La Cina è vicina, a cosa?

07/07/2015 di Federico Nascimben

Dal 12 giugno la borsa di Shanghai ha perso circa il 30% dopo che in un anno aveva fatto registrare un aumento del 150%. Ma le misure adottate dalle autorità serviranno con ogni probabilità a tamponare la bolla, o a favorirne l'accelerazione

Nelle ultime settimane, mentre i media europei erano concentrati sulla vicenda greca, la Cina ha visto crollare la Borsa di Shanghai di circa il 30% dal 12 giugno, per un controvalore di 2.800 miliardi di dollari. Nell’ultimo anno, però, l’andamento – trainato da Chinext, l’indice che raccoglie le principali società tecnologiche – era stato di segno completamente opposto: +150%, mentre l’altra piazza borsistica del Paese, quella di Shenzhen, aveva registrato addirittura un +190%. Conseguentemente in molti si stanno domandando se la bolla sia scoppiata, visto questo andamento, assolutamente slegato da quello dell’economia cinese.

Andamento di Pil e Borsa cinese. Fonte: The Economist.
Andamento di Pil e Borsa cinese.
Fonte: The Economist.

Perché è accaduto tutto ciò? Perché, come spiega l’analista finanziario Mario Seminerio nel suo blog, le autorità cinesi “nell’ultimo anno ha amorevolmente pilotato i propri cittadini verso l’investimento azionario, in contemporanea alla progressiva accessibilità al medesimo anche da parte dei non residenti, nel quadro delle grandi manovre per la liberalizzazione dei flussi di capitale sullo yuan. I piccoli risparmiatori cinesi hanno letto gli articoli di incoraggiamento all’investimento azionario da parte dei giornali vicini al regime come un sostanziale via libera, una sorta di “garanzia pubblica” più o meno implicita contro eventuali perdite. […] Il problema è che i risparmiatori cinesi nel frattempo si sono talmente americanizzati che hanno cominciato a comprare azioni “a leva”, cioè indebitandosi con i broker. Operazione che serve ad imprimere un andamento esplosivo agli utili. Ma anche alle perdite”.

Negli ultimi giorni le autorità cinesi hanno iniziato a prendere delle decisioni per provare a frenare l’ondata di vendite. La Banca centrale, cioè la People’s Bank of China (Pboc), ha ulteriormente ridotto i tassi di interesse (per la quarta volta da novembre 2014) portandoli allo 0,25%; ha ridotto le riserve obbligatorie per le banche; ha iniettato 250 miliardi di yuan di liquidità e ha permesso all’enorme fondo pensione pubblico del Paese di investire fino al 30% del suo capitale nel mercato azionario. Sono state inoltre allentate le regole per gli operatori affinché possano operare a debito, cosicché i broker potranno continuare a fare credito cartolarizzando i prestiti e vendendoli sul mercato, mentre i debitori hanno ora la possibilità di utilizzare immobili ad integrazione della garanzia. Le commissioni di trading sono state ridotte del 30%. I principali broker cinesi hanno costituito un fondo da circa 19 miliardi di dollari per investire nel mercato azionario. Tutte le nuove quotazioni (28) sono state bloccate.

Infine, come segnala Milano Finanza, lunedì “per la prima volta nella storia del Paese, la Pboc ha stabilito che presterà denaro non alle banche ma a China Securities Finance Corp., che fa capo alla società di controllo della Borsa. Quest’ultima potrà prestare a sua volta denaro ai broker, che a loro volta lo presteranno agli investitori finali per acquistare azioni. Un meccanismo che gli americani chiamano “margin-financing”, già noto in Cina perché ha causato il picco di acquisti nella prima metà dell’anno e considerato dal mondo finanziario molto pericoloso”.

E così un Paese socialista guidato da un partito unico, ma allo stesso tempo capitalista che si è messo a dirottare fortemente gli investimenti dei cittadini verso il mercato azionario per favorire lo sviluppo della propria Borsa valori, dopo varie aperture agli investitori stranieri (benché siano ancora presenti forti limiti) e una parziale “liberalizzazione” della compravendita dello Yuan, si ritrova vicina allo scoppio di una bolla. E le misure adottate serviranno con ogni probabilità a tamponare la situazione o a favorirne l’accelerazione. E tutto ciò dopo che sono iniziate ad emergere le prime (e anche le seconde) difficoltà a mantenere tassi di crescita elevati.

Si scrutano nuovi problemi all’orizzonte.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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