Deindustrializzazione italiana, cronaca di una morte annunciata

30/09/2013 di Giovanni Caccavello

Nessun complotto tra Francia e Germania. Mancanza di piani nazionali industriali, mala politica e un sistema capitalistico malato sono le vere cause del declino economico dell'Italia

Deindustrializzazione

Capitalismo malato – La crisi italiana va ben al di là della crisi finanziaria globale scoppiata negli Stati Uniti nella primavera 2007. Le sue radici non sono da ricercarsi nell’introduzione dell’Euro né, tantomeno, in qualcuna di quelle teorie complottiste che vedono l’introduzione della moneta unica come un tacito accordo tra Francia e Germania per rallentare la crescita italiana. La vera ragione del declino economico dell’Italia è dovuta alla mancanza, da più di vent’anni a questa parte, di una pianificazione industriale a livello nazionale, di una politica seria, coraggiosa e trasparente a cui si aggiunge un sistema capitalistico malato che (come scrissi qui) è portatore di moltissime anomalie ed asimmetrie economiche, oramai croniche nel sistema Italia.

DeindustrializzazineDe-industrializzazione – Nonostante molte date possano essere prese in considerazione, nel corso di questa nostra analisi il nostro punto di riferimento è il 2007. Secondo un rapporto pubblicato dalla Commissione dell’Unione Europea sulla competitività industriale, dal 2007 al 2012, l’Italia ha perso 20 punti percentuali nell’indice di produzione industriale e, con riferimento alla produttività ha perso molte posizioni anche rispetto a paesi economicamente più deboli come, un esempio su tutti, la Grecia. Tale rapporto lascia inoltre intendere molto facilmente come, senza riforme strutturali, la posizione industriale della Penisola sia destinata solo a peggiorare.

Nel corso del 2013, si è raggiunto il record di aziende chiuse per fallimento. Secondo gli ultimi dati a disposizione ed analizzati da Cerved, nel corso del primo trimestre del 2013, infatti, sono stati avviate circa 3.500 pratiche di fallimento, circa il 12% in più rispetto al 2012. Si registra una richiesta di procedure maggiore al Nord (+19% in generale) rispetto al centro Italia (+9%) e al Sud e alle Isole (+3%). Se nel 2012 i fallimenti furono 12.442, il 2013 si prospetta un anno ancora peggiore, dato che, solo tra Gennaio e Aprile, si sono contate 4.218 chiusure di attività (il trend annuale aggregato, se confermato, chiuderà il 2013 cn 16.000 aziende fallite). Dal 2009, preso come anno zero dalle statistiche a disposizione, le aziende italiane che hanno chiuso sono 45.280.

Bye Bye Made in Italy” – Per capire in modo semplice il perché di tutto ciò basta prendere in considerazione tutte le aziende che, nel corso di questi ultimi anni, sono state acquistate da concorrenti internazionali. Star, Carapelli, Bertolli e Riso Scotti sono state comprate da aziende alimentari Spagnole. Gancia è passata in mano Russa mentre, sempre per rimanere in ambito culinario, Parmalat, Galvani, Locatelli ed Invernizzi sono state una dopo l’altra acquistate da compagnie Francesi. Passando poi alla moda, mondo che ha fatto grande il made in Italy, compagnie come LoroPiana, Gucci, Bulgari e Fendi sono state comprate da concorrenti Francesi, mentre “Valentino” è passato in mano ad alcuni sceicchi del Qatar. Da non dimenticare, poi, altri nomi importanti dell’industria italiana, come Baci Perugina e Buitoni, oggi di proprietà Nestlè (Svizzera) e Fiorucci (Spagna). Quanto accaduto negli ultimi giorni, con Alitalia (che diventerà presto, con sei anni di ritardo, proprietà del duo Air France-KLM), e Telecom, è cosa nota a tutti.

Di chi è la colpa? – Questi anni di svendita sono stati un colpo basso per l’economia del Paese, già provato da due decenni “horribilis”, nei quali è rimasto impassibile ad osservare il disfacimento della sua struttura industriale, mentre, la politica, era caratterizzata dalla continua guerra tra il centro destra e il centrosinista. Incapace, il primo, di attuare la tanto annunciata rivoluzione liberale; altrettanto imbarazzante, il secondo, nel portare a termine qualcosa di sinistra, o anche solo qualcosa di nuovo. Il problema della deindustrializzazione non è, quindi, da ricercarsi nello “straniero”, ma è da attribuirsi in primis a noi stessi. Nel corso di questi ultimi decenni, infatti, moltissimi imprenditori sono stati capaci di fare investimenti ed essere innovativi, malgrado l’ambiente economico e politico ostile; ed è proprio qui il punto. Il problema maggiore è interno ai nostri confini, rappresentato proprio da una politica capace di trasformato il Paese in una giungla burocratica, in una terra di tassazione abnorme, in un paese anti-meritocratico, capace di premiare il nepotismo, gli indulti, i condoni, la concorrenza sleale piuttosto che le capacità,  e che considera la competitività industriale come un male da combattere.

La via è segnata –  Senza riforme, per tornare a quello che accennava il rapporto della Commissione UE, la produzione, la competitività e la produttività delle industrie sarà destinata a diminuire sempre più, lasciando gli italiani e l’Italia sempre più poveri, nonchè emarginati dall’Europa che conta. Non è dunque una questione di Germania, di agenzie di rating o di Euro ma è un problema anche e soprattutto interno al nostro Paese. Fin quando tematiche come l’evasione fiscale, la corruzione, la pressione fiscale, la dismissione di parte patrimonio pubblico mobiliare ed immobiliare e i tagli alla spese inefficienti rimarranno argomenti quasi unicamente di propaganda, non potremo aspettarci molto di meglio. Fino a quando non capiremo quanto le regole siano e debbano essere davvero uguali per tutti,  e che siamo noi i primi responsabili del nostro declino, non ha senso cercare stupidi espedienti e scuse, capaci solo di ritardare il momento in cui dovremo affrontare la realtà. Come cita un vecchio detto, prima di incolpare qualcun altro o di gridare al complotto, sarebbe meglio lavare i propri panni sporchi in casa.

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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