La crescita mondiale rallenta, quella italiana (forse) no

12/11/2015 di Alessandro Mauri

Uno studio Bruegel si chiede se nel prossimo futuro la crescita italiana possa essere la più sostenuta d'Europa. Improbabile, ma non impossibile

L’outlook sulla crescita mondiale è meno positivo delle aspettative, tanto che il Fondo Monetario Internazionale ha parlato di “nuova mediocrità” per il PIL mondiale. Eppure le prospettive dell’Italia sono più rosee di qualche tempo fa. C’è finalmente lo spazio per crescere più degli altri?

Crescita rallentata – Le stime che l’FMI ha diffuso il mese scorso per la crescita mondiale, parlano di un Pil a +3,7% per il periodo che va dal 2015 al 2020, un punto percentuale inferiore al periodo 2000-2014, che pure è stato caratterizzato dalla crisi finanziaria globale. Si tratterebbe di una crescita paragonabile a quella sperimentata negli anni ’90, e caratterizzata dal rallentamento della crescita dei Paesi emergenti e la ripresa delle economie avanzate. Ciò che preoccupa, tuttavia, è la stagnazione del commercio mondiale, che sembra aver perso lo slancio della globalizzazione, che tanto aveva giovato nei primi anni 2000. Gran parte di questo rallentamento è dovuto alla Cina e agli altri emergenti, la cui crescita sta proseguendo al di sotto delle aspettative, e che prelude allo spostamento di questi Paesi dalle esportazioni verso i consumi interni.

Gli emergenti – I Paesi emergenti sono chiamati a fronteggiare due condizioni avverse: il rallentamento della Cina, che costituisce il primo mercato per le esportazioni di molti di essi, e il calo dei prezzi delle materie prime, che mette in ginocchio una delle fonti principali dei loro guadagni. Si teme a questo punto che, una volta raggiunto un livello medio di Pil pro-capite, non siano più in grado di crescere e aumentare il benessere dei propri cittadini. La Cina sta provando ad uscire da questa logica, ma dovrà aprire i propri mercati, sia fisici che finanziari, molto più di quanto non stia facendo ora se vuole colmare il gap di qualità della vita che è ancora straordinariamente esteso rispetto ai concorrenti occidentali. Se quindi la situazione dei Paesi emergenti è questa, il peso della crescita economica ricade, ancora una volta, su Stati Uniti, Europa e Giappone.

Il ruolo dell’occidente – Questi Paesi, pur se in ripresa, ancora stentano a raggiungere livelli di crescita stabili e rilevanti, per cui l’ipotesi del FMI di una crescita mediocre per i prossimi anni non è poi così improbabile, anche considerando la lenta crescita della produttività (legata alla tecnologia già estremamente avanzata) e l’invecchiamento della popolazione. I continui tentennamenti della FED circa il possibile rialzo dei tassi di interesse testimoniano la diffidenza circa l’effettiva capacità delle economie avanzate di crescere anche senza l’aiuto delle politiche monetarie espansive. Questo nonostante sia evidente che i vari Quantitative Easing lanciati dalle banche centrali, uniti ai tassi di riferimento a zero o addirittura negativi, non siano sostenibili nel medio-lungo periodo, quando gli effetti negativi supererebbero di gran lunga i benefici.

L’Italia può crescere di più? – Nonostante questa incertezza, l’FMI certifica che l’Italia crescerà più delle aspettative, e già quest’anno si lascerà alle spalle la recessione degli anni passati. Certo, la crescita dello 0,9% (attesa) non può essere considerata sufficiente, ma già nel secondo semestre di quest’anno il Pil sta crescendo oltre l’1%, in linea con le previsioni per il prossimo anno (al netto di eventuali spinte alla crescita provenienti dalla nuova legge di Stabilità). Provocatoriamente, il centro di ricerca Bruegel in un articolo dello scorso 27 ottobre si chiedeva: “Could Europe’s next growth locomotive be Made in Italy?”. Secondo il centro studi infatti non è improbabile che l’Italia possa diventare “the fastest growing large economy in the euro area in a not-too-distant future”, grazie soprattutto alla riforma del mercato del lavoro (il cd. Jobs Act), alla riforma delle banche popolari e alla riforma del Senato. Ovviamente vengono poste delle condizioni perché questo possa avvenire: il processo di riforme deve continuare, ed eliminare ancora grossi ostacoli alla crescita, come l’eccessiva burocrazia, e le condizioni macroeconomiche globali devono rimanere positive, altrimenti l’eccessivo peso del debito e la dipendenza dalle importazioni di materie prime potrebbero compromettere tutto.

Se questo secondo aspetto non può essere controllato, salvo favorire la crescita delle esportazioni anche in Paesi emergenti che sono più in salute degli altri, il primo è fondamentale ed è lo scoglio contro il quale l’Italia si è sempre scontrata. Se, per una volta, se il processo di ammodernamento e di sviluppo continuasse stabilmente, potremmo finalmente ribaltare le nostre posizioni nelle classifiche economiche dell’Unione Europea, e anche il peso politico ne guadagnerebbe. A sostenerlo non è un esponente del governo o uno studio di parte, ma diversi centri di studi e ricerca europei e non solo: sta all’Italia cogliere questa opportunità o fallire di nuovo.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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