Jeff Bezos, il Washington Post e il giornalismo nell’era digitale

09/08/2013 di Luca Andrea Palmieri

La scelta del patron di Amazon di acquistare il noto quotidiano americano ha fatto tornare di moda un dibattito importante per gli anni a venire

Jeff Bezos

Uno dei dibattiti più accesi a livello internazionale in questi giorni riguarda il mondo del giornalismo, e in particolare l’acquisizione da parte di Jeff Bezos, fondatore e proprietario di Amazon, del Washington Post.

Un giornale storico – Per capire la portata che ha per gli Stati Uniti questo affare, basti ricordare che si parla del giornale di Carl Bernstein e Bob Woodward: i due giornalisti che, a inizio anni ’70, fecero scoppiare lo scandalo Watergate, che causò l’impeachment dell’allora presidente Richard Nixon. Da quel momento in poi il Washington Post è stato un punto di riferimento per un’intera generazione di giornalisti, tanto sul modo di fare notizia quanto sul come porsi, sempre con il distacco del “controllore esterno”, rispetto ai centri del potere. Inoltre la famiglia proprietaria, i Graham, sono stati a capo della ditta sin dal 1946, quando Philip Graham ne ereditò il controllo da suo suocero Eugene Meyer. Dopo cinquant’anni di mitologia (si parla di una testata che ha dato 47 premi Pulitzer, gli ultimi nel 2008), è arrivato infine uno dei più grandi magnati del nuovo mondo, proprietario del più grande negozio on-line che esista, che ha staccato un assegno da 250 milioni di dollari, dando fine alla dinastia. L’acquisto del Washington Post da parte di Bezos è a titolo strettamente personale: è stato finanziato con fondi propri e, ad oggi, non è previsto alcun legame tra la testata e Amazon.

Il dibattito – Inevitabilmente, come accennato a inizio articolo, si è aperto un dibattito notevole su internet e a livello internazionale, soprattutto nel mondo della stampa. Dibattito che ha avuto un riflesso in Italia, grazie a un post di Lucia Annunziata sul suo blog dell’Huffington Post Italia, che tra l’altro dirige, e che ha incluso alcune firme importanti tra chi si occupa dell’impatto del digitale sul giornalismo. Il  discorso è quello che ormai da anni mette in ansia i giornalisti più classici ed esalta gli amanti del web: possono giornalismo e internet convivere? Può il giornalismo come lo conosciamo rimanere tale nell’epoca di internet? La risposta a questa domanda, con la coscienza di quel che è successo negli ultimi anni, è praticamente scontata: no, il giornalismo delle testate, delle notizie del giorno prima che uscivano il giorno dopo, non ha speranza di rimanere in vita nel contesto attuale. Eppure le posizioni che sono state portate avanti negli ultimi anni hanno coperto tutto l’arco delle possibilità, anche le più estreme: da una dominazione dell’informazione dal basso che avrebbe ucciso qualsiasi forma di opinione alla supremazia, dall’alto, delle grandi firme che fungono da interpretatori del mondo, indipendentemente da tutto ciò che la rete può comportare. Come spesso accade la verità è probabilmente nel mezzo.

Evoluzioni e commistioni – Bezos, quando l’acquisizione è stata annunciata, ha commentato che i giornali cartacei sono necessari, una realtà che non si può certo dimenticare. Allo stesso tempo Donald Graham, che di Bezos è amico (i due si sono anche scambiati consigli importanti sulle proprie rispettive attività), ha dichiarato che, per quanto fosse in grado di permettere la sopravvivenza della testata, la cessione al patron di Amazon permette di sperare in un “futuro di successo”. Inutile dire che è difficile non pensare a un futuro sempre più indirizzato verso la rete. Anche il Washington Post ha un suo importante sito e, come la maggior parte dei principali quotidiani americani, ha impostato un paywall, ovvero una piattaforma di pagamento per accedere ai contenuti digitali. Non è difficile intuire che con Bezos al comando si creerà l’ambiente ideale per lo sviluppo di nuove e più specifiche soluzioni per usufruire dei contenuti redazionali on-line. Nel suo post, Lucia Annunziata definisce la differenza tra il giornalismo di carta e quello su internet in base alla direzione di ricezione delle notizie: dall’alto al basso per i giornali, dal basso all’alto per internet. In ciò, ritiene lei, si può trovare il punto fondamentale del contrasto tra le due mentalità: da un lato contenuti condivisi ad ampio raggio provenienti da testimonianze dirette. Dall’altro chi seleziona la miriade di fatti per trovare quelli più rilevanti ed analizzarli contestualizzandoli nel mondo in cui vediamo. La visione della direttrice dell’Huffington è forse ancora un po’ troppo imperniata sul contrasto tra i due mondi, ma del tutto torto non ha, visto anche il suo riconoscimento dell’autoreferenzialità che certe volte gli “analizzatori” (ovvero le grandi firme) finiscono per avere, a scapito dell’interazione con il lettore. Dall’altro lato chi porta avanti la sua idea di un giornalismo dal basso che travolga totalmente ed elimini il bisogno di un intermediario che aiuti a comprendere le informazioni, sfrutta l’ondata prorompente di possibilità e novità che la rete, anno dopo anno, continua a proporci.

