Keith Haring: The Political Line

27/05/2013 di Simone Di Dato

Keith Haring, Political ine

La street art e il graffitismo possono essere definiti e considerati in tanti modi. I più polemici ancora storcono il naso con accuse di vandalismo, per molti è un gesto di ribellione contro alcuni sistemi governativi, per sovvertire schemi sociali poco tollerati; ma al di là di ogni contestazione o apprezzamento, l’arte di strada resta la maggiore espressione artistica metropolitana, nonché  uno dei molteplici mezzi per esporre creazioni ed esprimere l’interiorità e l’individualismo di certi artisti. Gli stessi che rivendicano strade e piazze come gallerie a cielo aperto. Ed è in questi termini che l’arte contemporanea si impone come arte non elitaria, ma sociale, un’arte di e per tutti che trova una diversa possiblità per mostrarsi: non più solo ad intenditori e artisti, ma alla persone comuni, ai cittadini della metropoli che inevitabilmente diventano spettatori, seppur involontari.

Keith Haring, The Political Line
Keith Haring, The Political Line

Di spettatori ed estimatori durante tutta la sua carriera, Keith Haring (1958-1990) ne ha avuti a migliaia. Il più singolare rappresentate del graffitismo però ha saputo fare di più: interpretando le spaccature e i bisogni della città, col suo stile particolarissimo ha creato un marchio internazionale, cedendo al famigerato capitalismo che lui stesso ha sempre condannato, ma che gli ha permesso di diffondere al più vasto pubblico le sue opere, con Pop Shop a Manhattan e a Tokyo. Con una strategia di “marketing democratico” la sua arte è diventata così “gadget”, oggetto estetico seriale, a basso costo, aquistabile da chiunque: insieme alle frasi di Jim Morrison, i volti dei Beatles, gli omini di Haring invadono tazze,  t-shirt, poster e prodotti di ogni sorta, in tutto il mondo ma non senza ripercussioni. A dispetto di quanto egli stesso affermava (“Non penso che l’arte sia propaganda; dovrebbe essere invece qualcosa che libera l’anima, favorisce l’immaginazione e incoraggia la gente ad andare avanti”), l’attenta gestione della sua immagine unita alla frenetica divulgazione della sua pittura, mirata a sfruttare tutte le possibilità offerte dalla riproducibilità tecnica,  porteranno a dilaganti  preoccupazioni e opinioni negative in merito alla sua attività. Un artista “leggero”: è questo quello che si pensa con scetticismo dell’artista.

Ma Haring non è solo gadget, poster e commercio, Haring è molto di più. E a rivendicare l’impegno politico e sociale tipico della sua pittura sarà il Museo di Arte Moderna di Parigi che, in collaborazione con le CentQuatre, organizza per l’occasione una retrospettiva volta a consacrare il profondo messaggio dei celebri graffiti, dopo circa trent’anni dalla sua prima esposizione francese e a tredici anni dalla sua morte. “Keith Haring: The Political Line”, questo il titolo della mostra (aperta fino al 18 agosto), raccoglie più di 200 opere dell’artista americano, tutte con la forte prerogativa di comunicare qualcosa di ben preciso. Che sia una denuncia o una semplice perplessità, le rappresentazioni parlano chiaro, nonostante i forti colori che spesso ingannano. La prima sezione della mostra porta il titolo “L’individuo contro lo stato” e prevede il tema della sottomissione cittadina ad una società che incastra l’uomo (Senza titolo [I] 1985), costringendolo ad arrendersi o ad accettare i falsi miti dello Stato: il dollaro e il suo potere ad esempio.

L’unico modo per liberarsi quindi è il cambiamento. Ribellarsi in tempo ai mass media, al consumismo, al razzismo e alla minaccia nucleare che incombe sull’umanità è necessario, ed è in questi termini che si apre la sezione intitolata appunto “Ecocidio, minaccia nucleare e apocalisse”. Iconografie maturate intorno alla metà degli anni ottanta ne sono un emblema, come il celebre bambino legato ad un televisore da un cordone ombellicale o il fungo atomico e una figura umana con un buco all’altezza dello stomaco.

Proprio in questi anni un gran numero di opere portano alla luce i temi della violenza, del dolore e dell’alienazione: quest’evoluzione in senso drammatico dell’arte e della visione del mondo è chiaramente legata alla paura di Haring per l’Aids, (malattia che colpirà lui e molti dei suoi amici) e  che tradiscono le sue ironiche parole: “Ho vissuto a New York negli anni del culmine della promiscuità sessuale. Se non beccherò L’Aids io, non la prenderà nessuno” (1987). Non a caso “Sesso, Aids e morte” è la parte della retrospettiva dedicata al turbamento e all’impegno sociale dell’artista: aderirà a numerose campagne informative contro la diffusione del virus, realizzerà dipinti per sensibilizzare la società. I celebri omini, lasceranno spazio a draghi e teschi, scheletri e serpenti, in disegni sempre più criptici che in realtà confermano il grande talento e la dote di un artista che troppi voglio ricordare come mero protagonista della jungle fever nelle notti newyorkesi. Questa mostra gli renderà finalmente giustizia.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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