La burocrazia e la giustizia che uccidono il lavoro

17/03/2014 di Federico Nascimben

I dati resi noti dal TAR del Veneto sui ricorsi e il caso di un medico di Treviso che licenziò la sua segretaria e si ritrova costretto a pagare, dopo 7 anni, 500 mila euro

Le difficoltà del presente momento economico sono note a tutti, ma ci sono dei casi che possono essere assurti ad emblema per quanto riguarda l’assurdità della burocrazia italiana ed i tempi della giustizia civile che, se messi assieme, danno luogo ad alcuni risultati che si possono tranquillamente definire surreali. Non è certo un caso se chi fa impresa incontra un’infinità di problemi, se non vi sono investimenti esteri nel nostro Paese e se ci ritroviamo in posizioni da Terzo Mondo relativamente alle classifiche internazionali sul “doing business”.

TAR e ricorsi –Durante la recente inaugurazione dell’anno giudiziario del TAR del Veneto – qui il link con la relazione, discussa nel Corriere del Veneto del 12 marzo 2014, Le opere e l’alibi della ricorsite – sono stati resi noti alcuni dati relativi alla “sindrome da ricorso” che storicamente affligge il nostro Paese e il mondo degli appalti pubblici, per cui è famoso il detto secondo il quale nelle opere pubbliche lavorano più gli avvocati che gli operai, dando luogo ad alcune vere e proprie perversioni. Ebbene, sul totale dei ricorsi proposti al TAR, ben il 70% sono stati accolti, ma solo il 20% ha avuto la sospensiva; ciò significa che, quindi, la metà dei ricorsi è stata eseguita pur essendo illegittima. Il risultato assurdo e perverso a cui si perviene è dato dal fatto che chi l’appalto l’ha vinto ed ha eseguito l’opera è stato pagato dall’Amministrazione, ma questa ha anche dovuto anche risarcire il danno subito da colui il quale è stato escluso illegittimamente.

Il medico, la segretaria e la causa di lavoro – Altro caso emblematico (anche per le modalità con le quali si configura), riguardante i tempi della nostra giustizia civile, è quello riguardante un medico di Treviso e la sua segretaria, licenziata dopo due settimane (qui il link). La questione, in realtà, è piuttosto complicata, la segretaria era stata assunta in nero per fare un favore ad un amico, ma non venne ritenuta in grado di adempiere il proprio lavoro e fu licenziata, senza raccomandata con ricevuta di ritorno, ovviamente. Ebbene, dopo 7 anni di causa non è stata riconosciuta la validità del licenziamento e il medico è stato condannato al pagamento di stipendi, oneri previdenziali e more per quanto non versato dal 2004 al 2011, per un totale di 500 mila euro.

Occorre che chi ha responsabilità di governo e di legislazione tenga maggiormente in considerazione quanto rappresentato, anche metaforicamente, da questi due casi, avendo ben chiaro in mente che il nodo del lavoro, in Italia, è caratterizzato da un insieme di aspetti e variabili che contribuiscono al raggiungimento di tali livelli di complessità e assurdità.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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