La crisi non è finita: una nuova bolla a Wall Street

22/09/2013 di Alberto Monteverdi

Wall Street è inflazionata come non mai, vicino lo scoppio di una nuova bolla e il replicarsi di una situazione simile a quella del 2008?

Bolla e liquidità, mercati drogati

Quantitative Easing, questo sconosciuto – Quantitative easing (QE), ovvero acquisto di titoli di Stato e altri bond da parte delle banche centrali, e conseguente iniezione nell’economia di moneta fresca di stampa. E’ questo il meccanismo adottato dalla Federal Reserve (FED) in risposta alla crisi finanziaria a partire dal novembre 2008, in tre tornate (QE1, QE2, QE3), per un totale di quasi 3 mila miliardi di dollari. Non era mai accaduto che una Banca centrale immettesse nel sistema così tanta moneta e per un periodo tanto prolungato. Il QE3 attualmente in corso prevede che la Federal Reserve acquisti dalle banche private bond legati ai mutui e titoli del Tesoro (Treasury) per un valore di 85 miliardi di dollari al mese. Le banche, felici di liberarsi di tali titoli, incassano nuova liquidità che in linea di principio dovrebbero poi girare a imprese e famiglie, facilitando così la ripresa economica e la riduzione della disoccupazione.

Lotta alla disoccupazione? Un’illusione – L’obiettivo (target) dichiarato da Bernanke è proprio la riduzione della disoccupazione sotto la soglia del 7%. Negli ultimi anni la disoccupazione effettivamente si è ridotta, dal 10% del 2009 al 7,3 di oggi, ma è un’illusione. Il calo dei disoccupati non si deve all’aumento dei posti di lavoro creati dall’economia bensì alla riduzione della forza lavoro, attestata oggi al 63,2%, il livello più basso dal 1978, due punti e mezzo in meno al 2008. Calo della forza lavoro (forza lavoro = occupati + coloro che cercano un impiego) dovuto al pensionamento della generazione dei baby-boomers e all’aumento degli scoraggiati, cioè di coloro che, nonostante siano senza impiego, non ne cercano uno. Una prova è il numero di americani fuori dal mercato del lavoro, aumentato negli ultimi 5 anni di 11 milioni. Nel complesso, da fine 2008 a oggi, i 3 mila miliardi di dollari iniettati dalla FED hanno creato soltanto 70 mila posti di lavoro netti, in un paese di 300 milioni di persone. Una barzelletta.

Wall Street inflazionata – Quando c’è una recessione, le autorità monetarie credono che immissioni di moneta provochino un aumento della domanda di beni e quindi della spesa aggregata. Ma non è così: l’espansione dell’aggregato monetario non crea ricchezza netta, anzi il suo esito è la svalutazione della moneta, quindi inflazione, il che equivale a una riduzione del potere di acquisto e dunque della ricchezza. E’ questa la teoria quantitativa della moneta. A partire dal 2008 tutte le principali banche centrali a livello mondiale hanno iniettato liquidità nel sistema, alcune come la Banca d’Inghilterra e la BOJ con strumenti simili al QE americano, altre come la BCE attraverso i programmi LTRO di finanziamento alle banche. Così la quantità di moneta a livello mondiale è cresciuta di oltre 20 mila miliardi di dollari, di pari passo con l’aumento del debito pubblico ma in sproporzione all’espansione delle economie. Se l’aggregato monetario si espande più velocemente di quello dei beni e servizi (ovvero dell’economia), la moneta abbonda e i beni sono scarsi, dunque la prima si deprezza e i secondi si apprezzano: questa è l’inflazione. Tuttavia affinché l’inflazione si manifesti nell’economia reale la moneta deve essere effettivamente spesa nell’acquisto di beni e servizi. La moneta infatti può essere utilizzata per acquistare altro, cioè strumenti finanziari. Questo spiega perché fino ad oggi i programmi di espansione monetaria attuati dalle banche centrali non hanno generato inflazione nell’economia: perché la nuova liquidità si è incanalata nel settore finanziario. Il credito erogato ai sistemi bancari è stato speso sul mercato dei titoli nell’acquisto di azioni e obbligazioni ed è lì che ha generato un aumento dei prezzi. Per questo ci troviamo in una situazione di deflazione nell’economia reale e di inflazione a Wall Street.

