La crisi dei giovani

13/11/2013 di Iris De Stefano

Disoccupazione giovanile

Nel 2012, tra gli altri, proclamavano la fine della crisi sia il Fondo Monetario Internazionale che Mario Monti. All’inizio di quest’anno Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni ripetevano che, verso Ottobre-Novembre, si sarebbero visti i primi segnali di crescita mentre, stamane, il Presidente del Consiglio, intervenendo al Consiglio nazionale del Coni, ha affermato come “ieri ci siano stati segnali macroeconomici positivi che dicono che l’anno prossimo la ripresa è a portata di mano.”

Dati statistici – In questa girandola di dichiarazioni temporalmente scansite mancano, però, dati certi, dati che invece vengono dall’Istituto nazionale di statistica ( Istat ) e dall’Ufficio Statistico dell’Unione Europea che, proprio ieri, hanno diffuso le ultime stime sulla disoccupazione giovanile. Se infatti quella totale si attesta per la zona Euro all’11% ( in Italia al 12,5 meglio solo di Irlanda, Croazia, Spagna, Portogallo, Cipro e Bulgaria ) quella giovanile tocca cifre da capogiro. Come avverte lo stesso Eurostat – le cifre riguardanti i giovani non occupati sono ovviamente sempre più alte di quelle dei loro genitori – ma è evidente come le conseguenze della crisi colpiranno molto più questa categoria. Nel primo quarto del 2008, la disoccupazione giovanile aveva toccato il suo valore più basso, attestandosi al 18%, ma,, la percentuale di persone tra i 18 e i 24 anni che non lavorano e non studiano, ha raggiunto oggi il 23%. In Italia quasi un giovane su 2 non lavora ( 40,4% ), in Spagna e Croazia  più di uno su due ( 56,6 e 52,8% ) e in Grecia, il cui ultimo dato risale a luglio, la percentuale si attestava intorno al 57%.

Giovani e lavoro: in aumento la disoccupazione giovanileLa conferenza di Parigi – Invitando Angela Merkel e François Hollande a Roma per un vertice sulla disoccupazione giovanile, Enrico Letta ha dichiarato: “La disoccupazione dei giovani è il grande incubo che ci portiamo dietro da questa crisi” e che è “anche un grande tema europeo”; il nostro Presidente del Consiglio deve però essere cosciente che la Cancelliera tedesca e il Presidente della Repubblica francese sono davanti a sfide molti differenti, avendo a che fare rispettivamente con una disoccupazione giovanile al 7,7% e al 26,1%. Il Presidente francese si è ieri impegnato spiegando come, durante la conferenza sulla lotta contro disoccupazione giovanile a Parigi a cui hanno partecipato 24 dei 28 Capi di Stato dell’Unione Europea, si sia ideata una strategia per far in modo che, entro il 2015, un qualsiasi giovane europeo non debba restare più di quattro mesi senza occupazione. “Dobbiamo agire velocemente perché non possiamo abbandonare una generazione” ha aggiunto Hollande, forse anche riferendosi al fatto che, secondo Eurofound, il costo annuo della disoccupazione giovanile si attesta attorno ai 150 miliardi di euro. La conferenza segue quella di Berlino del luglio scorso e dovrebbe essere punto intermedio in vista di quella di Roma la prossima primavera.

Dati Istat – I dati dell’Istat nel Rapporto Annuale 2013, pubblicati nello scorso maggio, mostrano con maggiore chiarezza la situazione italiana: tra il 2008 e il 2012 il tasso di occupazione giovanile è diminuito di quasi 7 punti e, a differenza di quanto successo con gli impiegati tra i 30 e i 64 anni, solo nell’ultimo anno è sceso di un altro 1,2%, mostrando chiaramente quanto la crisi abbia colpito maggiormente i giovani. 10 punti percentuali in quattro anni, numeri da far impallidire anche il più grande degli ottimisti. Se si approfondisce l’analisi ci si rende poi conto che al Nord è il 41,5% dei giovani ad essere impiegato, contro l’appena 22% nel Mezzogiorno.

Mobilità sociale – La crisi ha colpito tutti, ma in particolar modo le persone tra i 18 e i 24 anni, e il numero di quelli che non lavorano, non studiano e non stanno cercando lavoro è aumentato in maniera drastica. Senza contare poi quello che gli ultimi due Rapporti Annuali riportano sulla mobilità sociale intergenerazionale: l’Istat segnala un netto peggioramento delle opportunità di riuscita sociale che, invece, fino a qualche anno fa erano, nel nostro Paese, piuttosto elevate. Nel Rapporto dello scorso anno veniva fatto notare come, quasi un terzo dei nati tra il 1970 e 1984 si fossero trovati, al primo impiego, in una classe sociale più bassa di quella del  padre e che solo un sesto di questi è poi riuscito a migliorare la propria posizione.

Quando la scala sociale è interrotta o gravemente rallentata, come nel nostro caso, si rischia moltissimo. Mentre Michelle Obama promette battaglia sullo scarso numero di figli di famiglie povere nei college di tutta America noi speriamo che Enrico Letta sia renda conto di quali siano le priorità di questo paese.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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