La fase di transizione dei BRIC: contraddizioni e sfide

03/04/2014 di Vincenzo Romano

Bric, Sfide ed Economia

BRIC: i protagonisti dell’economia mondiale. Sono ormai passati 13 anni da quando Jim O’Neill, capoeconomista di Goldman Sachs, coniò l’acronimo BRIC per indicare le quattro economie che sarebbero state le indiscusse protagoniste dell’economia mondiale, nel primo decennio del XXI secolo. Con il senno di poi, possiamo senza dubbio affermare che la sua previsione non si distacco troppo dalla realtà. Brasile, Russia, India e, soprattutto Cina, sono diventate economie dalle quali non è più possibile prescindere, come attori geopolitici e del commercio internazionale.

Brics, Paesi EmergentiDietro questo semplice acronimo, vi sono delle nazioni che presentano strutture economiche e politiche molto diverse, nonché numerose contraddizioni al loro stesso interno. Quest’ultimo aspetto è valido per quel che riguarda non soltanto la natura dell’economia dei singoli Paesi, di cui un esempio è la dicotomia tra Paesi esportatori di materie prime, come la Russia e il Brasile, e i Paesi esportatori di manufatti, come la Cina, ma anche e soprattutto in riferimento alle politiche redistributive adottate dai vari governi nazionali per cercare di imporre una perequazione minima tra i vari strati sociali. Si pensi, ad esempio, alle fortissime differenze di reddito esistenti in India ed in Russia, ed in parte anche in Cina e ai tentativi, parzialmente riusciti, del Brasile di adottare politiche che fossero rispondenti all’esigenza di diminuire lo strato di povertà endemico del Paese, con l’adozione di Bolsa Familia).

Le contraddizioni dei modelli di sviluppo. Con la crisi economica del 2007-2008 sono state messe in luce tutte le più intrinseche contraddizioni dei sistemi economici dei BRIC. Questi ultimi, abituati a registrare tassi di crescita impetuosi, hanno dovuto fare i conti con un forte rallentamento dell’attività economica globale, che ha portato le amministrazioni centrali di tali Paesi a mettere in discussione e a riconsiderare i propri modelli di sviluppo, che hanno certamente dato molti frutti nel breve passato, ma che devono essere reimpostati tenendo presente le nuove sfide che la globalizzazione impone di considerare.

Elementi indicativi. La Cina è cresciuta ad un tasso medio del 10% nei trent’anni precedenti la crisi, ma con quest’ultima il suo tasso di crescita si è attestato intorno al 7% annuo, e potrà continuare così ancora per molto, se non verranno implementate le politiche necessarie di ribilanciamento tra investimenti e consumi interni. L’India, dal canto suo, è cresciuta ad un ritmo del 9% nella decade 2001-2011, ma ha fatto registrare un tasso di crescita, nel 2013, del 5%. Gli altri BRIC presentano un quadro molto più negativo: nel 2013 il tasso di crescita della Russia e del Brasile è stato, rispettivamente, del 1.3% e del 2.5%. Due dei quattro Stati BRIC (Brasile ed India) fanno parte del gruppo di Stati che gli investitori considerano come le Cinque Fragili Economie Emergenti (le altre tre sono Sud Africa, Turchia ed Indonesia). Tali cinque economie emergenti condividono le stesse debolezze, in termini di sistemi economici: enormi deficit monetari, grandi deficit fiscali, un tasso di crescita in rapido rallentamento, ed un aumento non secondario dell’inflazione.

Le riforme necessarie. Le ragioni che spiegano tali decrementi nelle performances economiche sono molteplici. Ne analizzeremo alcuni. In primo luogo, la maggioranza di essi hanno implementato, in maniera molto efficace, le c.d. riforme di prima generazione, che hanno permesso di effettuare la transizione delle economie da una condizione nella quale lo Stato era preponderante, ad una condizione di mercato. In seguito, con le riforme di seconda generazione, che prevedevano dei riassetti economici che riguardassero soprattutto le micro imprese ed un rafforzamento dei cicli economici, vi sono state sostanzialmente delle lentezze e delle discrasie molto forti.

Il Capitalismo di Stato come modello di sviluppo. Non solo hanno fallito nell’implementazione di riforme di seconda generazione orientate al funzionamento del mercato, ma molti dei BRICS si sono mossi verso un regime di crescita nel senso di un forte Capitalismo di Stato: un ruolo eccessivo del settore pubblico e delle imprese controllate dallo Stato; banche statali che allocano risparmio privato verso investimenti e credito alle imprese; protezionismo commerciale; nazionalizzazione delle risorse; e via dicendo. Il Capitalismo di Stato può aver funzionato nei primi stadi dello sviluppo nazionale ed anche durante la crisi economica del 2007-2008, ma è ora distorsivo per l’attività economica nonché penalizzante per la crescita potenziale dell’economia nazionale.

