La difficile unione politica tra il DDL Cirinnà e Renzi

16/02/2016 di Edoardo O. Canavese

L’approdo al Senato del ddl Cirinnà evidenzia la fragilità del premier sui diritti civili e in particolare sulla stepchild adoption, che Renzi conferma, a rischio di far affondare pure le unioni civili e la sua stessa leadership.

Eravamo abituati ad immaginarli come un blocco granitico che sostenesse il busto del leader, nei momenti di gloria come nelle congiunture negativi. Pare invece che i renziani abbiano trovato un terreno di scontro interno, quello dei diritti civili. Il ddl Cirinnà, che introduce la regolamentazione delle unioni civili e estende la stepchild adoption anche alle coppie gay, entra infatti nella sua fase finale, prospettando una vera e propria resa dei conti all’interno dei partiti. Da destra a sinistra, da Forza Italia al Pd le minoranze interne promettono battaglia rispetto alle direttive dei vertici. E tra le tante opposizioni interne c’è pure quella dei renziani cattodem. Cattolici di estrazione popolare, ostili alla stepchild adoption. Da martedì in Senato sono in discussione gli emendamenti sul ddl che i cattodem, con la compiacenza di destra, centrodestra e pure qualche grillino, sperano di usare per disinnescare l’istituto sull’adozione estesa alle coppie gay. Renzi, onde evitare ulteriori stop al Cirinnà, ha tentato di congelarlo attraverso il “supercanguro”, artificio parlamentare che casserebbe la maggior parte delle proposte di modifica al ddl.

Democratici contro democratici, renziani contro renziani. A sostegno del Cirinnà il grosso del partito, contro la stepchild adoption una minoranza cui, nel segreto del voto, possono unirsi nemici interni di Renzi. Rosa Maria Di Giorgi è la più importante esponente dell’opposizione interna al Pd, non solo perché cattolica, ma soprattutto perché ex assessore all’Educazione di Firenze durante l’amministrazione di Renzi. Figura emblematica dello scontro intestino che scuote il partito di maggioranza, si dice d’accordo sulle unioni civili, ma invoca prudenza sulla stepchild adoption. “Modificherebbe la disciplina delle adozioni in Italia” denuncia, chiedendo che questo punto del ddl Cirinnà sia rivisto e slegato dal disegno sulle unioni civili. Renzi ha dato mandato di conservare entrambi i punti di cui il disegno di legge si compone, cercando di superare la contrapposizione interna e di piegare la dissidenza dei cattodem, limitandoli magari col sostegno di Sel e dei più del M5S.

Renzi ha promesso che il 2016 sarebbe stato l’anno dei diritti civili. La dichiarazione arriva a quasi dieci anni di distanza dalla sua partecipazione al Family Day del 2007, quando protestò contro i Dico di Prodi e Bindi; come il Professore, anch’egli oggi rischia di umiliare il Governo e soprattutto il partito che dirige di fronte al rischio concreto che il Cirinnà sia sconfitto. Peggio, di scontentare tutti se dovesse essere azzoppato. Ad oggi pochi dubbi ci sarebbero sull’approvazione del Parlamento alle unioni civili, se non fossero legate dal premier alla stepchild adoption. Renzi al solito si gioca il tutto per tutto, in questo caso ben individuando il limite oltre il quale non potersi spingere. Perché se è vero che il ddl servirà nel corso dell’anno a mostrarsi più forti di fronte all’elettorato, chiamato alle urne per le amministrative e per esprimersi sulla riforma del Senato (il quale peraltro sta dando discutibile immagine di sé in questo passaggio legislativo), l’approvazione del Cirinnà rischierebbe di indebolire la maggioranza: e non tanto per un eventuale sfilarsi di Ncd, che non dubitiamo troppo comodo al governo, ma per l’ampliarsi di crepe nel Pd, anche tra i renziani.

Il luciferino vicolo in cui il governo si è infilato fotografa la discrepanza che intercorre tra il paese reale e il Parlamento eletto nel 2013. Dal punto di vista ideologico le forze moderate prevalgono, a causa della forte componente conservatrice anche dentro al Pd. Politicamente parlando, il vento nuovo che si prospettava con l’invasione grillina ha lasciato spazio alla più bieca contrapposizione, tant’è che il supercanguro che avrebbe facilitato la sopravvivenza del ddl Cirinnà così com’è, è stato rifiutato dal M5S. Il Pd di Renzi e della Cirinnà, quello che per convenienza o per giustizia civile vuole elevare l’Italia al rango di nazione occidentalizzata anche su questo versante, resta quindi sempre più solo a combattere una battaglia che, comunque vada, rischia di logorarlo, nella capacità di governare e nelle urne.

La sensazione è che il ddl Cirinnà costituisca uno snodo vitale per la leadership di Renzi. L’aria di congresso permanente che si respira dentro il Pd fin dal 2012 tra le diverse anime del partito sembra essere ad una svolta, in cui si oppongono riformisti e conservatori, con Renzi all’inizio arbitro, e oggi tifoso, a costo di rimetterci l’osso del collo. Se il ddl Cirinnà fosse snaturato alle amministrative l’elettorato progressista potrebbe allontanarsi dal Pd, e in occasione del referendum cassare la riforma renziana per eccellenza, quella del Senato, determinando la fine politica del presidente del Consiglio. L’interrogativo che ci si pone è se non fosse il caso di limitarsi a monte alle unioni civili, sebbene la norma sulla stepchild adoption sia quanto di più moderato si possa pensare in materia. Nel tentativo, fallito o riuscito che sarà, di fare bottino pieno non solo si corre il rischio che l’esecutivo si infiacchisca e che il Pd perdi leadership politica e bussola riformista: il pericolo è che il Paese resti ostaggio di una politica minoritaria reazionaria e calcolatrice.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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