La cultura dell’infibulazione

20/03/2015 di Isabella Iagrosso

Una pratica culturale ancora diffusissima, che non risparmia, ogni anno, 5000 donne in Italia. Qualcuno, addirittura, la difende nel nome del multiculturalismo. Ma alimentare, giustificare o difendere in nome di una diversità culturale fenomeni di questo tipo, non rende il mondo più ricco culturalmente. Al contrario non fa che impoverirlo, moralmente.

Infibulazione

L’infibulazione è uno dei numerosi di tipi di mutilazione genitale femminile e consiste nell’asportazione del clitoride, le piccole labbra e parte delle grandi labbra. Il tutto poi viene ricucito in modo da lasciare un piccolo foro appena necessario per la fuoriuscita delle urine e del sangue mestruale. Tale pratica, ovviamente, è spesso causa di infezioni e altri generi di malattie, nonché di un aumento della mortalità infantile durante i parti.

Non è un fenomeno molto noto in Occidente, nonostante sia presente e radicato moltissimo in Europa. Spesso, e soprattutto ultimamente, questa pratica viene associata all’Islam, anche se nei paesi arabi si sta diffondendo solo recentemente. Il fenomeno dell’infibulazione infatti ha origini che esulano completamente dalla sfera religiosa, trovando invece fondamento nelle tradizioni culturali. È praticata per lo più in Africa e alcuni paesi del Medio Oriente, ma casi di infibulazione sono presenti in gran numero, come già detto, anche in Europa e in Occidente. In Italia si stima che siano circa 5000 le donne infibulate ogni anno, donne italiane, cristiane, anche se di origine straniera.

Il fenomeno, dunque, è prettamente culturale e deriva da una tradizione passata che perpetua il mito della donna impura per natura, che solo tramite una sorta di ‘castrazione’ può essere riportata al ruolo che le è proprio. Casta e inviolata, delicata e sottomessa. Maggiormente visibile è la cicatrice, maggiore prestigio assume la ragazza, anche se si dovrebbe parlare più appropriatamente di bambine, infatti l’età idonea per essere infibulate è considerata dai 5 ai 15 anni, per poter poi andare in sposa al proprio promesso marito. Sarà proprio quest’ultimo a ‘scucire’ la cicatrice, in alcuni casi tagliando, in altri direttamente attraverso l’atto sessuale.

Per comprendere fino in fondo, è necessario ascoltare ciò che dicono le donne che lo hanno subito in prima persona. Tutte raccontano di essere state molto felici il giorno in cui sono state portate nel luogo per essere operate. Amina racconta nel libro “Infibulazione: il corpo violato” di Carla Pasquinelli che “le altre bambine ti inseguono e ti dicono puttana. Allora tu devi rispondere ‘io non sono una puttana’, ti tiri su le gonne e lo fai vedere” Non solo le bambine, condizionate dall’ambiente sociale, ma anche le madri, per assicurare alle loro figlie una vita dignitosa, vogliono che esse siano infibulate. Raccontano come sia angosciante per loro sottoporre le figlie ad un’operazione del genere sapendo il dolore che comporta. Ciononostante è necessario per consentire loro l’accesso in società.

Marium paral della di come si sia opposta alla decisione della famiglia di non consentire la pratica. “Alla mia età tutte le mie amiche erano infibulate e io mi vergognavo a dire che non lo ero. Raccontavano cose meravigliose: i regali, i gioielli, che i parenti ti venivano a trovare e ti coccolavano. (..) Avevo paura che le mie amiche mi scoprissero, mi prendessero in giro.” Fatima invece esprime così la sua sofferenza: “La mamma è scappata perchè non voleva sentire i nostri pianti. Mi hanno messo su un tavolo grande nuda mentre tre donne mi tenevano le mani ed i piedi legati. (..) E’ stata una sofferenza continua per sette giorni, sono stata legata per 14 giorni. (…) Mamma e papà una volta guarite ci hanno fatto dei regalini, ho avuto un paio di orecchini d’oro. Ma con quello che ho avuto, non basterebbero gli oreccchini, né tutto l’oro del mondo.”

Tanti sono coloro che difendono l’infibulazione come libera esternazione di un costume. Sostengono come, essendo un fenomeno culturale, sia ingiusto entrare nel merito delle tradizioni altrui. La teoria filosofica del multiculturalismo, ad esempio, tende a vedere il mondo non come un tutt’uno formato da singoli individui, ma come nettamente definito in singole comunità che hanno appunto ‘culture’ differenti, tra loro incomunicabili; ciò che resterebbe allora da fare è accettare la realtà per quella che è, e non dare giudizi morali su un qualcosa che non possiamo capire, dall’alto di un diverso – ma non migliore – modo di concepire le cose. Senza dubbio il riconoscimento e l’accettazione della diversità sono un valore, ma non bisogna dimenticarsi mai di prendere una posizione verso fenomeni che travalicano certi limiti universalmente riconosciuti come tali. Prendere posizione non vuol dire per forza assegnare un criterio morale ad ogni cosa, bensì significa dare un significato alla realtà, rendersi conto di cosa sia la pratica dell’infibulazione e che alimentare, giustificare o difendere in nome di una diversità culturale fenomeni di questo tipo, non rende il mondo più ricco culturalmente. Al contrario non fa che impoverirlo, moralmente.

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Isabella Iagrosso

Nasce a roma il 19/03/1994, iscritta alla facoltà di scienze politiche della Luiss Guido Carli. Appassionata di viaggi e di culture straniere. Da sempre coltiva l'interesse per tutto ciò che riguarda l'estero e le relazioni internazionali
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