La Cambogia in rivolta e la globalizzazione low cost

07/01/2014 di Martina Viscusi

Cambogia

Per riuscire a comprendere meglio cosa è accaduto nei giorni scorsi in Cambogia è importante ricordare due avvenimenti chiave. Innanzitutto, le manifestazioni seguite all’incendio in una fabbrica di abbigliamento in Bangladesh nel novembre 2012, dove morirono 117 persone: sono state un punto di svolta per quanto riguarda i diritti sul lavoro, anche a livello globale. In secondo luogo, va raccontato cosa è successo dopo le elezioni legislative dello scorso 28 luglio. Il Partito Popolare Cambogiano, guidato dal Primo ministro Hun Sen, leader accusato da molti osservatori di essere in realtà un dittatore, ha vinto conquistando ben 68 seggi su 123 totali. Tali risultati sono stati però fortemente contestati dal Partito di opposizione Salvezza Nazionale, al quale sono stati assegnati solo 55 seggi. L’opposizione ha accusato apertamente il PPC di frodi.

Hun Sen, primo ministro della Cambogia
Hun Sen, primo ministro della Cambogia

Radicalizzazioni – Tali numeri rivelano il peggiore risultato elettorale dal 1998 per il Partito che governa il Paese da tre decenni. Inoltre, Hun Sen si è legato strettamente ai proprietari delle fabbriche di abbigliamento. Secondo le opposizioni ben oltre a quanto sarebbe giustificato per chi vuole difendere l’interesse economico nazionale. Proprio questo legame ha determinato un avvicinamento tra il movimento dei lavoratori e il partito di opposizione, radicalizzando la situazione politica e sociale.

Un’economia agricola – Nel frattempo Hun Sen ha continuato ad attuare la sua politica. Ha venduto porzioni di territorio ai paesi vicini (Vietnam, Cina e Corea) radendo al suolo la foresta e compiendo una svolta decisiva verso l’autocrazia. Una decisione che ha ulteriormente messo a rischio la già instabile economia  cambogiana, che si basa principalmente sull’agricoltura. La produzione di riso occupa all’incirca l’80% delle terre arabili. Il 60% della popolazione attiva trova occupazione in questo settore, che contribuisce alla formazione del PIL per il 30%.

Il tessile: bassi costi, alti introiti – Contemporaneamente sono cresciuti gli investimenti nel settore industriale tessile, aumentando il nervosismo tra i fornitori del grande mercato dei marchi di abbigliamento, soprattutto per quanto riguarda il miglioramento dei salari e il tentativo di rendere meno aspre le condizioni di lavoro in uno degli ultimi bastioni a basso costo per le imprese. L’industria tessile in Cambogia, da sola, fornisce circa l’80% delle esportazioni del paese del Sud Est asiatico. Impiega 500 mila persone in 500 fabbriche di abiti e scarpe, di cui molte di proprietà straniera. L’anno scorso il paese ha esportato abbigliamento e tessile per più di quattro miliardi di dollari: è stata la maggiore fonte di entrata del Paese.

Gli scontri – A novembre, alle porte di Phnom Penh una donna è morta e decine di manifestanti e poliziotti sono rimasti feriti quando un corteo di lavoratori della SL Garment Processing Ltd. si è diretto verso la residenza del premier Hun Sen. Gli operai chiedevano un aumento salariale e migliori condizioni di lavoro. Gli scioperi, inizialmente pacifici, sono stati convocati due settimane fa per chiedere il raddoppio del salario minimo, al momento fermo a 80 dollari al mese. Durante gli scontri in piazza la polizia ha aperto il fuoco, uccidendo quattro persone e ferendone più di venti. Lo scontro è avvenuto a nord della capitale, in un agglomerato di fabbriche di capi d’abbigliamento destinati all’esportazione e alla fornitura di gruppi occidentali come H&M, Calvin Klein e Speedo. Si trattava ancora di una protesta rivolta contro il ministero del Lavoro, con il quale è in corso una trattativa sul salario minimo.

Il prezzo della globalizzazione – La Confederazione dei Sindacati e l’opposizione del Partito di Salvataggio Nazionale hanno lanciato accuse contro il governo per la violenza contro i lavoratori e i monaci che manifestavano con loro. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno chiesto rispetto della legge. L’inviato speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Cambogia, Surya Subedi, ha detto che dalle elezioni di luglio è il terzo episodio nel paese in cui la polizia spara sulla folla e uccide persone. E intanto uno stipendio mensile di 60 euro, somma improponibile per un operaio di un paese industrializzato perché insufficiente per vivere per una sola settimana, è il prezzo della globalizzazione in Cambogia.

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Martina Viscusi

Nasce in Molise nel 1989. Dopo la maturità scientifica decide di trasferirsi a Roma per frequentare la facoltà di Scienze Politiche presso la Luiss Guido Carli, dove rimarrà anche per gli studi magistrali, dopo l’esperienza Erasmus all’Universitet i Oslo. È attualmente laureanda in Relazioni Internazionali. Appassionata di sudest asiatico e America Latina.
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