Jobs Act, è caos NCD: aspiravano alle stelle, si son fermati alle stalle

27/12/2014 di Luca Andrea Palmieri

Il Jobs Act porta con sè un grande sconfitto: il Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano ha gestito e valutato in modo approssimativo il proprio ruolo nella riforma. Il risultato? laddove ci sarebbe stato lo spazio per esultare - anche se fino a un certo punto - il Nuovo Centro Destra ha invece incassato un duro colpo

Angelino Alfano, NCD

Tra i tanti, prevedibili, scontenti per i decreti attuativi del Jobs Act c’è anche chi non ci si aspetterebbe di vedere: il NCD di Alfano, quel Nuovo Centro Destra che forse, più di tutti, tra le forze governative, dovrebbe esultare per la fine dell’articolo 18. Basta aver seguito il dibattito politico natalizio – se ne è accennato anche su queste pagine – per capire i motivi dello scontento: la decisione di lasciare fuori l’opting out e i licenziamenti per scarso rendimento è stata mal accolta dalla forza politica dell’ex delfino di Berlusconi, che si era speso molto nelle ore precedenti per portare a casa il risultato.

Sono volati stracci, nel Consiglio dei Ministri del 24 dicembre: evidentemente era di particolare interesse, per il Nuovo Centro Destra, riuscire ad ottenere una norma che permettesse alle imprese di non dover mantenere in azienda – anche con grandi costi – un dipendente “sgradito”, anche in caso di sentenza sfavorevole da parte del giudice. Questione di programma o di interessi particolari adiacenti all’ex costola del Pdl? Difficile a dirsi. Fatto sta che, alla fine, la figuraccia è servita. E, a veder bene, la responsabilità è proprio di Alfano e soci, in particolare del Capogruppo al Senato Maurizio Sacconi.

Nelle file del NCD è stato sopravvalutato il potere negoziale nei confronti del Governo, soprattutto in una questione controversa come quella del Jobs Act. Il 23 dicembre infatti, l’ex ministro del lavoro berlusconiano twittava “Domani d-day della politica italiana. O via l’articolo 18 o il governo per crollo credibilità”. Parole pesanti, ma che male si addicono a un partito che i sondaggi danno in notevole difficoltà, e la cui presenza in Parlamento sarebbe a rischio persino con la nuova bozza di legge elettorale. Senza contare che lo scontro più rilevante, per il Partito Democratico, è sempre quello interno, sia per il peso delle forze Parlamentari che per l’imminente questione Quirinale.

Insomma, si sa com’è andata a finire. Il giorno dopo si è parlato di urla, carte che volavano e tensione alle stelle nel Consiglio dei Ministri. Alla fine Renzi è emerso, prendendosi la responsabilità personale della scelta e chiudendo le porte in faccia a un NCD che si è ritrovato a pagare, in termini di visibilità, l’errore di aver alzato troppo i toni. “C’è un compromesso per ciò che riguarda i licenziamenti individuali” ha dichiarato in seguito Fabrizio Cicchitto. Versione fondamentalmente smentita anche da alcuni dei più critici all’interno della sinistra, come quel Cesare Damiano che, sul punto, ha comunque dichiarato che è stata “sconfitta la pretesa di Ncd di avere il cosiddetto opting out e il licenziamento per scarso rendimento”.

Dopo la prima reazione all’insegna della delusione, si è passati alla strategia del “passo avanti” – per nascondere il pesante colpo incassato. Così, Gaetano Quagliariello, ha aggiunto che il decreto non sarebbe “all’altezza di ciò di cui il paese avrebbe bisogno”, per poi dichiarare che la “battaglia non è chiusa”. Tutto questo, però, è stato accompagnato da una forte minimizzazione della questione stabilità del Governo: “non è per queste cose” – è stato detto – “che si fa una crisi di Governo”. Soprattutto, sarebbe il caso di aggiungere, quando l’alternativa per NCD è un salto nel buio.

Intanto, mentre Sacconi ha continuato a lamentare il tradimento delle sue ragioni, parlando di “poco coraggio” da parte dell’esecutivo, sono arrivati anche gli sberleffi di Forza Italia, con i tweet di Gasparri, le dichiarazioni sulla “marginalità” di NCD di Elvira Savino e con le dichiarazioni di Brunetta, che ha parlato di un Nuovo Centro Destra “piegato” dalla “volontà nel PD dell’anima arcipotente di CGIL”. Insomma, oltre al danno la beffa. Un atteggiamento che però sa del “bue che dà del cornuto all’asino”, volendoci affidare alla saggezza popolare italiana: negli ultimi anni il centro-destra, dopo le polemiche della legge Biagi, mai è riuscito a fare gli interventi esaustivi che pure erano stati annunciati, piacessero o meno, in materia di lavoro.

Fatto sta che NCD oggi paga il più tipico degli errori politici: ad alzare troppo l’asticella, si finisce, spesso, per sbatterci contro. E così, laddove ci sarebbe stato lo spazio per esultare – anche se fino a un certo punto – Angelino Alfano e i suoi hanno trovato solo cattiva pubblcità. Non sono i primi a fare quest’errore (molto più clamoroso è stato quello di Grillo con le Europee), non saranno di certo gli ultimi. Fatto sta che, ancora una volta, viene dimostrato un punto: il modo in cui si dicono le cose conta tanto quanto le modalità con cui vengono poi fatte. Essere caduti in questa trappola potrebbe essere pagato a caro prezzo da Alfano e soci.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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