Economie export-oriented. Il ciclo delle materie prime sta diventando sempre più insostenibile (per una molteplicità di ragioni). Tale fenomeno colpisce soprattutto i BRIC che sono tra i principali esportatori mondiali (Export oriented): Russia e Brasile (ma anche il Sud Africa). Con il rallentamento economico della Cina, dopo anni di alti prezzi delle commodities (grazie alla forte domanda cinese), questi ultimi saranno destinati lentamente a declinare, colpendo soprattutto le nazioni che hanno fondato la propria crescita sull’esportazione di materie prime.

BRICS, Crisi e sfide delle economie emergentiGli investimenti e la politica monetaria. Durante il boom della passata decade, le macro politiche adottate dai BRIC e dalle altre potenze emergenti hanno portato ad un eccessivo aumento della crescita basata sugli investimenti (esteri ed interni); tale crescita ha portato ad un apprezzamento della moneta di tali Paesi, con molti casi di perdita di competitività, e spesso anche a deficit esterni. Brasile ed India (ed anche Sud Africa) sono stati i Paesi BRIC che più di tutti hanno sofferto tale scelta. Anche la Cina non ne è stata esente, con un forte indebitamento delle amministrazioni pubbliche.

La middle-income Trap. Molti BRIC potrebbero cadere nella middle-income trap: la creazione di solide istituzioni, l’adozione di politiche macroeconomiche appropriate, la mobilitazione dei risparmi in investimenti virtuosi, nonché la giusta riallocazione del fattore lavoro possono portare un’economia da uno stato di basso reddito per-capita ad uno di medio reddito per-capita. Tuttavia, la transizione verso uno stadio di sviluppo completo ed un livello di reddito per-capita elevato è molto più complessa. Invero, l’ultimo studio della Banca Mondiale (il Doing Business Report) afferma che soltanto un numero esiguo di economie emergenti è riuscito a scappare dalla middle-income trap, e che per molte di queste economie sarà ancor più arduo passare dalla fase di medio reddito a quella di reddito superiore.

La difficile transizione. Attuare la transizione significa passare da uno stato di mobilitazione (molto spesso coatta) delle risorse produttive (lavoro e capitali) ad una fase di incremento sostenibile dei fattori che permettono una crescita della produttività stabile. Ciò richiede innovazione, investimenti in nuove tecnologie e nella crescente economia digitale, insieme all’apertura ed il rafforzamento del settore privato. Ricordiamo che l’innovazione richiede non solo un grado di difficoltà molto maggiore per essere raggiunta, ma anche una mobilitazione di risorse molto ingenti, e molto spesso anche una “riconversione” di attività tecnologiche già esistenti (si pensi alla riconversione dell’attività di internet dal militare al civile, tanto per fare l’esempio più noto).

La consapevolezza del cambiamento. Sebbene lo sforzo che i paesi BRIC sono chiamati ad intraprendere a gran voce dalla Comunità Internazionale (USA, UE ed istituzioni finanziarie in primis) sia molto arduo e non privo di ostacoli, è però necessario. Ci troviamo adesso in una fase di transizione che reimposterà totalmente le relazioni economiche internazionali. Proprio per la delicatezza del momento, dobbiamo essere consapevoli che le scelte fatte dalle economie emergenti – che possiamo definitivamente affermare come emerse – avranno un impatto anche sulle nostre economie. I governi di Cina, Russia, India e Brasile, sembrano essere consapevoli del loro ruolo, lo saranno anche i governi occidentali?

 

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Vincenzo Romano

Nasce a Sant'Anastasia, provincia di Napoli, il 2 gennaio del 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all'Università di Napoli Federico II, dove si laurea con una tesi sul modello di sviluppo economico spagnolo. Attualmente è iscritto all'ultimo anno della magistrale in Studi Europei (Corso di laurea in Scienze Politiche dell'Europa e Strategie di sviluppo). Durante il primo anno di specialistica ha partecipato al Programma Erasmus di 6 mesi all'università Paris-Ouest-Nanterre-la-Defense di Parigi. Ha inoltre svolto uno stage di sei mesi presso l'UNESCO.
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