Jacques Le Goff, in memoriam

02/04/2014 di Davide Del Gusto

Jacques Le Goff

Dopo una lunga malattia, Jacques Le Goff si è spento quest’oggi [ieri per chi legge] a Parigi, nel suo castello di carte, tra migliaia di libri e gli oggetti etnici che tanto amava raccogliere. Aveva da poco compiuto novant’anni e dato alle stampe il suo ultimo lavoro, dal titolo assai evocativo: Faut-il vraiment découper l’histoire en tranches?

Dedicatosi sin da giovane allo studio approfondito e attento della storia e della sociologia nell’età medievale, intraprese una lunga e brillante carriera accademica, culminata nel 1972 con l’incarico di direzione dell’École pratique des hautes études. Era considerato il più importante, influente e celebrato medievista vivente, nonché l’ultimo grande esponente della scuola delle Annales, la rivista fondata nel 1929 da Marc Bloch e Lucien Febvre, sulle cui pagine avevano sfilato le firme dei più importanti storici francesi del XX secolo; in quest’ambiente il giovane Le Goff ebbe modo di legarsi a quello che sarebbe diventato il suo maestro, Fernand Braudel: da lui ereditò l’idea che «la storia si comprende solo nella lunga durata e partendo dall’assunto che essa è un incessante processo di mutazione. Così dal Medioevo […] la società europea è enormemente cambiata. La gente però ha l’abitudine di parlare e di giudicare il periodo medievale secondo le nostre concezioni contemporanee. Lo storico, invece, deve farsi antropologo, ovvero qualcuno che cerca di mettersi nella pelle e nel pensiero dell’altro. […] Tuttavia, se siamo storici e non puri antropologi, abbiamo il dovere di ristabilire nel nostro pensiero, nei nostri lavori, nella nostra comprensione del Medioevo alcuni elementi essenziali: il cambiamento, il tempo e la durata». Inoltre, fece sua la concezione tipica della tradizione storiografica francese secondo cui vige un legame osmotico tra le discipline storiche e quelle geografiche: spazio, territorio, frontiere, uomo sono le parole chiave della “geostoria” braudeliana.

Jacques Le Goff, in ricordoStorico raffinato, colto divulgatore e scrittore infaticabile e prolifico, Le Goff è stato lo studioso che maggiormente si è dato da fare per strappare via il Medioevo dal buco nero del pregiudizio storiografico che, alimentato da secolari luoghi comuni, aveva gravato su di esso: un’opera di “umanizzazione” dei suoi protagonisti, volta ad avvicinare il lettore a un mondo costituito da mercanti, intellettuali, persone comuni che ponevano alla base del loro vissuto quotidiano un senso di meraviglia ormai perduto.

Inoltre, non si rassegnò mai a riaprire in più occasioni il dibattito su alcuni temi “caldi”: ad esempio, alla sua negazione convinta (e ampiamente motivata) di un Carlo Magno “padre d’Europa”, preferiva contrapporre la teoria della nascita della stessa società europea dai fruttiferi semi gettati nel corso della lunga stagione medievale. Rimangono poi celebri due suoi personalissimi pensieri: la considerazione, ironica e provocatoria, secondo cui l’unico guadagno che l’Occidente abbia effettivamente ottenuto dalle crociate sia stata l’importazione dell’albicocca e, soprattutto, la sua concezione di un lungo Medioevo, che non sarebbe tramontato nel XV secolo, come vorrebbero le periodizzazioni classiche, ma che si sarebbe prolungato sino alla Rivoluzione Industriale per l’Inghilterra e alla Révolution per la Francia. Comunque, al di là di quest’analisi senza dubbio originale e per certi aspetti estrema, il fil rouge che si rileva in tutta la sua ricerca storiografica, e che fu proprio dei suoi maestri, è comunque un concetto basilare per il mestiere dello storico: la continuità.

Ritengo allora non ci sia modo migliore per rendergli omaggio che con una sua citazione, sintesi del suo pensiero e del senso della sua missione, che lascia in eredità morale e professionale non solo ai medievisti ma ad ogni storico:

«Se la storia ha conosciuto alcuni grandi sconvolgimenti, come ad esempio la caduta dell’Impero romano, che del resto è stata un lungo processo, o la Rivoluzione francese, che è stata un’eruzione più violenta, essa è però segnata essenzialmente dalla continuità. La storia è memoria. Una memoria che gli storici si sforzano, attraverso lo studio dei documenti, di rendere oggettiva, la più veritiera possibile: ma è pur sempre memoria. […] I più importanti avvenimenti della storia sono quelli che durano, che maturano, quelli che formano l’humus della nostra esistenza collettiva, come l’humus permette di coltivare e far fruttificare un terreno».

Au revoir, Jacques.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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