La crociata del clericalismo contro stato di diritto (e dei diritti)

03/02/2016 di Edoardo O. Canavese

Lo scenario è quello di un clericalismo indebolito, lasciato solo dal Papa, ma ancora ben rappresentato da organizzazioni bianche e esponenti politici. Si rinnova la battaglia contro uno Stato laico e libero di elargire diritti, in nome della pretestuosa superiorità morale cattolica.

Vaticano

Due milioni, in tanti si sono contati i sopraggiunti sabato scorso al Circo Massimo per il Family Day. Come dai più rilevato, la cifra è talmente irreale da poterla liquidare con leggerezza. In verità il dato fornito dagli organizzatori della manifestazione racconta molto del contatto con la realtà che hanno gli avversari del ddl Cirinnà: pressoché nullo. Come si millantano (e forse si rimpiangono) adunate oceaniche, così una sempre più piccola, ma ancora molto influente minoranza italiana si ostina ad asserragliarsi nel fortino del clericalismo conservatore impedendo allo Stato italiano di adeguarsi al resto delle democrazie occidentali per quel che riguarda le unioni civili ma soprattutto ostacolando la regolamentazione di situazioni sociali (convivenza tra coppie etero o gay) già diffuse ed impossibilitate a godere di quella serenità che solo la concessione dei diritti può garantire loro.

L’assunto del popolo del Family Day è che l’unica famiglia degna di tale nome sia quella composta da uomo e donna e figli, perché la sola ad essere fonte naturale di vita. Il tentativo del Parlamento di legiferare in materia appare quindi immorale, perché in contrasto con la morale cattolica, e addirittura incostituzionale: nel 2010 infatti la Corte suprema si pronunciò contro il riconoscimento delle coppie omosessuali come “famiglia”, in quanto la Carta all’articolo 29 sostiene come questa sia fondato sul matrimonio. La battaglia si fa ideologica e politica, in un certo senso laica. Le grandi organizzazioni ecclesiali invitate, come CL e i Focolari, hanno declinato in gran parte l’invito. C’erano piuttosto alcuni loro esponenti, singole personalità che contro le unioni civili hanno costruito la propria immagine pubblica (Mario Adinolfi in testa), tante famiglie e tanti politici con tante famiglie. Lobbisti, chi più chi meno consapevolmente, del clericalismo italiano nel suo lungo autunno.

Nella cartina europea del riconoscimento delle coppie dello stesso sesso l’Italia appare come un grande buco bianco, spiegato dalla legenda come privo di alcun riconoscimento. Non sono molti i paesi del continente nella stessa condizione, e quasi tutti appartengono all’Europa Orientale. Non è un caso. Come Romania, Bosnia, Albania e molti altri stati satelliti dell’Unione Sovietica in cui oggi le unioni civili sono incostituzionali, così l’Italia fino agli anni ’90 è stata balcanizzata da un partito-Chiesa, che per organizzazione le somigliasse e che inoltre perseguisse gli interessi. Divorzio, interruzione della gravidanza, battaglie assunte dalla Dc soprattutto per le pressioni in tal senso esercitate dal corpo ecclesiastico. Con il crollo Dc, la Chiesa ha trovato in una nuova destra conservatrice l’interlocutore privilegiato per le proprie battaglie divenute, in una società italiana, come mondiale, sempre più tesa ad evolvere i propri costumi e a liberarsi dai gioghi ideologici ed culturali, sempre più corsa alla sopravvivenza. Le chiese riformate aprivano le porte alle legislazioni liberali degli Stati, quella cattolica si aggrappava a pontefici conservatori (Benedetto XVI) se non reazionari (Giovanni Paolo II) e ad un clero disabituato a mettere in discussione la propria politica dogmatica.

La supremazia ideologica che il clericalismo ha provveduto a coltivare negli ultimi cinquant’anni ha fatto leva sullo speciale rapporto creatosi non solo in politica, ma anche con gruppi organizzati, CL, Focolari, Neocatecumeni, espressione di un laicato attivo, battagliero dell’interesse dottrinale del Vaticano. Oggi tuttavia la piazza clericale perde un alleato determinante, il Papa. Francesco durante l’angelus di domenica non ha citato il popolo del Circo Massimo, né d’altra parte Francesco gode del sostegno del Family Day. Non solo il pontefice ha sempre evitato ogni giudizio sul tema dell’omosessualità, aggirando trappole in cui piombarono nel recente passato vescovi e sacerdoti italiani, ma ha adottato una linea anti-politicista. La Chiesa, nella persona del papa, non interferisce con i poteri sovrani dello Stato. Quando ancora vescovo di Buenos Aires, Francesco aveva condotto una battaglia contro le unioni civili, venendo riconosciuto come avversario del promotore Nestor Kirchner dal quale fu infine duramente sconfitto; l’episodio l’avrebbe convinto ad evitare ogni futura interferenza del potere religioso nei confronti di quello politico.

Oggi il clericalismo è sovrarappresentato in politica. Se è vero che l’Italia è un paese tradizionalmente moderato, tuttavia la crisi di vocazione e fede che caratterizzano il nostro tempo non giustificano il potere lobbistico che gruppi di pressione parlamentare, economica, editoriale esercitano sulla libertà legislativa dello Stato sovrano e laico. I banditori della crociata contro il ddl Cirinnà vi vedono un attacco alla famiglia, al tradizionalismo matrimoniale, alla crescita dei bambini coinvolti nella nuova, assai ristrettiva, formula adottiva; si tratta di proteste pretestuose, perché si regolamenta l’aspetto giuridico dell’unione, non quello etico né tanto meno quello religioso, e perché il vagheggiato diritto dei bambini ad avere un padre ed una madre dovrebbe quindi essere imposto anche a quelle famiglie, giuridicamente riconosciute, in cui pure un genitore manca. Ncd si fa alfiere in Parlamento degli interessi del Family Day, anche se è pronto ad accettare le unioni civili se fosse ritirata la parte del ddl relativa alle adozioni. Forza Italia si presenta in ordine sparso. Solo la destra estrema, Lega Nord e FdI, si mostrano compattamente ostili. Il clericalismo si indebolisce, la piazza si radicalizza e guarda sempre più all’intransigenza reazionaria del montante lepenismo.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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