JFK, Cosa Nostra dietro la morte?

23/11/2013 di Luca Tritto

Una teoria affascinante e poco ricordata, riguarda alcune circostanze, legami e rivelazioni quasi mai considerate nel ricostruire cosa accadde a Dallas

Mafia e assassinio di John Fitzgerald Kennedy, JFK

Sull’attentato del 22 Novembre 1963 si è già scritto e detto molto. Forse troppo. Tuttavia, già pochi anni dopo la morte di Kennedy, in molti misero in dubbio – come riportato nella precisa ricostruzione che abbiamo pubblcato pochi giorni fa – i risultati dell’inchiesta condotta dalla Commissione Warren, secondo la quale a sparare fu solo Lee Harvey Oswald, a sua volta ucciso da Jack Ruby per motivi non approfonditi. A tal proposito, invece, è bene capire e raccontare più a fondo chi erano questi personaggi, quali legami avevano e, soprattutto, svelare un ulteriore scenario nel quale potrebbe essere stato progettato l’attentato.

L’avvocato della mala – Frank Ragano è l’autore di un libro autobiografico intitolato “A Mob Lawyer”. Ragano non era un tipo qualunque, anzi. Era un noto avvocato di Tampa, Florida, e il più fido consigliere legale di Santo Trafficante Junior, il boss dell’intero Stato e membro della Commissione di Cosa Nostra, l’organo politico supremo della Mafia americana. Raccontando i decenni passati al fianco del suo padrino, Ragano ha svelato una verità fino ad allora solo ipotizzata: il coinvolgimento dei Don nella morte del Presidente degli Stati Uniti d’America. Ma partiamo con la presentazione dei personaggi di questa storia.

JFK la mafia dietro alla morte?
Santo Trafficante Jr.

L’elezione del Presidente – Joseph Kennedy, il padre di John e Robert, era un magnate multimilionario, ex ambasciatore in Gran Bretagna e fu la persona incaricata da Franklin D. Roosvelt di riformare Wall Street dopo il crollo del 1929. Tuttavia, agli inizi della sua carriera, Kennedy Senior fu un contrabbandiere di alcolici durante il Proibizionismo, in combutta con personaggi come Frank Costello, il boss della Famiglia Luciano/Genovese, noto come “Primo Ministro”. In base ad alcune informazioni ottenute in seguito, si venne a sapere che il patriarca coinvolse numerosi malavitosi del Nord per ottenere aiuti in vista delle primarie del 1960 per le elezioni presidenziali del figlio John, soprattutto in West Virginia, stato protestante, e in Illinois, dove Sam Giancana, il boss della Chicago Outfit, riuscì ad indirizzare i voti sufficienti al sindaco Richard J. Daley per garantire a JFK il numero di grandi elettori che gli permisero di vincere. Avere un Presidente amico alla Casa Bianca avrebbe fatto molto comodo ai malavitosi. Questa circostanza sembrerebbe comprovata dalle dichiarazioni di Judith Campbell Exner, una soubrette amante di Giancana, ma allo stesso tempo di JFK stesso, dopo essere stata introdotta da Frank Sinatra, altro personaggio molto legato alla mafia di New York.

Giustizia fuori controllo – Ciò che i Don non seppero prevedere, fu la nomina di Robert Kennedy a capo del Dipartimento di Giustizia. Già assistente del Senatore McLellan durante le audizioni della Commissione senatoriale sul crimine organizzato, si scontrò ben presto con il potentissimo presidente del Sindacato degli Autotrasportatori Jimmy Hoffa, un truce personaggio legato a doppio filo ai capi di Cosa Nostra, con i quali reinvestiva il denaro dei fondi pensione, soprattutto nei casinò di Las Vegas. Dopo aver potenziato la divisione sul crimine organizzato, Bob Kennedy prese di mira un altro personaggio molto pericoloso: Carlos Marcello, il boss della Famiglia di New Orleans. Sfruttando le leggi sull’immigrazione, lo fece estradare in Guatemala, luogo dal quale il padrino riuscì a raggiungere di nuovo New Orleans clandestinamente, giurando vendetta contro i Kennedy, come risultò dalle dichiarazioni di Edward Becker, un faccendiere legato al suo clan, il quale riferì che Marcello disse: “non preoccuparti dei Kennedy, siamo in trattative affinchè qualcuno si prenda cura di loro”. Queste rivelazioni uscirono solo dieci anni dopo i lavori della Commissione Warren, quando l’House Assasination Comittee interrogò Becker, non ritenendolo credibile.

Il mistero delle intercettazioni – durante il suo personale “regno” a capo dell’FBI, J. Edgar Hoover sottovalutò pubblicamente la minaccia della mafia, intesa solo come un insieme di bande non collegate tra loro. In segreto, però, dopo lo scandalo della riunione di Apalachin del 1957, quando furono sorpresi più di 50 padrini durante una riunione, avviò un programma di sorveglianza elettronica tramite le intercettazioni, allora non valide come prove in tribunali e, dunque, illegali. Quando l’FBI prese il comando delle indagini sulla morte del Presidente, Hoover incaricò la divisione impegnata nel contrasto alle rapine, e non quelle designate alle cospirazioni internazionali e alla sicurezza interna. Perché? Forse, se avesse fatto altrimenti, avrebbe dovuto rendere pubblico il servizio di sorveglianza illegale, attraverso il quale vennero intercettati alcuni pezzi da novanta intenti a discutere dei Kennedy. Ad esempio, le parole pronunciate da Stefano Magaddino e da suo figlio Peter, i boss di Buffalo, i quali si sentivano sotto pressione a causa della volontà di sradicarli da parte di Robert Kennedy. Lo stesso riferì ancora Becker, il tirapiedi di Marcello, il quale disse che “Bobby è la coda, John è la testa del cane. Per fermare la minaccia bisogna tagliare la testa”. Non a caso, se fosse stato ucciso Bobby, il timore di Marcello era che il Presidente avrebbe utilizzato qualsiasi forza pur di distruggere la mafia.

