La dittatura dell’onestà

07/04/2016 di Francesca R. Cicetti

L'eredità di Tangentopoli ha condannato ad una ricerca smaniosa di integrità. La classe politica sembra divisa in due schieramenti: onesti e disonesti. Non esistono altri schemi fuori da questo scontro. Non esistono progetti. Se bastasse questo per fare politica, in molti potrebbero governare il Paese. Dovremmo ricordarcene, prima di farci colpire al cuore dalle invettive virtuose di chi lo afferma.

Parlamento Italia

Lo scandalo di Tangentopoli ci ha lasciato un’eredità più onerosa di quanto avremmo mai potuto immaginare. Non pensavamo, nel “Novantadue”, che l’onda lunga della nostra disgrazia politica sarebbe giunta fino ad oggi. O meglio, speravamo in un cambiamento radicale, in una rivoluzione. Qualcosa che alzasse un muro tra noi e gli anni Ottanta. Così abbiamo spazzato via tutto quello che c’era. Tutto, senza distinzione. In cambio delle metafore a base di mele e cioccolatini di Antonio Di Pietro, e di una nuova ventata di onestà.

Onestà. Ha scaricato tutti nella discarica dei colpevoli, condannando il resto a una ricerca smaniosa di integrità. La stagione degli incorruttibili avrebbe dovuto scalzare quella dei corrotti, ripulire il Paese e portare una luce nuova. Ai posteri la sentenza. Quello che conta è lo straordinario desiderio di irreprensibilità nato dalla voglia di avere le Mani Pulite. Il nuovo eroe del popolo è il giusto, l’uomo semplice e onesto che esprime in parole semplici concetti onesti. E li mette in pratica.

Così, essere onesti è diventato un mantra imprescindibile. Essere onesti per essere eletti. E ben venga. Anzi, non c’è nulla di più auspicabile e sacrosanto. Ma certo, come per ogni cosa, la risposta alla corruzione della classe politica non deve eccedere il problema. Per meglio dire: accettiamo l’eredità degli anni di Tangentopoli, ma non lasciamoci trascinare via. O l’inverno del nostro scontento durerà per tutto l’anno.

La classe politica sembra divisa in due schieramenti: onesti e disonesti. Non esistono altri schemi fuori da questo scontro. Non esistono progetti. Non esistono programmi, se non per gli addetti ai lavori. Per tutti gli altri esiste solo l’integrità morale. Non ha idee, ma almeno è onesto. Ha proposto l’obbligo di patatine fritte a ogni pasto, un vaso di gerani su ogni balcone. Ma comunque è una brava persona. È l’unica frattura che conti, l’unica che abbiamo imparato a conoscere.

Forse siamo ben più che giustificati. Cresciuti nel malaffare fin dalla culla, ora ci aggrappiamo a qualsiasi codice etico e morale. Anche se non sostenuto da nessun programma che superi i due punti. Anche se non sostenuto da null’altro di convincente.

Abbiamo un così sorprendente bisogno di integrità da non pensare ad altro. Quasi un obbligo morale di inseguirla, accantonando il resto. Forse nella convinzione che, in un coacervo di politicanti tutti uguali nelle proposte, l’unica differenza possa farla la loro onestà. Largo alle brave persone, alle persone semplici. Come da vent’anni ci sforziamo di fare. Ma se bastasse questo per fare politica, molti cari anzianotti potrebbero abbandonare i bar e governare il paese.

Ci piacerebbe, ma non è così. O meglio, non è solo così. Dovremmo ricordarcene, prima di farci colpire al cuore dalle invettive virtuose di chi lo afferma. Sarebbe bello, ma non basta. La vera disgrazia è essere arrivati a crederlo possibile. In un mondo ideale, l’integrità si affianca a un piano valido, a un programma completo, a una lista di proposte. In un mondo ideale, il candidato che scende in campo non solo è onesto, ma ha anche delle idee solide. Forse dovremo aspettare un’altra Tangentopoli per questa rivoluzione.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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