L’ Argentina è in default: tutti gli scenari

01/08/2014 di Alessandro Mauri

Quali potrebbero essere le possibili conseguenze derivanti dalla decisione del giudice americano Griesa?

Un mese di trattative tra Argentina e fondi speculativi non sono bastati a trovare un accordo sul pagamento del debito anche ai possessori di bond non ristrutturati e così Buenos Aires diventa il primo Paese al mondo a subire un doppio default nel giro di 13 anni.

Default tecnico – Nonostante a detta di molti l’Argentina stia vivendo una situazione di sostanziale default da circa 10 anni, la reazione dei mercati è stata subito molto negativa, sia per quanto riguarda gli indici europei sia per quanto riguarda quelli americani. Per il momento si tratta di un default limitato a circa 29 miliardi di euro, salvo l’attivazione di particolari clausole delle obbligazioni emesse dall’Argentina che potrebbero permettere ai creditori di richiedere ulteriori pagamenti, e gonfiare il valore che il Paese sudamericano dovrebbe sborsare. Tutto nasce da una controversia tra il governo argentino e alcuni hedge funds americani che, sostenuti dal giudice Thomas Griesa, già noto per le posizioni intransigenti a favore degli investitori, hanno richiesto il pagamento di 1,5 miliardi di dollari di interessi prima degli altri obbligazionisti. I fondi infatti non avevano accettato le varie ristrutturazioni del debito che si sono succedute in questi anni e pretendono, con l’appoggio appunto di Griesa, di essere pagati prima degli obbligazionisti che invece avevano accettato la ristrutturazione. Il paradosso è proprio questo: l’Argentina è tecnicamente in default per non aver pagato 539 milioni di dollari agli obbligazionisti, ma in realtà questi soldi ci sarebbero, ma sono stati congelati dalle decisioni della Corte americana, per la quale prima andrebbero pagati i fondi.

Gli scenari – Non è agevole prevedere come si possa evolvere la situazione da qui in avanti, ma gli scenari più plausibili sono sostanzialmente due: il primo, più ottimistico, è quello secondo cui le trattative continueranno ad oltranza, e in questo caso la nuova deadline sarebbe il 31 dicembre 2014. Dopo quel giorno infatti scatterebbero le clausole che permettono a tutti i possessori di titoli argentini, anche quelli ristrutturati, di pretendere lo stesso trattamento riservato a coloro che non hanno accettato ristrutturazioni, e questo porterebbe ad un esborso superiore ai 100 miliardi di dollari, cifra che l’ Argentina non ha a disposizione. Il secondo scenario invece è molto più preoccupante e prevede il diffondersi della sfiducia, se non addirittura del panico, nei confronti del sistema economico argentino, e in particolar modo di quello bancario molto esposto sui titoli di stato, con una corsa agli sportelli per ritirare i propri risparmi che porterebbe il Paese ad un collasso molto più rapido e violento.

Chirstina Fernandez de KirchnerA chi la colpa? – In momenti come questi sarebbe molto facile e popolare prendersela con i fondi speculativi (che sono stati definiti “avvoltoi” dalla propaganda Argentina), ma se un Paese si presenta al mondo con una recessione ormai decennale e un’inflazione al 40%, e nonostante questo continua a negare di aver totalmente fallito la gestione economica e politica (nonché a negare di essere in default), forse le colpe stanno altrove. Solitamente un default, pur provocando contraccolpi fortissimi alla popolazione e ai creditori, rappresenta l’opportunità per ripartire da zero e per non commettere gli stessi errori che hanno portato un Paese alla bancarotta. Questo, purtroppo, non è accaduto in Argentina, dove si è preferito nascondere la testa sotto la sabbia, negare una situazione disastrosa (ancora oggi non sappiamo se i dati diffusi siano veri o no) e continuare con una gestione senza alcuna logica delle risorse economiche del Paese: spese incontrollate, sussidi, aiuti a chiunque e nessun investimento realmente produttivo di ricchezza.

Preoccupazioni globali – Le ripercussioni sui mercati globali e, più in generale, sulle altre economie globali dovrebbero essere comunque limitate in quanto l’esposizione ai Tango Bonds è limitata, in seguito ai precedenti fallimenti, e si tratta in ogni caso di una situazione prevista da tempo e già scontata dai mercati. Tuttavia la situazione va monitorata per evitare il contagio con altre economie sudamericane, sicuramente molto interconnesse con Buenos Aires, che potrebbe causare un effetto domino difficilmente controllabile, specie in un contesto globale già di per sé molto difficile e a rischio. Il discorso cambia radicalmente se si considerano le conseguenze per i cittadini argentini, i quali dovranno affrontare ancora una volta una situazione molto difficile, con l’aggravarsi della crisi, il peggioramento del cambio dollaro/peso e l’ulteriore fuga di capitali conseguente al default. La difficoltà di accesso ai mercati che si preannuncia per i prossimi anni, inoltre, potrebbe limitare notevolmente i margini di manovra per una seria campagna di investimenti volta a rilanciare l’economia del Paese.

Ancora una volta a pagare le conseguenze di una gestione scriteriata della cosa pubblica saranno i cittadini e i risparmiatori, e la storia dell’ Argentina potrà essere utilizzata per spiegare tutto quello che un buona politica non dovrebbe fare.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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