La politica e la lingua: la Boldrini come titano?

30/06/2016 di Francesca R. Cicetti

Alcuni aggettivi nati dalla politica stanno invadendo il vocabolario. Ed entrano nella quotidianità.

C’è un nuovo aggettivo nel vocabolario italiano. Boldriniano. Lo si sente più spesso di molti lemmi approvati dalla storia e dalla linguistica, un neologismo che oramai ha del quotidiano. Boldriniana è la difesa dei migranti, boldriniana è la discussione sull’attributo sindaco/sindaca, boldriniana è la sinistra di alcuni valori da difendere a oltranza. Valori, però, rigorosamente noiosi e superati. Boldriniano, ovvero legato alle battaglie buoniste delle femministe in gonnella. Boldriniano, ovvero futile, moralista, da donnicciola pesante e senza senso dell’umorismo.

Lo dice anche Matteo Salvini, quando parla dei tre nordafricani colpevoli di stupro in Valdichiana. E li definisce “tre risorse boldriniane da castrare, chimicamente”. Boldriniani, quindi, sono anche i violenti e i criminali, ma solo se immigrati. Come se la presidente della Camera vantasse una sorta di patrocinio degli abusatori. Un primato nella salvaguardia della delinquenza che non ha fatto nulla per meritare.

In fondo Laura Boldrini dovrebbe essere fiera di questa sua inaspettata capacità linguistica. Politici che hanno abitato la scena politica molto più a lungo di lei non possono vantare lo stesso. In pochi possiedono un aggettivo privato per descrivere le loro battaglie. “Renziano” non ha altro compito se non quello di rimandare al premier. Anche “salviniano” vuol dire poco. “Dimaiano” e “Dibattistiano” probabilmente non vedranno mai neppure la luce.

Forse solo l’aggettivo “berlusconiano” contiene in sé un significato ulteriore. Ma che non rimanda a nessuna lotta politica. A qualche vizio, a qualche barzelletta. Il suo contenuto più sociale si esaurisce con qualche party e una risata. Insomma, è solo Laura Boldrini ad aver fatto la storia linguistica del paese. Insieme, e forse anche prima, di quella politica.

In verità, non si tratta di un aggettivo proprio lusinghiero. Sono boldriniane quelle lotte percepite come inutili, superflue, quelle sfide post femministe che non cambieranno l’economia del paese e il corso del mondo. Sono boldriniane le ragazze della lotta per rendere femminili i titoli riferiti ai professionisti. Perché cameriera sì e architetta no? Boldriniane, e non egalitarie, o coraggiose, o avanguardiste. Ed è boldriniana anche la difesa dei migranti, boldriniani i buonisti che non gridano di aiutarli a casa loro. Boldriniani persino quelli che difendono gli stupratori violenti.

In verità, non si capisce se sia più preoccupante il tentativo di accostare il nome di Laura Boldrini alle battaglie perse, a quelle vane e a quelle addirittura nocive, oppure il contrario. Legare, ovvero, il femminismo, la lotta per la parità dei sessi, la questione delle migrazioni, al nome di questo o quel politico. Che può o non può piacere. Ma legare i temi sociali ai personaggi politici vuol dire solo far passare le lotte per un’orchestrazione partitica, che nulla conta, o molto poco. Destinata a morire con Laura Boldrini, o chi per lei.

Quindi, se le fatiche di chi ha a cuore il femminismo o le lotte sociali conquistano un posto nel nostro Olimpo, ben venga essere chiamati boldriniani. Un termine nuovo per le opere di un personaggio nuovo. Un tempo avremmo parlato di azioni titaniche. E anche se è certo che Laura Boldrini non sia un’antica divinità greca, la linguistica ci costringe ad accostare i due aggettivi. Per le imprese antiche, per le imprese moderne. In qualche modo vale la pena difenderle entrambe.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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