Johnny Cash. We are all Men in Black

29/07/2013 di Simone Di Dato

La leggenda della musica country con sangue indiano nelle vene e il fotografo “ufficiale” dell’universo rock, insieme. Potrebbe sembrare immediatamente la solita e usuale coppia del vecchio e affascinante showbiz, quando il rock si diffondeva a macchia d’olio,  mescolando folk e  blues, whiskey ed eroina, se non fosse che il binomio in questione è formato invece dall’icona delle speranze e delle illusioni americane, la voce del popolo e del lavoro quotidiano Johnny Cash e Jim Marshall, il talento prolifico di un uomo che con gran disinvoltura ha immortalato scene memorabili del suo tempo. Il loro non fu soltanto un esclusivo sodalizio creativo dalle sembianze di  legame professionale, ma soprattutto una grande amicizia, un legame sancito da centinaia di scatti ormai diventati storia.

E mentre da poco più di qualche settimana Nashville vanta il primo vero museo (sorto sulle ceneri della House of Cash distrutta da un incendio nel 2007) interamente dedicato alla celebre voce, l’Italia gli rende omaggio con una mostra a Senigallia, dopo aver fatto tappa, con gran successo, a Bologna. Presentata da Ono Arte Contemporanea in collaborazione con l’Associazione Culturale Summer Jamboree e il Comune di Senigallia, l’esposizione sarà allestita a Palazzetto Baviera per tutta la durata del Festival internazionale di cultura musicale anni ’40-50, dal 3 all’11 Agosto. Saranno circa quaranta gli scatti inediti disposti per gli spettatori italiani, in quello che si preannuncia essere un toccante racconto fotografico per rivivere  i successi musicali e mostrare il patriarca del country americano come uomo dietro il talento e la fama dell’artista.

Johnny Cash
Johnny Cash

Johnny Cash conobbe Jim Marshall nei primi anni 60, entrambi ingaggiati dalle aziende Atlantic, Columbia e Paramount: la loro intesa fu tale che Marshall fu l’unico ad avere accesso illimitato al set dello show del cantante. In realtà il suo curriculum era già degno di nota. Grazie ad una fitta rete di amicizie e alla sua capacità di avvicinarsi alle rockstar anche nei loro momenti più intimi,  riuscì a ritrarre Ray Charles,  un giovane Bob Dylan per le strade di New York, e successivamente Janis Joplin nel ’68, i Beatles al Candlestick Park di San Francisco nel 1969. Ma è intelligente ammettere che la qualità e l’originalità delle immagini di Cash, vincono il confronto.

Jim era lì quando nel 1968 Johnny decide di registrare un intero LP all’interno della Folsom State Prison in California. Era sua la cover dell’album, sue le immagini della straordinaria performance live, e le scene nel backstage. Ma ancora più iconico è il ritratto che il fotografo riuscì a immortalare l’anno dopo. Questa volta lo scenario è il San Quentin Prison, altro successo musicale, altra esibizione dal vivo. Al centro Cash col dito medio alzato, sguardo dritto in camera in risposta all’affermazione di Jim:” John, facciamo uno scatto per il direttore del carcere!”
Alla mostra, intitolata Johnny Cash: We are all Men in Black, saranno presenti anche frammenti di intimità, abbracci ai detenuti, i duetti con la compagna e musa June Carter, con il figlio, i genitori e con l’inseparabile chitarra, scene domestiche e prove di concerti.  Scatti in bianco e nero, ritratti resi eterni, poca importanza allo sfondo, quindi essenziali e spontanei, in cui nulla è importante se non il soggetto e la sua verità. Sono scene immediate, con l’uso della sola luce naturale, in cui Johhny risulta essere un semplice ragazzo del sud,  per poi apparire sempre più maturo, come “il viandante dello spirito della nazione americana”, e  uomo solitario, crucciato, “uomo nero” per quella vita sfrenata di cui era il protagonista, ma anche  per la sua abitudine di vestirsi sempre di nero, per solidarietà ai detenuti del Folson Prison, come a suggerire nelle fotografie di Marshall, le pene e le sofferenze di un prigioniero sempre alla ricerca tormentata di una libertà effettiva o ideale, di cui chiunque, indistintamente, ha bisogno. Perché in fondo siamo tutti uomini in nero.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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