Jihad e Balcani: il caso bosniaco

27/10/2014 di Matteo Anastasi

La parabola del jihadismo balcanico contemporaneo inizia, di fatto, venti anni fa, nel novembre 1995, mese degli accordi di Dayton, e rappresenta un problema tutt'oggi aperto

Bosnia terrorismo Islam

Non solo il Medio Oriente. Il terrorismo di matrice islamica conosce altre e meno note case. Una di queste è la Penisola balcanica. La parabola del jihadismo balcanico contemporaneo inizia, di fatto, venti anni fa, nel novembre 1995, mese degli accordi di Dayton. In seguito alla stipula di quell’intesa, che chiude un’epoca di sanguinosissime guerre nella regione, molti combattenti stranieri abbandonano il territorio bosniaco, per spostarsi su altri fronti caldi: Cecenia, Iraq, Afghanistan. Non tutti, però, seguono questa logica. Alcuni mujahideen sposano donne locali e il presidente Alija Izetbegovic concede loro la cittadinanza, per premiare il contributo fornito alla nazione durante la guerra. Dietro questa scelta dei mujahideen, tuttavia, c’è un chiaro disegno, che porta in dote una firma prestigiosa: quella della monarchia saudita degli Āl Saʿūd. L’Arabia Saudita finanzia, infatti, i combattenti fin dal primo momento, affidando loro l’obiettivo di diffondere in Bosnia il wahabismo. L’intento è assecondare la “necessità” di fede islamica dei bosniaci, ponendola, anzitutto, in contrapposizione al cattolicesimo dei croati.

La strategia si rivela vincente. I mujahideen formano nutrite comunità sul territorio e portano moltissimi giovani ad aderire alla causa dell’Islam salafita, che si mostra nel tempo sempre più fondamentalista e intollerante, non solo nei confronti dei non musulmani, ma anche nei riguardi dell’Islam tradizionale, ritenuto tiepido e fuorviante. Queste dinamiche, con le necessarie evoluzioni, hanno accompagnato la storia bosniaca dell’ultimo ventennio, fornendo miliziani ai fronti in cui si è combattuto il jihad e consolidando con forza crescente il wahabismo fra i giovani locali.

Oggi, le istituzioni bosniache sono costrette a fare i conti con una situazione sempre più complessa. Particolarmente attiva sul fronte anti-terrorismo è la State Investigation and Protection Agency (SIPA), che il 3 settembre scorso ha lanciato l’operazione “Damasco”, il cui esito è stato la detenzione di sedici jihadisti, fra cui spicca il nome del quarantaduenne Bilal Hussein Bosnić, predicatore radicale fra i leader del salafismo slavo. Decisivi per le indagini sono stati i movimenti di Bosnić in Italia, dove ha tenuto sermoni nei centri islamici di Pordenone, Bergamo, Cremona, Roma e Siena. In questa circostanza, soprattutto nei territori del nord-est, avrebbe reclutato diversi militanti per conto dell’ISIS. Fra questi, due nomi certi sono Ismar Mesinovic e Munifer Karamaleski, ambedue partiti dal bellunese per il fronte siriano a fine 2013. Più in generale, gli arrestati di inizio settembre sono accusati di aver organizzato e finanziato il trasferimento di islamisti verso Siria e Iraq, al fine di combattere per il califfo Abū Bakr al-Baghdādī.

Quello del jihadismo bosniaco resta un problema aperto, complesso da leggere e da affrontare. La legittimazione delle istituzioni locali passa anche per la capacità di arginare l’estremismo salafita, da vent’anni in continua ascesa. L’operazione “Damasco” potrebbe aver rappresentato un buon inizio.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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