Stati Uniti, indicatori e derivati
Dati in miliardi di dollari. Fonte: Il Sole 24 Ore, Bloomberg, The Economist, Flow of Funds, Bri

La nuova bolla – Le istituzioni bancarie, dirottando la liquidità proveniente dalle banche centrali verso l’acquisto di strumenti finanziari, hanno impedito il generarsi di elevata inflazione nell’economia reale, ma anche prodotto eccessiva euforia nelle borse. Negli ultimi 5 anni, mentre l’economia americana è cresciuta soltanto del 10%, gli indici azionari hanno raggiunto i massimi storici: S&P 500 oltre i 1700 punti (+ 100% in 5 anni), il Dow Jones a 16 mila punti (il doppio di fine 2008), e il Nasdaq oltre i 3800 punti (stesso livello di fine 2000, quando scoppiò la bolla di internet). Anche il mercato obbligazionario ha brindato: i titoli di Stato decennali Usa (oggetto di acquisti da parte della FED) hanno ridotto i rendimenti dal 4% del novembre 2008 fino a un minimo dell’1,39% raggiunto a maggio 2013, le obbligazioni delle aziende americane ad alto rischio nel novembre 2008 pagavano quasi il 16%, mentre oggi rendono il 5%. Nel frattempo il “mostro” della crisi, i derivati, è tornato più forte di prima: le banche sono tornate a fabbricare strumenti sintetici, il cui ammontare oggi è superiore a quello che nel 2008 generò la crisi. Nel complesso la finanza globale vale oltre 700 mila miliardi di dollari, dieci volta il Pil, più che nel 2007. La finanza festeggia, mentre i fondamentali dell’economia reale peggiorano.

Mercati tossicodipendenti – Oggi l’andamento delle borse non ha nulla a che vedere con quello dell’economia perché il settore finanziario è inflazionato dalla liquidità immessa dalle banche centrali. La moneta della FED e dalle altre banche centrali ha creato una nuova enorme bolla finanziaria. A testimonianza di questo vi è il comportamento schizofrenico dei mercati alle parole di Bernanke. Quando nel maggio scorso il Governatore fece capire che si andava verso una riduzione del QE (operazione conosciuta come “tapering”) a Wall Street è iniziato un primo deflusso di capitali e si è assistito a un aumento dei tassi d’interesse: il rendimento dei titoli di Stato decennali americani è più che raddoppiato (da 1,39 di maggio al 2,93% di settembre), i tassi medi sui mutui sono saliti di un punto, così come di un punto sono saliti i tassi applicati ai finanziamenti alle aziende.  I mercati sono ormai strettamente legati alla liquidità immessa dalla FED: come tossicodipendenti si deprimono quando temono che venga a mancare l’”eroina monetaria”, e si fanno euforici quando se la vedono iniettata. Questo spiega perché Bernanke si ostini a prolungare il QE: è consapevole di come la ripresa Usa sia debole e squilibrata, legata all’andamento di Wall Street e a quello dei titoli di Stato. In particolare al rendimento dei Treasury si legano i tassi d’interesse applicati ai mutui e quelli sui finanziamenti aziendali. L’aumento dei tassi metterebbe in difficoltà coloro che hanno ottenuto credito, rendendo più difficoltosa la solvibilità di imprese e famiglie verso il sistema bancario e ponendo fine ai sogni di ripresa.

Indice S&P
Indice storico S&P 500 1990-2013, fonte: cresme.it. Da novembre 2008, quando la FED avviò i QE, l’indice ha guadagnato circa il 100%, toccando il nuovo massimo storico oltre i 1700 punti. Ai due precedenti massimi storici del XXI secolo, nel 2000 (1527 punti) e a fine 2007 (1561 punti), seguirono lo scoppio di altrettante drammatiche bolle finanziarie: quella della new economy e quella dei mutui subprime. Entrambe le bolle furono precedute da politiche monetarie espansive della FED (guidata in quel periodo da Alan Greenspan, durante le amministrazioni Clinton e Bush)

Reazione a catena? – Quando lo scorso 18 settembre il Consiglio della FED ha rimandato il tapering, confermando l’immissione di liquidità, i mercati hanno corso verso nuovi massimi e i tassi d’interesse si sono immediatamente ridotti.  Ulteriore conferma di quanto la salute dei mercati finanziari sia compromessa dalla “droga” monetaria. La crescita dei prezzi dei titoli non corrisponde al loro valore intrinseco, non rappresenta aumenti di produzione e incrementi di reddittività, non dipende da aspettative di ripresa dell’economia reale, è solo pura inflazione. Più la FED continuerà con gli stimoli monetari nell’intenzione di assorbire l’offerta di debito pubblico e mantenere artificialmente bassi i tassi d’interesse, più la bolla di Wall Street si gonfierà. Il dramma si avrà quando la bolla scoppierà e gli indici vireranno verso il basso. A quel punto l’effetto ricchezza svanirà, l’inflazione uscirà dal cilindro finanziario e si propagherà nell’economia reale ponendo fine all’incantesimo.

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Alberto Monteverdi

Nasce nel bresciano a fine anni ’80, fin da giovane sviluppa una passione per le tematiche politico-economiche. A 18 anni è finalista al “Management Game” di Confindustria Lombardia. Dopo il diploma in Ragioneria si laurea con Lode in “Aziende, Mercati e Istituzioni” presso l’Università degli Studi di Parma. Quindi la Laurea Magistrale con Lode e Speciale Menzione presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università LUISS Guido Carli di Roma con una Tesi relativa alla crisi europea dei debiti sovrani e all’assetto di governance economica dell’Eurozona, poi pubblicata. Nominato Cultore della Materia presso la medesima Università, oggi frequenta corsi Post Laurea nel campo del diritto e dell’economia europea.
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