I problemi della nuova informazione –  Ma se la verità fosse nel mezzo? Gli entusiasti di internet amano ripetere che basta avere l’informazione, e che grazie alla conoscenza condivisa la gente è e sarà sempre più in grado di informarsi nella maniera più completa possibile. Quest’affermazione manca di una serie di considerazioni: servirebbe un libro per studiarle bene tutte, ma qui mi limito ad esaminarne molto in breve tre, per comprendere come una figura professionale di riferimento sia necessaria per capire il più possibile di un mondo che ormai ha raggiunto livelli di complessità incomprensibili per il singolo occhio umano. La prima riguarda la presenza delle “minoranze rumorose”. Su Internet in realtà ad essere attivi nella produzione di informazioni è una stretta cerchia di persone, assolutamente non paragonabile a tutti i navigatori che si limitano ad accedere alle informazioni. Le motivazioni di tutto ciò sono semplici: tempo, voglia, competenza nel mezzo. Sono tutti limiti che fanno si che moltissime persone, che pure potrebbero avere moltissimo da dire, non si esprimano. Chi si esprime non è sempre quello che ha più da dire dunque: spesso è chi vuol farsi sentire, ed anche qui le motivazioni sono varie, e non sempre giuste. Su questa base il secondo punto è intuitivo: torna ad essere il fattore tempo. Ci arrivano una quantità di informazioni praticamente illimitata ogni giorno, di qualsiasi genere ed in qualsiasi forma. Farne una selezione è un impegno comunque gravoso, e lo diventa sempre di più quanto più si vuole avere un quadro più chiaro possibile di come funziona il nostro contesto sociale. E’ logico che non tutti avranno la voglia o la possibilità di analizzare ogni singola informazione, valutarne il grado di interesse, assorbirla, inserirla nel proprio contesto mentale, paragonarla ad altre informazioni simili, magari completarla delle parti mancanti e dunque formarsi un’opinione completa. E tutto ciò andrebbe applicato a centinaia di informazioni al giorno. Il terzo punto riguarda gli inevitabili limiti che ognuno di noi ha. Dire che dall’informazione di base si può arrivare ad un’opinione completa e ineluttabile su di un argomento significa considerarci alla stregua di perfette intelligenze artificiali. Nessuno sarà esperto di ogni singolo argomento, e ci sono temi dove coesistono scuole di pensiero totalmente diverse. Se io che sono laureando in Scienze Politiche mi affaccio a un’informazione economica prettamente tecnica, per quanto abbia anche dato i miei esami sull’argomento, è logico che non potrò saperne abbastanza da farmi un’idea precisa al 100%. Ci sarà qualcuno che ne saprà più di me e che sarà in grado di interpretare meglio l’informazione.

Che ruolo per il giornalismo? – E’ per questi ed altri motivi che, nell’aspro dibattito tra giornalismo classico e digitale, bisognerebbe ragionare di meno sul cambiamento in sé: quello c’è, ed è inevitabile (e molti giornalisti dovrebbero imparare ad accettarlo). Bisognerebbe concentrarsi di più sull’obiettivo del giornalismo: cosa si vuole che faccia? Bisogna rendersi conto che serve qualcuno che sia in grado di rendere più digeribili le informazioni, le sappia selezionare, sappia comprenderne l’importanza nell’evoluzione del contesto sociale. Allo stesso tempo, questo qualcuno dovrà essere in grado di interagire coi lettori, sfruttarne i feedback, rimanere alla loro stessa “altezza”, rinunciando a vetusti discorsi di status. allora capiremo che siamo di fronte a una professione sempre in evoluzione, con le proprie specializzazioni, che richiede un carico di competenze notevole. Il digitale è un’opportunità, la possibilità del continuo feedback con il lettore ne rende sicuramente i confini più sfumati, ma fa anche si che le possibilità e la sua necessità si rafforzi sempre più. Se il Washington Post di Bezos riuscirà a portare questo discorso (che già molte testate comunque stanno esplorando) ad un nuovo livello, solo il tempo sarà in grado di dirlo.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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