La CIA, Cosa Nostra e Cuba – Un altro inquietante scenario, è quello che vede Cosa Nostra assoldata dalla CIA in uno dei 5 complotti orditi tra il 1960 e il 1965 per uccidere Fidel Castro. Santo Trafficante, insieme a molti alti papaveri di New York, aveva forti interessi negli alberghi di lusso e i casinò de l’Havana, quando al potere vi era il dittatore Fulgencio Batista. L’ascesa di Castro distrusse gli interessi di Cosa Nostra sull’isola. Trafficante, quindi, iniziò a prendere contatti con gli esiliati anti-castristi, in vista di un possibile ritorno a Cuba.  Nell’estate del 1960, la CIA incaricò un ex agente dell’FBI con contatti nella malavita, Robert Maheu, di trovare qualcuno interessato ad uccidere Castro. Maheu incaricò di questo John Roselli, un mafioso di Los Angeles, il quale lo mise in contatto con Trafficante e Sam Giancana, i quali coinvolsero anche Carlo Marcello. Ai boss fu affidato un kit di veleni e 150000 dollari per compiere l’impresa. Alla fine non se ne fece nulla, e i soldi sparirono. Trafficante, ascoltato dal Comitato scelto del Senato sullo spionaggio nel 1978, disse di avere vuoti di memoria. Sam Giancana fu ucciso nel 1975, la sera prima di testimoniare davanti il comitato. Colpito da una pistola alla nuca, alla gola ed in bocca, chiari segnali mafiosi contro chi avesse intenzione di parlare. John Roselli scomparve nello stesso anno, due giorni dopo aver testimoniato in segreto davanti al Comitato. Il corpo fu ritrovato privo delle gambe in un barile galleggiante nella Dumfoundling Bay, a nord di Miami.

Un complotto della Mafia? – Tornando a Ragano, la sua storia rivela altri scenari, ancora più torbidi. Fungendo da tramite tra Trafficante, Giancana, Marcello e Hoffa, divenne l’avvocato di quest’ultimo quando Bob Kennedy lo prese di mira. In un incontro del 23 luglio del 1963, Hoffa chiese a Ragano di riferire a Trafficante e Marcello di fare qualcosa contro John Kennedy, in modo tale da fermare il fratello. Ragano ovviamente riportò tutto ai boss, i quali, durante un incontro al Royal Orleans Hotel, si guardarono in modo glaciale, dando l’impressione di prendere sul serio la richiesta. La sera della morte di Kennedy, Hoffa telefonò a Ragano, esultante per l’accaduto. Tre giorni dopo, lo vide di persona nei suoi uffici a Washington, e gli disse di riferire a Marcello e Trafficante che non avrebbe mai dimenticato quanto avevano fatto per lui. Cosa poteva significare, se non un possibile coinvolgimento dei Don? Inoltre, Hoffa fu l’unico a non far abbassare la bandiera a mezz’asta in segno di lutto, come fecero tutti gli uffici governativi in quei giorni.

Cosa c’entrano, dunque, Oswald e Ruby? – Lee Harvey Oswald era un 24enne ex marine, pubblicamente bollato come killer solitario. Eppure, nessuno appurò che era il nipote di Charles “Dutz” Murret, un allibratore della famiglia di Marcello. Oswald fece numerosi viaggi a New Orleans per incontrare lo zio. È probabile che qualcuno lo abbia manovrato al fine di commettere l’omicidio. Jack Ruby, il suo assassino, invece, era il proprietario del Carousel Club di Dallas, un locale appartenente in realtà a Joe Civillo, il luogotenente di Marcello per gli affari in Texas. Possono essere solo coincidenze?

Il 13 marzo 1987, Frank Ragano andò a prendere Don Trafficante nella sua casa di Tampa, per un giro in auto. Il padrino, dopo tanti anni, si lasciò andare ad una considerazione in dialetto siciliano: “ Ammazzare Giovanni forse è stato un errore…dovevamo ammazzare a Roberto, senza fare tutto quel casino”. Ragano non ebbe il coraggio di chiedere altro. Quattro giorni dopo, Santo Trafficante Junior morì sotto i ferri durante un operazione al cuore. James Hoffa sparì nel nulla nel 1975, a quanto pare attirato in un garage di Detroit per un chiarimento, e ucciso da Anthony “Tony Pro” Provenzano, un capodecina con forti interessi nel sindacato degli autotrasportatori. Frank Ragano morì nel sonno nel 1998.

A distanza di 50 anni, tutti questi interrogativi non hanno, e forse non avranno mai, una risposta. Ciò che fa paura, è che tutti questi scenari abbiano, almeno un po’, il suono della verità.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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