanno arato il terreno per gli investitori, che hanno prontamente fatto la loro parte facendo impennare le borse valori di tutto il mondo fino ai massimi storici. Nel 2013, grazie principalmente a questi flussi immensi di denaro “assets liquido per eccellenza”, le Borse hanno brindato a lungo. Tokio ha chiuso il 2013 a +57%, Francoforte +25%, Madrid +21,4%, Parigi +17,6%, Milano +16% e Londra +14,3%. Se guardiamo al Nasdaq e al Dow Jones, principali borse valori statunitensi, esse hanno rispettivamente chiuso l’anno da poco terminato con un brillante +37% e +25%.

Rischio bolla? Molti commentatori ed analisti incominciano ad affermare che tutto questo entusiasmo, guidato proprio da una politica monetaria troppo “permissiva”, potrebbe portare prima o poi allo scoppio di una bolla finanziaria. Al momento questo pericolo non sembra essere imminente, visto anche il giudizio positivo che i mercati, specialmente quello statunitense, hanno dato dopo l’annuncio del tapering. Il rischio rimane alto poiché i mercati e l’economia reale ormai da molti anni sembrano non essere più in grado di crescere a ritmi sostenuti e sostenibili senza l’aiuto delle Banche Centrali. Secondo molti economisti troppa “droga-denaro” è stata iniettata nell’economia e se oggi parte del mondo finanziario risulta essere too-big-to-fail, la colpa è imputabile alle politiche monetarie troppo espansive che hanno sempre cercato di mantenere il tasso di interesse sui titoli di stato basso, facilitando la capacità degli istituti stessi di ottenere denaro. Se il tapering dovesse essere troppo rapido, numerosi investitori potrebbero creare una situazione di panico e scatenare una reazione a catena pericolosa. Detto questo, però, la decisione di procedere verso la fine di politiche monetarie “non-convenzionali” da parte della FED va sicuramente nella direzione giusta.

Mercati Emergenti. Oltre alla Cina, moltissimi paesi come Indonesia, India, Turchia, Brasile hanno incominciato a dover confrontarsi con una riduzione degli investimenti esteri. A partire dal giungo/luglio 2013, quando Ben Bernanke, annunciò di voler attuare il tapering, il flusso di capitali esteri verso i paesi in via di sviluppo è diminuito, diverse valute si sono svalutate in modo consistente e il tasso di interesse sui titoli di stato di queste nazioni è tornato a toccare quote superiori al 10%. Le singole Banche Centrali stanno cercando di capire in che direzione virare prima che sia troppo tardi. Secondo Epfr Global, infatti, nel 2013 la fuga dai fondi azionari e obbligazionari specializzati in mercati emergenti è stata pari a 59 miliardi di dollari. Un saldo netto negativo equamente distribuito tra reddito fisso (rosso da 31,4 miliardi di dollari) ed equity (-27,6 miliardi di dollari). Una piccola caporetto per i paesi emergenti se si pensa che, solo un anno prima,  gli stessi fondi avevano registrato flussi netti positivi per 119 miliardi di dollari. A quanto diversi istituti riportano, questo potrebbe però essere solo l’inizio di un lungo processo capace di spostare i capitali nuovamente in Europa ed in mercati ancora poco battuti dagli investitori.

 

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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