Klimt, alle origini di un mito

04/03/2014 di Simone Di Dato

Klimt, All'origine di un mito

Klimt. Alle origini di un mito. L’obiettivo è un sogno, o piuttosto un esperimento: 19 artisti, tra cui pittori e architetti, uniti dal comune ideale di vedere musica, drammaturgia, poesia e arti figurative, convergere in una sintesi perfetta e completa. Metti una primavera sbocciata decisamente in anticipo a Vienna: il superamento dell’accademismo, una linea di frontiera tra rottura e continuità, un piano moderno ed entusiasmante che suggerisce l’alba di una nuova era artistica. Si discute poco, il caos lascia spazio alle medesime domande: a chi si rivolge l’arte? Qual è il suo ruolo? A rispondere con il suo stile inconfondibile è il protagonista assoluto della Secessione Viennese, l’allora trentacinquenne Gustav Klimt. Mai come in questo periodo la sua posizione artistico-politica è evidente, sì perché l’ideale di “opera d’arte totale” non manca di una precisa connotazione politica. L’arte secondo Klimt e i suoi fratelli deve difendere la sua elitarietà, esprimendo una sensibilità estetica di una minoranza di persone integre e nobili (come non considerare la citazione della celebre Nuda Veritas “Accontentati di piacere a pochi, piacere a molti è una brutta cosa”) ma allo stesso tempo l’artista, dalla coscienza nuova e aggressiva, deve rivolgersi alle masse per far conoscere il bello e il buono. “Il massimo compito dell’arte– sentenziò a tal proposito il critico Rudolph Lothar –  non è di essere un godimento, ma di insegnare a godere. In questo senso l’arte è la magnifica educatrice dell’umanità. […] Arte dell’animo, questo è la Secessione, questo è ciò che vuole essere, questa è la sua giovinezza, la sua forza, il suo significato! Si rivolge a tutti coloro che sono affaticati e oppressi dal peso della vita quotidiana. E di tutti questi vuole fare degli aristocratici! L’aristocratizzazione delle masse, ecco la missione della secessione, con mezzi nuovi, energici, che parlano da persona a persona. Il popolo imparerà a capirne la lingua.”

Klimt, All'origine di un mito, Milano
Acqua Mossa, 1898

Chi di solito mostra un comprensibile interesse verso la personalità di artisti famosi, resterà nel caso di Klimt piuttosto deluso. Alle innumerevoli leggende, ricche di dettagli fantastici, si contrappone una verità piuttosto scarna: il pittore delle seduzioni dorate infatti, non ha quasi mai parlato di sé e delle sue opere. Figlio di un orafo e una grande appassionata di musica lirica, dopo anni di eclettici studi, tra pittura, mosaico e ceramica, riuscì a lasciare il segno senza troppi sforzi, con solo il suo grande talento nel combinare astrazione, sintesi e decorazione. Una summa di esperienze rintracciabile unicamente nelle sue opere, alle origini della sua storia personale. E proprio da quest’idea nasce la nuova mostra che aprirà i battenti il prossimo 12 marzo presso le sale di Palazzo Reale a Milano. Realizzata in collaborazione con il Belvedere di Vienna, l’esposizione milanese affonda lo sguardo nella storia intima e artistica del pittore, dai rapporti familiari, gli inizi della carriera alla Scuola di Arti Applicate, la sua passione per la musica e il teatro, la fase della pittura storicista, gli anni della Secessione, fino alle collaborazioni con i due fratelli Ernst e Georg.

Per la prima volta a Milano, in un percorso espositivo curato da Alfred Weidinger, uno dei più famosi studiosi di Klimt, nonché vicedirettore del Belvedere, giungono sulle note del Ludovico Van, alcuni tra i più celebri e preziosi capolavori. Ci sarà l’incompiuto Adamo ed Eva, l’immagine di una felicità pura, erotica contrapposta all’apparente regressione delle condizioni sociali e individuali in cui è nato, ma anche la sua Salomè. Si tratta di un’opera di grande fascino in cui la protagonista non appare come l’eroina che uccide il suo uomo in preda a passioni erotiche, ma è colei che è sopraffatta dalle stesse. E’ una donna minacciosa, pericolosa, dallo sguardo assopito, ma dalle labbra crudeli e infide. Felix Salten dirà di lei: “Questa Salomè è una bella jourdame ebrea…che non perde l’occasione per sedurre lo sguardo degli uomini. Una donna sottile e flessuosa, in cui sembrano sopite enigmatiche forze, energie, impulsi che non potrebbero essere più placati, una volta che ciò che è costretto a rimanere borghesemente assopito, dovesse davvero prendere fuoco.”

Klimt, All'origine di un mito, Palazzo Reale di Milano
Giuditta I, 1909

Si continua con “Girasole” ma soprattutto “Acqua mossa”. Al tempo delle poesie di Rilke e dei componimenti di Debussy, la visione della donna è in quest’immagine, fatale come mai prima. Erotica e sensuale, ma apparentemente priva di anima, il suo corpo partecipa dei più segreti movimenti della natura, con le sue capigliature ondulate e il suo carattere malefico, nel tradire fiumi e laghi. In capolavori come questi, Klimt abbandona la visione redentrice dell’arte, per rappresentare la condizione della redenzione stessa.  Senza tempo e senza spazio, l’atmosfera vegetativa, senza memorie e concezioni future rende evidente la mancanza di comunicazione: qualunque legame con la società è fuori discussione.
Ad arricchire la mostra sarà anche una ricostruzione originale del “Fregio di Beethoven”, esposto nel 1902 a Palazzo della Secessione durante quella mostra che condensò lo spirito del tempo, indicando la via della modernità, quella intrapresa in prima persona e ineludibilmente dal talento visionario di Klimt.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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