La battaglia di Mosul e il “revanscismo” turco

25/10/2016 di Sabrina Sergi

Se nelle scorse settimane i toni di Erdogan oscillavano tra revisionismo e revanscismo, sbilanciandosi verso il primo, ora sembra la componente revanscista abbia preso il sopravvento, inserita all'interno di un ben più ragionato obiettivo.

Erdogan, Turchia

Martedì 18 ottobre, due giorni dopo l’inizio dell’assedio di Mosul, il presidente turco Recep Tayyp Erdoğan ha sottolineato come la Turchia abbia, nei confronti della cittadina in mano all’IS, una responsabilità storica: per questo motivo si sente in dovere di prendere parte alle operazioni in corso per la sua liberazione. Non è la prima volta che il Presidente turco utilizza paradigmi storici per giustificare il proprio operato politico, soprattutto in ambito estero. Se nelle scorse settimane i suoi toni oscillavano tra revisionismo e revanscismo, sbilanciandosi verso il primo (ne abbiamo parlato qui), ora sembra la componente revanscista abbia preso il sopravvento, inserita all’interno di un ben più ragionato obiettivo.

Mosul è stata, infatti, fino al 1918 la capitale –Mosul Vilayet- di una delle tre province della parte irachena dell’Impero Ottomano. Il 30 ottobre di quell’anno il sultano firmò l’armistizio di Mudros, che pose fine alla partecipazione della Sublime Porta al primo conflitto mondiale. La città si trovava ancora sotto il suo controllo, entro i confini del futuro stato turco. Tuttavia, dopo pochi giorni, gli inglesi occuparono la provincia, insieme a tutto il territorio dell’attuale Iraq. A quel punto Mosul divenne l’oggetto di una contesa tra il governo della neonata Turchia e quello della Gran Bretagna. L’articolo 3 del Trattato di Losanna rimandava la soluzione della controversia alla Lega delle Nazioni che, con la Risoluzione sulla disputa di Mosul del 16 dicembre 1925, favorì la posizione del Regno Unito. Questo risultato scatenò l’ira della Turchia, che ruppe le relazioni diplomatiche col governo britannico, arrivando a contemplare la possibilità di muovergli guerra. Il 5 giugno 1926, però, fu il realismo di Atatürk a prevalere: con l’Accordo sui confini e sul buon vicinato la Turchia accettava la risoluzione, cedendo Mosul all’Iraq sotto mandato britannico. Secondo l’allora ministro degli Esteri del governo di Ankara, Tevfik Rüştü Aras, la Turchia ha sacrificato Mosul per il più alto interesse della pace.

Tale logica rischia, oggi, di essere ribaltata. La Turchia non è disposta a sacrificare la pace per il più alto interesse di Mosul, ma vuole cogliere l’occasione per una nuova dimostrazione di forza verso l’Iraq.  É necessario sottolineare come, negli scorsi giorni, il presidente Erdoğan si sia diplomaticamente attivato al fine di siglare accordi che supportassero l’intervento turco nell’assedio. Il primo è stato concluso con gli Stati Uniti il 19 ottobre e prevede che gli F-16 turchi si uniscano alla coalizione su chiamata del centro di comando della base in Kuwait. Gli obiettivi saranno le postazioni dello Stato Islamico nell’area che circonda Mosul. Il Presidente turco si ha anche cercato di intavolare trattative col governo iracheno per avere libero arbitrio sulla base di Bashiqa. Questa postazione irachena, situata a 20 km a est di Mosul, ospita truppe turche dal dicembre 2014, quando sono state dispiegate su invito dell’allora governatore della città. Due settimane fa, il parlamento di Ankara ha votato una mozione che ne rinnova la permanenza per almeno un anno. La mozione non ha mancato di suscitare forti obiezioni da parte di Baghdad, che ha accusato i turchi di agire come una «forza d’occupazione» e ha intimato loro di lasciare immediatamente la base. Erdoğan ha risposto che «le truppe turche non sono di così basso livello da ricevere ordini da al-Abadi», ammonendolo, inoltre, di «stare al suo posto».

Grazie alla mediazione statunitense del segretario della Difesa USA Ashton Carter, lo scorso 21 ottobre é stato raggiunto un accordo sulla proposta dalla Turchia basato su due punti chiave: la Turchia avrebbe mantenuto il contingente turco a Bashiqa fino alla fine dell’assedio e, se necessario, i corpi d’artiglieria avrebbero preso parte all’offensiva. Potenzialmente quindi, i turchi desiderano essere nei dintorni di Mosul tanto con le truppe di terra che con il supporto aereo. Come ha confermato il primo ministro turco Binali Yıldırim al quotidiano Hürriyet Daily: «Ciò che conta è essere parte dell’offensiva».

Le ragioni dell’insistenza turca nel prendere parte all’assedio di Mosul sono diverse. Anzitutto va considerato l’aspetto etnico-religioso, dato che la cittadina è a maggioranza sunnita. Vale la pena sottolineare che Erdoğan ha piú volte accusato l’attuale governo iracheno di essere il burattino di Teheran, ma soprattutto teme che, nel corso dell’assedio, possano penetrare nella città le milizie sciite di Hashd al-Shaab. Secondo gli analisti turchi questo comporterebbe non solo un avvicinamento della minaccia iraniana al confine turco, ma anche un rimescolamento demografico. Il presidente Erdoğan ha infatti sottolineato come Mosul appartenga ai «suoi residenti sunniti» e che solo arabi sunniti, turkmeni e curdi sunniti dovrebbero restare dopo la ripresa della città. É tuttavia probabile che la Turchia abbia intenzione di “controllare” una parte di Mosul per acquisire un nuovo punto strategico dal quale colpire più facilmente il PKK. I militanti curdi infatti, hanno il loro centro di comando e molte basi/magazzini di armi disseminati nelle montagne vicino a Erbil, nel kurdistan iracheno. É per questo motivo che l’area é frequentemente oggetto di raid aerei turchi. Un ultimo aspetto inerente la partecipazione irachena alla battaglia di Mosul riguarda il prestigio sul campo e la conseguente possibilitá di affermarsi come potenza egemone nello scacchiere mediorientale. Qualunque sia la ragione che muove la Turchia appare sempre piú certo che il presidente turco teme di essere escluso dalle trattative che seguiranno l’assedio.

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Sabrina Sergi

Laureata magistrale in Scienze della Politica a Lecce, con 110 e lode, ha approfondito i suoi studi di politica internazionale presso l’ISPI di Milano, dove ha frequentato il Master in Diplomacy. Passioni collaterali: scrittura, letteratura e storia.
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