Kindle Unlimited, IVA, e-book e precariato: salviamo gli editori virtuosi

04/11/2014 di Sergio Mattei

Mentre impazza la protesta sull'iva al 22% per gli e-book, Amazon lancia il nuovo servizio unlimited, suscitando polemiche da parte degli editori, che innalzano barricate in nome dell'equità, ma sfruttano come in pochi altri settori giovani e precari

Editoria e Kindle Unlimited

Proprio quando gli editori italiani sono concentrati sulla campagna contro l’iva al 22% per gli ebook, peraltro condivisibile, arriva Kindle Unlimited. Il nuovo servizio di Amazon propone per soli € 9,99 al mese l’accesso senza limiti all’intero catalogo di ebook, oltre 15.000 titoli in italiano e più di 700.000 in altre lingue. Chi si abbona, per poco meno di dieci euro, può leggere quanto vuole  su tutti i dispositivi, ovvero per mezzo computer fisso, tablet, mini tablet e smartphone con l’App di Kindle o tramite un dispositivo ereader di Amazon. Il servizio è attualmente disponibile in Italia, Stati Uniti, Regno Unito, Spagna e Germania e permette anche una prova gratuita di trenta giorni, ed i titoli disponibili sono mostrati insieme a quelli che non aderiscono all’iniziativa negli scaffali virtuali del negozio online e per scaricarli è sufficiente un click sull’apposito tasto.

Questa idea è stata accolta con polemiche da parte degli editori delle nazioni interessate per prime, Stati Uniti e Regno Unito. Il timore è che tale formula sia destinata a distrarre una considerevole fetta di mercato, peggiorando ulteriormente lo stato di salute del settore, che già patisce la cosiddetta crisi dell’editoria tradizionale e quella economica. È infatti l’incapacità degli editori di innovarsi, in aggiunta a una scarsa lungimiranza, ad aver fatto vacillare la sorte delle case editrici, poi messe allo stremo dal tracollo globale della finanza.

Ma forse c’è dell’altro. Perché sarebbe opportuno tracciare un confine tra realtà e gruppi editoriali che meritano di essere salvati perché, nonostante tutto, tentano di salvaguardare la qualità e aziende dove si tratta la cultura come un prodotto industriale e si calpestano i diritti dei lavoratori, sfruttando i precari con la pratica scorretta di stage non retribuiti, contratti cocopro, false partite iva e pagamenti bimestrali (da fame) adducendo risibili scuse. Non mantenendo promesse nei confronti di chi è più giovane e meno tutelato e questo è forse il torto più grave nei confronti delle nuove generazioni. Illusi, manipolati e ridotti in schiavitù, senza valide alternative e mossi dalla sola speranza di “fare un investimento” per il proprio avvenire.

E i due ambiti, la protesta contro l’iva al 22% per gli ebook – a differenza di quella al 4% per le edizioni cartacee – e l’urgenza di provvedimenti contro gli editori che violano le leggi del lavoro, non sono distinti. Perché spesso chi esige un trattamento più equo per sé, non si fa scrupoli a far concorrenza sleale ai più onesti, evadendo di fatto tasse e risparmiando sulla pelle dei propri dipendenti, non versando i contributi previdenziali dovuti. Sia chiaro, è nell’interesse comune augurarsi che si legga sempre di più e la cultura non sia a esclusivo appannaggio di un’élite; così come è bene che resistano e tornino a fiorire i più virtuosi editori.

Quindi sarebbe bene dire no all’iva maggiorata per le edizioni digitali, ma anche allo sfruttamento dei precari. E soprattutto, ricordiamo come la cultura, perché possa essere preservata, debba anzitutto essere onesta verso se stessa e non camuffarsi da merchandise. Potendo scegliere cosa leggere senza badare a spese (a parte l’abbonamento mensile), i lettori troveranno qualcosa di adatto ai propri gusti e i consumatori affineranno la capacità di selezione. Saranno premiati gli editori e gli autori con maggiore fiuto e talento. Gli altri saranno giustamente tagliati fuori. Forse.

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Sergio Mattei

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