La commedia italiana è un sistema complesso

01/12/2015 di Emanuele Bucci

Il nuovo film di Gianni Zanasi, nelle sale dal 26 novembre, affronta con ironia spesso amara i nodi irrisolti di un Paese in crisi, senza paura di alternare e fondere sorriso e dramma: un ottimo esempio, per fortuna non isolato, di commedia italiana coraggiosa e impegnata

Felicità sistema

“È come entrare a metà del secondo tempo. Non sai cos’è successo prima”. Il volto paffuto, morbido e contornato di peli castani di Giuseppe Battiston non ha nulla di simpatico, bonario e tantomeno comico mentre il suo personaggio pronuncia questa frase: una maschera depressa, vuota eppure gonfia di un’ironia acida, che disegna sulle labbra il sorriso di chi non si diverte affatto. E a pensarci bene, tutto questo non è affatto divertente, anche se ci troviamo in una commedia, e una commedia in cui si ride molto. La felicità è un sistema complesso di Gianni Zanasi è un film che danza leggero nel dilemma, a ben pensarci tragico, espresso in quella frase semplice e desolata: siamo in gioco, siamo dentro, vogliamo capire, partecipare, cambiare, rendere le cose migliori, ma dietro, prima di noi, c’è una storia, un passato, un sistema davvero troppo complesso, che non si ferma per lasciarsi decifrare, afferrare.

Il protagonista Enrico Giusti, interpretato da Valerio Mastandrea, è il primo a non capire, a non afferrare questa complessità, anche se vorrebbe credere il contrario. Vorrebbe credere di aver scelto il ruolo giusto, nel secondo tempo della partita, o della commedia. In effetti è il “numero uno” nel suo lavoro, anche perché, come sottolinea lui stesso, si tratta di un lavoro che non fa nessun altro. Il Dottor Giusti, intermediario per una società che acquista imprese in crisi, è campione nel convincere i proprietari di quelle stesse aziende a farsi da parte. Senza insistere o contrattare o ricattare: lui, semplicemente, entra nelle loro vite; e poi, li ascolta, lascia che lo conoscano, che si fidino. Finché essi, quasi tutti troppo inetti o egoisti per gestire le proprie responsabilità, cedono spontaneamente a quell’ombra paziente e serafica che è Giusti. Ma per quest’ultimo le contraddizioni del proprio ruolo sono destinate ad esplodere: quando una tragedia improvvisa trasforma uno studente diciottenne nel proprietario di una multinazionale, diventa un po’ più difficile svolgere il proprio incarico e spingere il ragazzo ad abdicare; soprattutto perché quel giovane ricciuto e spaesato vorrebbe giocare la partita, opporsi a una delocalizzazione già decisa da chi vuole farlo fuori; affrontare la crisi a modo suo, senza doversi vergognare di girare per strada e chiedere ai suoi concittadini e dipendenti “come va”. Ma la lotta del piccolo Don Chisciotte impreparato è contro un mulino che non si capisce bene neanche da cosa sia mosso e perché stia girando.

La difficoltà a capire (e a comunicare) è forse il cuore poetico che pulsa, ora dolce ora amaro, per tutta la durata del film. Un film fatto di parole che non dicono abbastanza, come quelle crudelmente metaforiche del principale di Giusti, che descrive il sistema da lui rappresentato come un purissimo cristallo di ghiaccio. Un film dove i linguaggi talvolta entrano in contrasto: con esiti anche esilaranti, in particolare nel rapporto tra il protagonista e la sua coinquilina indesiderata (interpretata da Hadas Yaron), stralunata voce della coscienza che in un impasto di italiano imperfetto e inglese risponde spiazzante alle obiezioni e agli alibi di Giusti. Un film dove le parole, spesso, si fanno da parte come manager inadeguati e i silenzi vengono riempiti dalle canzoni (degna di menzione su tutte la malinconica Just a Habit dei Low Roar), mentre le immagini evocano, con poche ed efficaci scelte di regia, ciò che è più difficile da esprimere. Ad esempio, il dramma della morte improvvisa, tra un’inquadratura che ci tuffa nella profondità dell’acqua, dove la carcassa di un’automobile sprofonda piccola e lontana, e uno stacco sul mondo dei vivi destabilizzato da una lenta rotazione della macchina da presa; anche di fronte all’indicibile e al traumatico, Zanasi evita di rompere nello stile la leggerezza di un racconto che tocca, tra un sorriso e l’altro, il dolore dei suoi personaggi e di un Paese.

Alla radice della crisi, per i protagonisti come per la società che essi tratteggiano, sta sempre il rapporto problematico, negativo con il passato. Non solo perché il passato ha prodotto quel sistema incomprensibile in cui ci troviamo buttati dentro senza averlo davvero scelto; ma anche, e soprattutto, per la presenza-assenza ingombrante di chi ci ha preceduto, dei genitori: ogni singolo personaggio di La felicità è un sistema complesso vive con sofferenza una parte già scritta da madri, e soprattutto da padri, che sono fuggiti, morti o fin troppo presenti, da cui si scappa o da cui non ci si potrà mai emancipare. Nessuno di questi padri, comunque, può o vuole dare ai figli un appoggio, una soluzione per vincere la sfida con quel sistema che gli hanno lasciato in eredità.

È questo il dramma dei personaggi e dell’Italia che emerge dal film. Ma è anche, in fin dei conti, il nodo con cui deve confrontarsi la commedia italiana di oggi, ricca di nuovi talenti che hanno la volontà e gli spunti per riagganciarsi alla migliore tradizione della commedia “all’italiana”: quella di cineasti come Risi e Monicelli, che ridendo di noi e con noi parlavano dei problemi più gravi e profondi dell’Italia. La sfida di questi nuovi autori, sceneggiatori e registi, è la stessa che devono affrontare i protagonisti del film: non farsi schiacciare da un sistema asfittico in cui si è dentro senza poterne capire e condizionare davvero le regole; e nel frattempo, scommessa ancora più insidiosa, non farsi oscurare dal ricordo dei propri padri, di quella grande stagione di commedie che forse oggi potrebbe davvero rinascere, aggiornata alle contraddizioni di un’Italia del nuovo millennio e della nuova crisi.

Impresa impossibile? Forse no, se pensiamo che questo film, nella produzione cinematografica nostrana, è solo l’ultimo di una sempre più nutrita schiera di opere (da Boris fino a un’altra avventura dolceamara di piccoli Don Chisciotte come Noi e la Giulia) che puntano coraggiosamente su una delle formule più antiche e rischiose: sorridere di quello che ci fa male.

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Emanuele Bucci

EMANUELE BUCCI Nasce a Roma il 9 febbraio 1992. Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo, studia Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma. Appassionato di scrittura in ogni sua forma, dal racconto al romanzo alle e-mail chilometriche, è ben felice di sfornare e condividere articoli su altre sue fissazioni, come il cinema e il teatro.
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