La Cina recupera il passato per guardare al futuro

04/09/2015 di Marvin Seniga

Tra dimensione interna e segnali verso l'esterno, la parata del 3 settembre ha rappresentato un punto di unificazione e svolta per una Cina in difficoltà

Cina

Il 15 agosto 1945 l’imperatore giapponese Hirohito annunciava al suo popolo la resa incondizionata del Giappone. Generalmente, è a quella data che i libri di storia fanno risalire la fine della Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia in quel lontano 15 agosto restava ancora un conflitto da risolvere, quello tra le Cine di Mao Zedong e di Chang Kai Shek ed il Giappone. Un conflitto che andava avanti dal 1931, da quando l’impero giapponese invase la Manciuria, instaurando il governo fantoccio del Manciukuò. Per la Cina di fatto la seconda guerra mondiale terminò ufficialmente il 2 settembre quando, sul ponte della USS Missouri, il ministro degli esteri nipponico firmò l’atto di resa definitivo del Giappone di fronte al generale statunitense MacArthur e al generale cinese Hsu Yung Ch’ang, in rappresentanza del Kuomintang, l’unica autorità indipendente riconosciuta in Cina dagli Stati Uniti, a quei tempi.

Tuttavia, storicamente, questo evento non è mai stato particolarmente celebrato nemmeno in Cina. Da un lato perché la vittoria sul Giappone fu principalmente merito delle forze di Chang Kai Shek e, dall’altro, perché il Partito Comunista – generalmente – ha preferito festeggiare piuttosto la sua vittoria definitiva sul partito nazionalista il primo ottobre 1949, l’ultima grande parata militare avvenuta a Pechino, infatti, si è tenuta proprio nel 2009 per festeggiare i 60 anni della vittoria di Mao. Quest’anno però Xi Jinping ha deciso di cambiare e festeggiare con una grande parata militare i 70 anni della vittoria della Cina sull’invasore giapponese, sull’onda di quanto fatto anche in Russia da Putin, lo scorso 9 maggio.

Non è casuale che la Cina torni a voler celebrare il 3 settembre (il giorno in cui il governo di Nanchino annunciò al popolo la firma della resa avvenuta il giorno prima sulla USS Missouri). Il 2015 è stato un anno di transizione sia sul piano politico interno si quello estero.

Riguardo alla prima dimensione – quella interna – la parata ha voluto essere uno strumento per rafforzare il senso patriottico del popolo cinese, in un momento in cui l’economia ha cominciato vistosamente a rallentare e i consumi interni faticano a decollare. Gli scossoni degli ultimi mesi registrati sulle borse di Shanghai e Schenzen sono stati la dimostrazione di una debolezza strutturale dell’economia cinese, e di una tensione sociale montante con assalti di gente che dopo essersi resa conto di aver perso tutto ha cercato di farsi giustizia sommaria assaltando diverse agenzie di brokeraggio locali. Allo stesso modo la catastrofe di Tianjin – per quanto avvenuta successivamente alla decisione di festeggiare la ricorrenza – ha acuito un pericoloso clima di sfiducia nei confronti delle istituzioni e del partito, con aspre critiche diffusesi in poche ore sui social network, che la semplice censura non è più in grado di contenere in pieno. L’annuncio a sorpresa fatto da Xi Jinping, a margine della parata, di voler tagliare nei prossimi anni 300’000 posti nell’esercito è anche un modo del governo di mostrarsi più vicino al proprio popolo, preferendo dirigere gli investimenti pubblici in altre attività considerate più produttive, in un momento in cui l’economia nazionale ha bisogno di stimoli.

In secondo luogo la parata di ieri è stata anche l’occasione per lanciare un messaggio ai paesi vicini con cui le dispute su alcuni arcipelaghi strategici nel Mar Cinese Meridionale sono all’ordine del giorno, e, inoltre, per rispondere alla politica del Giappone di Shinzo Abe, con cui i rapporti sono ai minimi storici. Sul piano della politica estera l’evento di ieri, tuttavia, non è voluto essere soltanto una prova di forza esplicita ma anche – e soprattutto – implicita. In questo senso la partecipazione di diverse figure politiche di primo piano, provenienti da ogni angolo del pianeta – soprattutto da quel mondo non occidentale, sempre più ai ferri corti con gli Stati Uniti – è stata indicativa della reputazione internazionale di cui gode il gigante asiatico.

Tra gli ospiti internazionali più importanti seduti al fianco di Xi Jinping durante la parata c’erano Putin, Ban ki Moon e soprattutto la presidente sud-coreana Park Geung Hye, la cui partecipazione è il simbolo di quel crescente isolamento politico del Giappone nella regione. Per l’Europa, invece, solo l’Italia e la Francia hanno deciso di inviare i propri ministri degli affari esteri, mentre la Germania e il Regno Unito sono stati rappresentati dai rispettivi ex-premier Gerard Schroeder e Tony Blair. Per gli Stati Uniti, dove nei prossimi giorni Xi Jinping si recherà in visita di Stato per tenere il suo primo discorso di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e incontrare in un bilaterale a Washington Barack Obama, l’unico rappresentante era l’ambasciatore a Pechino, Max Baucus, dimostrando un certo gelo nei rapporti tra le due superpotenze mondiali.

Nel suo discorso di apertura della cerimonia Xi Jinping ha dichiarato come il suo paese non cercherà mai di espandersi, occupando altri paesi, come fatto in passato da altri Stati, e che non è intenzione della Cina diventare la potenza egemone del mondo, sottolineando il carattere anti-egemonico della politica estera cinese. Se il primo riferimento è chiaramente rivolto al Giappone, il secondo invece sembra indirizzato, più velatamente, agli Stati Uniti. Infatti quando Xi Jinping afferma che la Cina non vuole imporsi come potenza egemone, intende, al tempo stesso, che nessun paese dovrebbe sfruttare la propria superiorità economica e militare per interferire negli affari interni di un altro Stato, come, secondo opinioni piuttosto nel mondo non occidentale, fanno invece gli Stati Uniti.

Ecco, dunque, che lo scopo della parata è stato quello di unire. Da una parte, rafforzando il senso di nazione del popolo cinese, unito soprattutto intorno al suo leader, in un delicato momento di transizione, testimoniato dal rallentamento dell’economia e dalla lotta alla corruzione. E dall’altra parte rafforzando la cooperazione con quel fronte di Stati che, non condividendo la politica estera di Washington, vuole creare un blocco alternativo a quello cosiddetto occidentale.

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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