La colpa, cari signori, è nostra!

15/11/2013 di Fabio De Ninno

Responsabilità collettiva, Italia

Reduce da una recente esperienza ferroviaria, mi sono fermato a riflettere su uno dei mali di questo paese. Niente di particolarmente originale, ma è un problema che si sente poco nel dibattito pubblico riguardante i problemi italiani: il concetto di responsabilità collettiva. Prima però vorrei raccontarvi cosa mi è successo. Sia chiaro non è niente di eclatante, anzi fin troppo normale purtroppo.

Per lavoro mi reco a Roma circa tre volte la settimana. Per risparmiare ho un abbonamento al treno regionale, che percorre la linea Napoli-Roma via Formia. Nulla di straordinario, come me, ogni mattina migliaia di pendolari (spesso precari della scuola) si recano nella capitale con questi treni, generalmente sporchi, perennemente in ritardo e sovraffollati.

Al ritorno di uno di questi viaggi, la mia routine e quella degli altri viaggiatori sono interrotte dalla sosta nella stazione di Villa Literno, bordo settentrionale dell’area metropolitana di Napoli, cuore della terra dei fuochi. Il treno si ferma e non riparte, passano i minuti e il protocollo è sempre lo stesso: i viaggiatori si spazientiscono, molti sbuffano, qualcuno gioca con lo smartphone, altri scendono e nel frattempo alcuni treni arrivano in stazione, ma nessuno riparte e le scene a bordo si ripetono.

La mia destinazione è Caserta, l’altoparlante annuncia l’imminente partenza di un treno verso quella direzione, mi ci fiondo, assieme ad altri pendolari. Tutti sbuffano, si lamentano. Un gruppetto, uscito con me dal precedente treno, si ferma davanti al regionale che si spera parta, tutti speculano sulle cause: guasto della linea (frequente e dovuto al pessimo stato della manutenzione della rete ferroviaria ordinaria), furto di cavi di rame (una delle più recenti specialità italiane in fatto di danni alle infrastrutture ferroviarie), altri invece sostengono che siano i macchinisti a non aver voglia di lavorare (teoria del complotto ai danni della collettività).

Nonostante il problema riguardi tutti, nessuno, però, muove un passo verso il macchinista per chiedere se il treno effettivamente partirà. Sarà che i cinquanta metri di lunghezza del convoglio sono molti se sei stanco dopo una giornata di lavoro, ma l’informazione vale la necessità di percorrerli. Vado e sono rassicurato dal capotreno sulla prossima partenza del treno. Perciò torno indietro e lo comunico gli altri passeggeri, sempre immobili a discutere sulle cause della nostra sventura.

Dieci minuti e arriva la smentita, a causa di un guasto tra le stazioni di Falciano-Mondragone (in seguito ho appurato dal sito delle ferrovie che si trattava di un problema elettrico) la circolazione dei treni è sospesa sulla linea Napoli-Roma via Formia. Dall’altoparlante la voce dialettale del capostazione annuncia calorosamente che saranno messi a disposizione degli autobus sostitutivi: scoppia la ressa.

ItaliaNella stazione sono fermi tre treni, quindi alcune centinaia di persone bloccate che devono viaggiare in entrambe le direzioni corrono verso il piazzale antistante alla fermata per prendere al volo l’autobus (il rumore dei trolley potrebbe ricordare Balaclava). Esco sul piazzale, sembra di essere a Roma Termini nell’ora di punta e non Villa Literno e le informazioni, come sempre in questi casi, circolano in maniera confusa, ma un dato comune riguarda tutti: il leitmotiv che domina è sulla scia del “piove governo ladro!”.

Ebbene si! Se la ferrovia in questione è malmessa, la colpa è del “governo ladro” che ha tagliato i fondi al trasporto pubblico e alla rete ferroviaria locale. La colpa è dei ferrovieri che hanno poca voglia di lavorare e del fatto che si permettono di trattare a pesci in faccia l’utenza (dato quest’ultimo che si rafforza col passare dei minuti e il mancato arrivo degli autobus). Gli altri, noi, i passeggeri sono tutti vittime.

È appunto questo che mi ha fatto riflettere. Molti dei passeggeri che sproloquiavano contro il mondo in quei minuti ho avuto occasione di vederli e sentirli parlare nel corso dei miei viaggi sulla tratta per Roma. Alcuni truffano sull’abbonamento, pagando per una percorso inferiore a quello di effettiva percorrenza, altri invece semplicemente non lo hanno. I più sono persone oneste, ma vittime comunque quella mancanza di civiltà e una certa cialtroneria che sembrano caratterizzare l’italiano medio: sarà che il treno è sporco perché anche tu hai lasciato la bottiglia dell’acqua vicino al finestrino?

Tu che non hai pagato il biglietto, non hai forse contribuito al guasto della rete del quale sei vittima?  E nella ressa, secondo la logica del “si salvi chi può” alla Schettino, per trovare un posto nel bus sostituivo (uno per svariate centinaia di persone, arrivato dopo trenta minuti), senza magari pensare che potesse esserci qualcuno con delle priorità, non hai contribuito al caos generale che viviamo ogni giorno?

In particolare, quest’ultimo punto non mi pare molto differente dal problema generazionale che affrontiamo: in un momento di crisi e penuria di risorse, la priorità non dovrebbe essere aiutare chi ha un esigenza prioritaria? In quei minuti dubito che qualcuno lo abbia ricordato. È chiara l’analogia con il destino dei giovani italiani di questi anni.

Ho visto una signora imprecare contro i carabinieri, nel frattempo accorsi nella piazza della stazione  avendo saputo che gli animi si erano scaldati, sostenendo che siamo stati trattati come animali e che “lo stato non doveva permettere simili cose”. Come se lo stato fosse un’entità astratta, nessuno sembra ricordare che lo stato non siamo noi? E quindi, non abbiamo le ferrovie e i servizi sostitutivi che ci meritiamo o meglio che ci siamo scelti? Un popolo non è responsabile di ciò che è? Delle classi dirigenti che seleziona (quelle che fanno funzionare le ferrovie)? In sostanza, i colpevoli del guasto e di tute le sue conseguenze non siamo noi cittadini?

Io credo si, la colpa del guasto (non quello ferroviario, ma quello del paese) è nostra, perciò ogni mattina sarà bene ricordarselo prima di uscire di casa, se non altro perché la consapevolezza è sempre il primo passo verso l’espiazione. La responsabilità se il paese non funziona è di tutti. Sarà una banalità, ma dalla bocca dei politici, dei commentatori, dei giornalisti non esce mai questo assioma che pure mi sembra semplice ed evidente. Così come non usciva da quella dei passeggeri bloccati a Villa Literno.

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Fabio De Ninno

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