La crisi del bipartitismo nell’Europa italianizzata

22/12/2015 di Edoardo O. Canavese

Spagna, Francia e Inghilterra: finora oasi di stabilità politica, oggi vittime del frazionarsi e del radicalizzarsi dell’opinione pubblica. I populisti vengono premiati per punire i partiti tradizionali, i quali rincorrono i nuovi estremismi accentuando la recrudescenza politica cui è oggi condannato il cittadino sempre meno europeo.

Il bipartitismo è il sogno e il rimpianto politico che la classe dirigente italiana ha, a targhe alterne, invidiato ai colleghi europei. Cristiano-democratici contro socialdemocratici in Germania, conservatori contro laburisti in Regno Unito, repubblicani contro socialisti in Francia e popolari contro socialisti in Spagna. Sistemi solidi, all’insegna dell’alternanza e della stabilità. In casa italiana non sono mancati i tentativi di emulare la lezione altrui: dalla promulgazione della legge truffa, con cui la politica italiana si condannò a 40 anni di accordicchi e crisi di governo, solo oggi ci si può dire vicini alla nascita di un modello di tripolarismo sì, ma stabilizzato. Un tripolarismo peraltro pericoloso, perché fondato su un centrosinistra, un centrodestra a forti tinte populiste ed un grande partito populista che può agguantare la guida del potere grazie all’Italicum. L’Europa occidentale pare invece assistere impreparata alla crisi di un sistema che affonda le proprie radici nella palude del perversante populismo.

Escludendo la Germania, dove solo il sistema proporzionale ha impedito che il cartello CDU/CSU di Angela Merkel governasse in solitaria in luogo del suo 45%, a Londra, Parigi e a Madrid le elezioni nazionali sono destinate a lasciare in eredità parlamenti forse governabili, ma piazze ed elettorati difficilmente accontentabili. La cattiva capacità di affrontare le nuove, gravi sfide del millennio, quali terrorismo, crisi economica, crisi ideologica, immigrazione, dimostrata dai partiti tradizionali ha permesso la nascita, il radicamento e infine l’esplosione di partiti di stampo populista, di destra come di sinistra. L’uomo europeo, reso orfano di riferimenti civili e sociali dalla crisi ideologica post-guerra fredda e dalla miopia di un’Unione continentale attenta soprattutto ai freddi conti pubblici, ha trovato nel populismo non una risposta, ma uno sfogatoio di fronte al percepito disinteresse dei partiti nei loro confronti.

Il , non ha colore, ma è espressione principalmente di due sentimenti: anti-islamismo e anti-europeismo. Si è fatto leva da un lato sull’emozione suscitata dalla percezione, talvolta distorta, di una società nazionale ostaggio dei migranti dal punto di vista culturale e sociale, e dall’altro non tanto sull’incapacità dell’Europa di porre freno alla crisi economica, quanto sulla sensazione di inasprirne gli effetti. Di qui abbiamo assistito all’assunzione di temi e toni inusuali per la moderata politica tradizionale da parte di soggetti nuovi e anti-sistemici, e al contempo allo sviluppo del voto di protesta, attraverso il quale l’elettorato decide di punire i partiti tradizionali premiando i soggetti populisti, pur non condividendone in fondo la radicalità. Ma è la terza conseguenza la più pericolosa, di cui già abbiamo testimonianza: l’assunzione da parte dei partiti tradizionali della propaganda populista.

A Londra, dopo il trionfo delle europee, il nazionalista Ukip di Farage ha incassato un modesto 12% alle elezioni generali del maggio scorso. Improbabile supporre che dopo un anno l’elettorato inglese si sia rabbonito, e infatti il tonfo nazionalista si spiega alla luce di una campagna elettorale del premier Cameron all’insegna dell’euroscetticismo e dell’insofferenza per il multiculturalismo del Regno Unito. I conservatori, partito tradizionale, hanno quindi intercettato i voti di chi aveva preferito Farage. La risposta labourista al disastro delle elezioni europee e generali è stata l’investitura di Jeremy Corbyn quale nuovo segretario, radicale di sinistra con accenni di antiamericanismo e pure antieuropeismo. In Spagna sono nati due populismi paralleli ai due partiti tradizionali, Podemos a sinistra dei socialisti e Ciudadanos a destra dei popolari. In Francia si punta ad un ulteriore rafforzamento del sistema repubblicano in senso autoritario.

L’Italia, che come detto naviga verso un tripolarismo stabile, qualcosa a questa strana Europa italianizzata può insegnarlo. La sua storia politica è attraversata dal più forte partito anti-sistemico occidentale, il Pci, che arrivò a sfondare il muro del 30% e a superare il primo dei partiti di sistema, la Dc, nel 1984, ma che tuttavia non riuscì ad ottenere il potere. Tuttavia i comunisti, come i populisti di tutta Europa, erano consci delle difficoltà di raggiungimento del primato sugli avversari; e i loro primi avversari, i democristiani, sapevano di essere, in quanto custodi del sistema, gli unici in grado di aprir loro le porte del potere. E così dagli anni ’70 i comunisti furono quotidianamente coinvolti nelle decisioni più gravi e importanti del Parlamento, fino a disinnescarne la carica sovversiva. I populisti quali soggetti di rappresentanza, devono essere combattuti alle urne, ma coinvolti il giorno dopo, non demonizzati. Solo in questo modo, svelando la pochezza intellettuale e politica di movimenti oggi orgogliosamente avari di cultura ed ideologia, parrà chiaro all’elettorato non tanto come i partiti tradizionali siano meglio, quanto i populisti siano inutili ed spesso dannosi.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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