Jeremy Clarkson, Top Gear ed il potere (sprecato) del web

11/03/2015 di Andrea Viscardi

Il conduttore di uno dei prodotti più noti della BBC, la serie Top Gear, viene sospeso a causa di un pugno tirato ad un collega. Ma sul web è rivolta: in 24 ore raccolte quasi 300 mila firme.

Jeremy Clarkson

E’ il conduttore inglese probabilmente più famoso del Mondo. Almeno per gli appassionati di auto. Jeremy Clarkson è il volto storico della trasmissione inglese Top Gear, un format ultraventennale simbolo di una generazione di ragazzi, ma non solo, appassionati del mondo dei motori. Una trasmissione che, dopo un periodo di crisi sul finire degli anni ’90, è stata rilanciata proprio da Clarkson, raggiungendo un’audience internazionale: Italia, Germania, Francia, Stati Uniti. 15 milioni di like sulla pagina dedicata. Top Ger è oramai un marchio globale.

Clarkson non è, però, il prototipo di ciò che potremmo definire politically correct. Di lui è famosa, oltre che i video in cui si mette alla guida di ogni tipo di auto, anche e soprattutto la sua irriverenza, che qualcuno ha addirittura indicato come razzismo. Messicani, polacchi, scozzesi, rumeni, camionisti, ciclisti, americani, pensionati. Nessuno sfugge a Clarkson.

Basti pensare a quando definì la Romania come “il paese di Borat, con zingari e playboy russi”, o quando, in riferimento ad un’auto di produzione messicana, affermò: “Le macchine riflettono le caratteristiche nazionali. Una macchina messicana può essere solo lenta, inutile, un’imbranata flautulente con i baffi, appoggiata ad un recinto, appisolata, guardando un cactus con una coperta con un buco nel mezzo come cappotto”. O ancora, quando guidò una Porsche in Argentina con la targa H982 FKL, un chiaro riferimento alla guerra delle Falkland. Insomma, irriverenza allo stato puro, che ha portato Clarkson, negli ultimi anni, ad essere travolto da forti polemiche. Ma è stato un pugno ad un collega produttore a mandarlo K.O.: lui è stato sospeso dalla BBC, lo show cancellato per le prossime due settimane. Poi si vedrà.

Ciò che impressiona, nonostante oramai dovremmo essere abituati, è però il potere immenso dei social e del web, in un mondo globale e globalizzato. Neanche mezza giornata dopo la notizia, è iniziata la rivolta dei fan sparsi per tutto il Mondo. Hashtag #Bringbackclarkson che diviene subito uno dei principali trend di Twitter, e una petizione online che ha superato ogni aspettativa: 250 mila firme in 24 ore, costantemente in aumento. Un messaggio chiaro, che non potrà passare indifferente tra i vertici della televisione inglese.

Un potere, quello del web, con cui sempre più ogni tipo di realtà deve fare i conti. Dai personaggi pubblici ai media, sino ad arrivare alle aziende. Basti pensare come, oramai, vengano spese cifre considerevoli per tentare di arginare, ad esempio, l’espansione di notizie potenzialmente dannose per l’immagine di un marchio o di un prodotto di un’impresa. Una globalizzazione che non lascia indifferente neanche la politica: chi ha saputo utilizzare lo strumento web al meglio, ha visto innanzi a sé la strada spianata. Pensiamo ad Obama, uno dei pionieri della potenza social in America e, più in piccolo, al primo Matteo Renzi.

Certo, resta un punto su cui, ognuno, può dare l’interpretazione che vuole: se i cittadini si muovessero con tale veemenza anche per questioni sociali o rivendicazioni politiche, allora forse potremmo veramente registrare dei cambiamenti nei trend di partecipazione civile alle sorti di un paese. Purtroppo, però, secondo chi scrive, ad oggi resta un’utopia. Esistono gli strumenti, manca la cultura.

Intanto, noi, ci mettiamo in attesa di poter rivedere Clarkson su una Ferrari, magari in Italia, mentre si lascia andare a qualche freddura sulla pizza e la mafia. Perché il politically correct non ci piace. Il problema, anche qui, non è il conduttore, ma il livello di cultura, consapevolezza, e la capacità di dare il giusto peso alle parole da parte chi riceve il messaggio.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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