La discesa politica di Landini in salsa Tsipras

23/02/2015 di Edoardo O. Canavese

Un'intervista sul Fatto Quotidiano conferma le voci di un impegno politico di Landini, suscitando l'entusiasmo della sinistra anti-renziana e filo greca e sollevando critiche nel governo, ma anche nella Cgil.

Perché, prima? – Potrebbe essere la domanda di molti critici che in queste ore commentano le dichiarazioni da “discesa in campo” di Maurizio Landini. Prima, adesso, è segretario del sindacato FIOM. E le prime serate nei salotti tv, i dibattiti, le interviste? Già, Landini in questi mesi è riuscito a costruirsi la fama di leader extraparlamentare anti-sistema (e anti-Renzi). Se a destra c’è Salvini e da qualche parte Grillo, a sinistra c’è lui. Intorno “pluridelusi”, chi dal Pd, chi da Renzi, chi da Vendola, ed intorno sigle, associazioni, una galassia radicale da zero virgola. Tutti in attesa dell’uomo della provvidenza che, da sinistra, costruisca un fronte unitario di opposizione al governo. Tutti in attesa dello Tsipras di noialtri.

Modello greco – È vero, non sono le ore migliori per confrontare Syriza con un eventuale progetto a firma Landini. La sinistra greca vive a pochissime settimane dalla vittoria politica gravi lacerazioni interne, tra i sostenitori dell’accordo europeo e chi dal premier greco si sente tradito. Eppure è a quel modello che la sinistra radicale italiana guarda. Solo il 14 febbraio scorso a Roma 20 mila persone sfilavano per una sinistra nuova, di marca tsiprasiantra, e tra i presenti c’erano Vendola, Fassina e D’Attore, tutti alla ricerca dell’Alexis “made in Italy”. L’obiettivo è una “sinistra sinistra” che rottami la sinistra di governo (come ha fatto il Grecia Syriza coi socialisti del Pasok) e che sappia piacere. E Landini, almeno ai giornalisti, piace.

Leader televisivo – Basterebbe ascoltare i talk show cui il leader Fiom viene invitato, per capire come il giornalismo lo consideri già leader politico. Al punto da sottoporlo a domande della più disparata natura, per esempio sull’intervento in Libia. Un’incoronazione giornalistica cui pare essersi oggi arreso; pur smentendo i toni trionfalistici del Fatto su un suo impegno diretto, conferma la volontà di creare “una coalizione sociale che superi i confini della tradizione rappresentanza sindacale“. In soldoni, un partito, di cui lui, se non fondatore, almeno sia l’ispiratore. A confermare le sue intenzioni sono gli entusiastici, subitanei endorsement piovuti sulla sua discesa. Cui bisogna aggiungere le critiche.

Le reazioni – La sinistra radicale esulta. Landini pare avere le carte per essere un credibile leader di una ennesima, nuova “cosa rossa“. È uomo della società civile, è dentro il mondo del lavoro, quello più duro, in crisi, quello metalmeccanico. Soprattutto si spende bene in televisione. Con Renzi e Salvini è tra i pochissimi a far alzare lo share. È uno dei grandi buchi della sinistra sinistra è capacità di comunicare. Perfino nel Pd qualcuno festeggia: Civati, che si è già detto pronto ad aprire insieme un tavolo di progettazione politica. Ma il segretario Renzi lancia il suo siluro: “Scende in politica perché ha fallito nel sindacato“. E, sorpresa, la posizione della Cgil sulle parole di Landini non dista dal premier: “La FIOM è altra cosa dalla politica” ha tuonato il portavoce della Camusso. Si ripropone un’altra tappa dell’eterna faida a sinistra tra sindacato e partito?

Pericolo “Ingroia” – Ve lo ricordate Ingroia? L’ex pm di Palermo che fondò Rivoluzione Civile, partito con cui si presentò alle politiche 2013? Pare passato un secolo da allora, ma ai tempi pareva il più grande spauracchio per la coalizione di centrosinistra. Anche lui era un uomo novus della società civile, anche lui faceva del radicalismo di sinistra la sua arma anti-sistema. Anche lui, come Landini, disprezzava più il leader di centrosinistra che Berlusconi. Alle elezioni fu un disastro, schiacciato da forze più radicali, che anche oggi non mancano. Il M5S viaggia ancora al 20%, Salvini fa incetta di voti “incazzati” anche a sinistra. Il pericolo è che il margine elettorale sia stretto, e che il sostegno del piccolo Sel e degli altri piccolissimi non basti.

 

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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