La Fed e la normalizzazione dei tassi

17/03/2015 di Alessandro Mauri

La Fed potrebbe abbandonare la politica espansiva, vista la crescita Usa. Con qualche vantaggio anche per l'Europa

Fed Tassi

Si fanno sempre più insistenti le voci che prevedono un’uscita della Federal Reserve (Fed), la banca centrale americana, dalla politica monetaria fortemente espansiva. Resta da decidere se attraverso un percorso graduale, come vorrebbero i più moderati, o in maniera più decisa; in entrambi i casi l’Europa potrebbe guadagnarci.

Politica “normalizzata” – Secondo la maggior parte degli osservatori, già dalla riunione di mercoledì 18 marzo la Fed dovrebbe cominciare ad alimentare le aspettative di un’uscita dalle politiche monetarie espansive degli ultimi anni, lasciando intuire che entro la fine dell’estate i tassi di interesse di riferimento potrebbero essere aumentati per la prima volta dal 2006. In realtà il governatore della Fed Janet Yellen non darà indicazioni precise ma, con ogni probabilità, si limiterà ad indicare che la politica di stimolo all’economia e di bassi tassi di interesse non sarà perseguita ancora a lungo. Restano ancora delle perplessità circa l’effettiva ripresa dell’economia americana, che presenta dati molto contrastanti: se da un lato il mercato del lavoro sembra essere in forte ripresa, con 295.000 nuovi posti di lavoro nel mese di febbraio, dall’altro i dati sulla fiducia dei consumatori, sulle vendite al dettaglio, sulla attività manifatturiera e sugli ordinativi all’industria sono stati inferiori alle aspettative. Forse sono proprio le aspettative ad essere gonfiate dall’euforia per la crescita sostenuta del Pil nell’ultimo periodo, ma resta comunque il fatto che questi dati potrebbero indurre la Fed a ritardare il rialzo del tassi.

Il QE della FED – Dopo l’impennata dei tassi di interesse tra il 2005 e il 2006, che aveva contribuito allo scoppio della bolla dei mutui subprime, la Fed aveva deciso, all’apice della crisi del 2008, di implementare misure non convenzionali di politica monetaria per sostenere l’economia americana. Il primo programma di acquisto di titoli di Stato e obbligazioni, divenuto poi celebre con la denominazione di Quantitative easing, non era stato tuttavia sufficiente a garantire una ripresa sostenibile dell’economia Usa, per cui la Fed ha dovuto nel tempo lanciare altri due programmi di Qe, l’ultimo nei quali nel 2012, che sono definitivamente terminati nell’ottobre dello scorso anno. Restano tuttavia in vigore tassi di interesse di riferimento vicini allo zero, sempre con lo scopo di sostenere gli investimenti e l’economia reale, ma a questo punto, con la crescita del PIL abbondantemente superiore al 2% sembra giunto il momento propizio per riportare la politica monetaria verso una situazione di normalità, dal momento che l’emergenza della crisi sembra essere definitivamente alle spalle.

I tassi di interesse Fed sono a 0 dal 2009. Fonte: forbes.com

Uscita graduale o repentina? – A questo punto resta da risolvere un’altra questione molto importante: in che modo uscire da queste politiche così espansive? Un rialzo dei tassi di interesse troppo repentino potrebbe infatti causare un altrettanto brusco rallentamento della dinamica degli investimenti, e quindi dell’economia nel suo complesso. D’altro lato questa modalità di intervento permetterebbe di evitare la creazione di bolle speculative sui mercati finanziari e immobiliari e dovrebbe altresì limitare le spinte inflazionistiche che l’immissione di una così grande quantità di liquidità non ancora assorbita dal mercato potrebbe causare. Questi due rischi rimarrebbero invece intatti nel caso di un’uscita troppo lenta e graduale dalla politica monetaria espansiva di questi anni. Molti economisti, tra cui John Taylor, attribuiscono proprio la responsabilità della creazione della bolla dei mutui subprime proprio alla politica monetaria eccessivamente espansiva che la Fed aveva intrapreso per uscire dalla crisi dei primi anni 2000, e in particolare alla lentezza con la quale aveva rialzato i tassi di interesse. Dunque si tratta di una decisione molto delicata, che potrebbe avere ripercussioni anche sull’ Europa.

Gli effetti in Europa – Sebbene le politiche monetarie adottate dalla Fed negli Stati Uniti e dalla Bce in Europa siano indipendenti, è sempre più evidente una stretta relazione tra le due (per esempio il forte deprezzamento dell’Euro che ha seguito il Qe della Bce può avere ripercussioni sull’economia americana, e quindi sulle decisioni della Fed), anche se il ruolo di guida resta saldamente nelle mani della Federal Reserve, dal momento che circa l’80% delle transazioni mondiali è regolato in dollari. In ogni caso la Bce ha tutto da guadagnare dalle decisioni che la Fed prenderà nei prossimi giorni, qualunque esse siano: se l’uscita sarà graduale, si eviteranno contraccolpi sulle scelte della Bce, ed entrambe le banche centrali continueranno a stimolare l’economia; se l’uscita sarà repentina, gli effetti positivi della politica monetaria della Bce (specie l’indebolimento dell’Euro) potrebbero essere amplificati.

Da tutto questo emerge l’enorme peso politico ed economico che rimane in capo alle banche centrali, e in particolar modo alla Fed. Si tratta indubbiamente di un ruolo eccessivo, visti gli effetti  negativi che può presentare nel medio-lungo periodo, ma che si è reso necessario per l’incapacità dei governi, tanto negli Usa quanto in Europa, di attuare politiche economiche e fiscali efficaci.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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