Kenya: Kenyatta vince le elezioni ma è accusato di crimini contro l’umanità.

09/03/2013 di Elena Cesca

Uhuru Kenyatta, classe 1961, figlio di Mzee Jomo, padre fondatore del Kenya, è il nuovo presidente del Paese africano. Lunedì 4 Marzo, 14 milioni di Keniani hanno espresso il proprio voto e in 6. 173.433 (50, 07% secondo la BBC) lo hanno prescelto sugli altri 7 candidati. Secondo la nuova costituzione (2010), si è votato per scegliere 47 governatori (uno per contea), 47 senatori, 47 rappresentanti donne, 290 parlamentari e 1450 rappresentanti totali.

I risultati sono stati definitivamente comunicati questa mattina, dopo ben 5 giorni di attese. Immediate le proteste sollevate dal principale sfidante, Odinga, che invece ha raccolto il 43,28%. I brogli sarebbero ancora i protagonisti indiscussi delle tornate elettorali e qualche giorno fa la Commissione per i Diritti Umani ha diffuso dei video in cui è chiara la pratica della compravendita dei voti nel Paese. Voti superiori alle schede scrutinate e viceversa, e grandi dubbi sul reale funzionamento del voto biometrico, ossia un meccanismo che ricorre al riconoscimento delle impronte digitali e che è stato introdotto lo scorso novembre, in seguito all’annuncio da parte del IECB, il Kenya’s Independent Electoral and Boundaries Commission (IEBC).

Secondo Issack Hassan, presidente dell’IEBC, i Keniani hanno votato “con calma, con pazienza, con orgoglio e pacificamente dinanzi il mondo intero”. Tuttavia, numerosi sono i segni di scetticismo della popolazione rispetto al nuovo sistema. Solo 2.600 osservatori stranieri su 23.000 concordano sulla regolarità, mentre l’Inghilterra e gli Stati Uniti ammettono di non gradire il risultato espresso nelle urne. Uhuru Kenyatta, che ha studiato Scienze Politiche ed Economia all’Amherst College negli USA, è l’eroe, o meglio “njamba”, come è chiamato in Kenya. La controversia e la violenze che seguirono le elezioni del 2007 videro Kenyatta divenire uno dei due vice primi ministri, ministro del commercio e delle finanze nel governo di coalizione, ma anche il primo accusato di coinvolgimento negli scontri.

Magnate dei media, proprietario del canale TV K24, di un quotidiano popolare e un certo numero di stazioni radio, con un patrimonio stimato di 500 milioni di dollari che include anche appezzamenti enormi di terra nella Rift Valley, nelle regioni centrali e costiere del Kenya, Kenyatta è indubbiamente la persona più ricca tra i 23 Paesi africani, secondo quanto rivelato dalla rivista Forbes. Proveniente da una famiglia con vasti interessi nei settori del turismo, bancario, assicurativi e dell’edilizia, ha basato la sua campagna elettorale sulla modernità e l’essere in sintonia con i giovani del paese, utilizzando mezzi informatici come Twitter per diffondere il bilancio 2011/2012 e invitare i contribuenti al loro dovere. La squadra del signor Kenyatta è stata, infatti, presentata come il “team digitale”, pronta ad attivarsi per lo sviluppo del Kenya.

Ciò nonostante, l’immagine dell’eroe non è condivisa da metà della popolazione keniota e men che meno a livello internazionale. La questione della terra e della riforma fondiaria tormenta lui e il resto della sua famiglia. In gran parte dell’Africa, la terra è ancora la fonte primaria di quasi tutti gli scontri etnici. Nel suo manifesto elettorale, Kenyatta riconosce che “la prosperità futura del Kenya dipende dalla trasformazione in possedere immobili e terreni, dall’espansione di utilizzatori del territorio e dei diritti di proprietà”. Eppure, precedentemente, in riguardo alla riforma fondiaria e ai possedimenti della sua famiglia aveva sostenuto che non v’era bisogno di rispondere a domande: “Non è che io non vi dico, ma non c’è bisogno di dirvi.” (HARDtalk, BBC, 2008)

Per il resto del mondo è un criminale. La Corte Penale Internazionale dell’Aja lo accusa, insieme al suo compagno politico William Ruto, di crimini contro l’umanità, perpetuati durante gli scontri post-elettorali del 2007. L’imputato, che nega ogni accusa e afferma fortemente che la Corte Penale sia solo uno strumento neo-coloniale creato dagli Occidentali per soggiogare l’Africa Nera, dovrà affrontare il processo nel mese di luglio, mentre l’appello dell’onorevole Ruto è stato rinviato a maggio, dopo che i suoi avvocati lamentavano la carenza di tempo per preparare la sua difesa. Il pronunciamento della Corte nei confronti di un Presidente in carica implicherebbe la creazione di un precedente giuridico per altre realtà, come quella di Omar al-Bashir, presidente del Sudan, o della Siria di Bashar al-Assad.

KenyattaStati Uniti, Regno Unito e l’ex segretario generale dell’ONU Kofi Annan hanno dichiarato indirettamente che l’elezione di Mr Kenyatta come presidente avrebbe conseguenze negative per le relazioni con il Kenya.
Londra, i cui diplomatici sono stati accusati di interferire negli affari interni del Kenya, ha annunciato che i funzionari inglesi non entreranno in contatto con lui. Ciò comporterebbe quasi inevitabilmente una spaccatura diplomatica.

Washington, già prima dello spoglio, aveva sostenuto che “le scelte hanno conseguenze”. Lo stesso presidente Obama aveva raccomandato ai suoi lontani parenti il “voting for peace”. La faccenda è complessa, dato che “Kenyatta sa che ha bisogno degli Stati Uniti, e gli Stati Uniti sanno di aver bisogno del Kenya” (New York Times: Jendayi Frazer, ex Assistente Segretario di Stato per gli Affari Africani). La cooperazione Kenya-USA è vitale per entrambi nella lotta contro gli affiliati di al-Qaida. (ricordiamo gli attentati a Nairobi, Mombasa e nella vicina Somalia), nella battaglia contro la pirateria nell’Oceano Indiano, e nelle problematiche regionali (violenza e migrazioni di massa nella Repubblica Democratica del Congo). Da non sottovalutare, infine, è il ruolo del Kenya nell’ambito dei progetti transnazionali delle Nazioni Unite.

Per concludere, il nuovo sistema di votazione elettronica del Kenya è stato progettato per eliminare la possibilità di brogli elettorali ed evitare una ripetizione della violenza post-sondaggio del 2007. Problemi tecnici hanno comunque intaccato la sicurezza e veridicità dei risultati e, secondo la nuova costituzione il 50% secco basta ad eleggere il nuovo presidente, quindi non ci sono possibilità costituzionali per Odinga di chiedere il ballottaggio.  Ammesso il caso che il sistema di voto biometrico avesse funzionato correttamente, e che il candidato sia stato eletto regolarmente e democraticamente, il dubbio che assilla chi scrive è il seguente: è accettabile la candidatura di uomini sui quali ricadono accuse di questa portata?

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Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
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