La Cina ha smesso di crescere come una volta

08/01/2014 di Iris De Stefano

Crescere meno ma in maniera più sostenibile, questa sembra essere la nuova sfida cinese

Non sono state rare le voci, anche autorevoli, nell’ultimo anno che predicevano una sorta di debacle cinese, a causa della netta diminuzione del tasso di crescita annuo della superpotenza asiatica.

Crescita, i dati – Indagini sia dell’HSBS, uno dei maggiori gruppi bancari al mondo e il più presente sul territorio, ma anche dall’Istituto Nazionale di Statistica cinese spiegano diffusamente un trend che ormai sembra consolidato: venerdì scorso è stato diffuso un documento secondo cui la crescita del settore dei servizi sarebbe diminuita a dicembre, mostrando un quadrimestrale diminuito dal 56% al 54,6%. Anche il tasso di nascita di nuove aziende avrebbe raggiunto il suo punto minimo in sei mesi mentre dati diffusi dal governo e confermati dalla HSBC dimostrano che l’attività produttiva generale del paese è diminuita nei quattro mesi finali dell’anno, preoccupando i mercati incerti su cosa aspettarsi nel primo quarto del nuovo anno. Secondo i dati della Banca Mondiale (qui il link) infatti nel 2007 il tasso di crescita annuale era ad un impressionante 14,2 % seguendo un trend iniziato con le riforme economiche del secolo scorso. Gli analisti mettono però in risalto come, sebbene dopo quell’anno il tasso non abbia più toccato la doppia cifra (se non nel 2010 al 10,4%) si sia comunque mantenuto attorno al decimale mentre l’anno scorso è arrivato addirittura a 7,8%, dato intorno al quale dovrebbe essere mantenuto anche nel 2013. I dati ufficiali saranno resi pubblici solo il 20 gennaio ma tutte le previsioni sembrano essere attendibili. È sempre meglio ricordare però che queste previsioni, benché in qualche modo negative, restano desiderabili per la maggior parte degli stati, considerando che come mostrato dai dati della Banca Mondiale, la media si attesta al 2,1% e se paragonati ai tassi di Stati Uniti, Area Euro e Italia, come mostrato in questo grafico (qui il link) se ne capisce il motivo.

Xi Jinping, Cina e futuro, tra economia e riforme
Xi Jinping, Presidente della Repubblica Popolare Cinese

Le conseguenze – Qu Hongbin, capo economico per la sezione cinese dell’HSBS ha dichiarato al New York Times che “l’implementazione delle riforme come l’abbassamento delle barriere di entrata per gli investitori privati nel settore dei servizi e riforme fiscali dovrebbero aiutare a rivitalizzare il settore nel prossimo anno” ma il governo di Pechino ha fatto sapere che ogni sforzo sarà direzionato verso una crescita il più sostenibile possibile, seguendo le preferenze dei consumatori. Per ora dunque, e fino a quando il tasso di crescita annuale non (se) scenderà al di sotto del 5%, soglia critica per un’economia che sopporta 1.310 milioni di persone, conseguenze gravi non dovrebbero essercene, soprattutto considerando la reviviscenza dell’economia americana.

Sviluppo sostenibile – Il Green Building Council americano, una delle principali associazioni che si occupa (come spiegato dallo statuto del corrispondente italiano) di favorire e accelerare la diffusione di una cultura dell’edilizia sostenibile, ha certificato che solo 300 strutture manifatturiere in Asia sono certificate o in attesa di certificarsi secondo il Leadership in Energy and Environmental Design. Quello delle LEED è solo un esempio per spiegare una situazione ambientale disastrosa e disastrata. I dati della Banca Mondiale (mostrati qui) nuovamente in paragone con quelli americani ed europei mostrano chiaramente che le emissioni di CO2 in Cina sono quasi due volte e mezza superiori a quelle europee e quasi due volte quelle americane, con conseguenze disastrose non solo a livello mondiale, ma anche a livello locale. Le immagini di città come Pechino completamente coperte da nubi di smog o quelle dei fiumi verdi della Provincia dello Shanxi, dell’Hubei, dell’Henan e molte altre ancora hanno fatto il giro del mondo così come la notizia dell’estinzione di un terzo dei pesci del Fiume Giallo. Il governo cinese sembra essersi reso conto della gravità della situazione ma dovrà muoversi velocemente per fare in modo che il processo di migrazione più a sud di aziende interessate solo al profitto e poco inclini alla regolamentazione non implichi un impatto economico che il gigante asiatico non può permettersi.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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