Jack “the dripper” Pollock: quando l’inconscio irrompe sulla realtà

30/01/2015 di Laura Caschera

"Quello che doveva andare sulla tela non era un'immagine, ma un evento. Il grande momento arrivò quando fu deciso di dipingere 'solo per dipingere'. I gesti sulla tela erano gesti di liberazione dal valore - politico, estetico, morale." (Harold Rosemberg)

Jackson Pollock

Esattamente 105 anni fa, il 28 gennaio del 1912, nasceva l’artista americano Jackson Pollock, soprannominato dalla rivista “TIME” “Jack the dripper”, per il suo singolare modo di dipingere. Nato nel Wyoming da padre agricoltore, visse nella sua infanzia tra l’Arizona e la California, raggiungendo nel 1929 suo fratello Charles a New York, dove entrambi furono allievi del pittore Thomas Hart Benton, alla Art Students League. Anno cruciale per quella che diverrà poi la tematica centrale dell’artista è il 1945, quando sposò la pittrice statunitense Lee Krasner. I due si trasferirono a Springs, Long Island, dove vissero nella famosa e caratteristica casa di legno, detta Pollock- Krasner house, per la quale l’anticipo venne pagato da Peggy Guggenheim, una delle prime nel mondo dell’arte a capire le potenzialità del giovane artista.

Annessa alla casa si trovava un fienile, che Pollock trasformò nel suo laboratorio, dove era libero di sperimentare i suoi continui interventi sul colore e sulla tela. Proprio qui il pittore inziò a lavorare alla tecnica che lo rese poi famoso in tutto il mondo, ovvero il “dripping”, o “sgocciolatura”, se vogliamo dirla “all’italiana”. Nel suo studio di Springs, Pollock cominciò a dipingere stendendo le tele sul pavimento, prendendo il colore e facendolo letteralmente colare sulla tela, aiutandosi, nella realizzazione dell’opera, con alcuni strumenti non proprio classici del comune modo di dipingere, ovvero pennelli induriti, bastoncini e persino siringhe da cucina. Sarà proprio questo modo non convenzionale di concepire l’arte a porre le basi del movimento dell’”action painting”, diffusosi tra gli anni quaranta e gli anni sessanta.

Number 32
Number 32, 1950;

Ma non fu solo il dripping a renderlo distante dalle tradizioni, anche il suo “modus operandi” era davvero fuori dal comune ed inusuale. Un artista, fino a quel momento, per quanto controcorrente e asistematico, utilizzava pur sempre la sua mano per raggiungere il risultato sperato. Jackson Pollock invece no, si distaccò totalmente dalle arti figurative non solo tramite l’abbandono del pennello e del cavalletto, ma soprattutto perché amava dipingere con tutto il suo corpo. Proprio lui stesso arrivava ad affermare “sul pavimento sono più a mio agio. Mi sento più vicino, più parte del dipinto”. Questo nuovo stile, questo nuovo modo di concepire la pittura, nacque nell’artista negli anni ’40, quando aveva assistito ad alcune dimostrazioni di “sand painting”, ovvero di pittura con la sabbia, da parte di nativi americani. Se è vero che i modi di operare sono molto simili, non dobbiamo dimenticare che, mentre i nativi americani prendono le loro immagini dal “mondo degli spiriti”, Pollock invece trae le proprie direttamente dall’inconscio. Ciò che accomuna entrambi è il sentirsi parte del dipinto.

Number 5, 1948.
Number 5, 1948.

Sebbene centrale nel suo lavoro sia l’influenza nativo americana, non possono nemmeno dimenticarsi gli influssi che ebbero su di lui i muralisti messicani ed i surrealisti. Proprio personalità come Dalì e Breton affascinarono nel profondo l’anima del pittore, a causa del carattere liberatorio delle loro opere e per la sperimentazione che traevano dal loro modo di concepire l’arte. Una delle prime opere dell’artista “Male and Female”, del 1942, dimostra tutti i punti di contatto con le sue prime “avventure” artistiche. Non siamo ancora nel momento del dripping, ma troviamo invece un Pollock affascinato da forme quasi arcaiche, confuse tra loro e non facilmente distinguibili, grandi occhi rossi che catturano l’osservatore nella prima parte del quadro. E’ senza dubbio evidente lo studio dell’inconscio che tanto era caro all’artista, estremamente visibile anche dall’uso del colore che viene fatto e dalla chiara ma fremente disorganizzazione del piano.

Male and Female, 1942;
Male and Female, 1942;

Lo stile presente nelle prime opere viene abbandonato poi successivamente dall’artista, che, dal 1945 in poi, si dedica esclusivamente alla moderna tecnica del dripping. Cominciò appunto a dipingere a terra, in piedi, gettando manciate di colore sulla tela ancora da plasmare e aspettando il momento in cui dall’opera cominciassero a scendere e colare “lacrime” colorate. Anno più proficuo per la produzione artistica fu senza dubbio il 1950, quando furono dipinte opere del calibro di “Number 31”, interamente realizzata con il colore nero. Fu proprio in quegli anni che il fotografo Hans Namuth immortalò le particolari danze che Pollock faceva intorno alla tela, contribuendo così alla sua consacrazione come padre e cultore dell’action painting e di tutto il nuovo e più moderno astrattismo. Lo spazio, in composizioni come “Number 31” e “Number 32”, non presenta né centro né periferia, l’immagine non ha una fine, si estende idealmente lungo tutti i punti del dipinto e suggerisce una sua continuazione oltre i bordi. Anche qui vi è una continua rappresentazione dell’inconscio, che arriva a lambire la realtà esteriore per sistemarsi sulla tela, come dichiarazione di uno stato d’animo, ma anche quale ambito di azione per pulsioni e forze violente.

Nel momento in cui dipingeva, per Pollock non esisteva altro che il quadro che era davanti a lui, ogni segnale proveniente dall’esterno non poteva in alcun modo disturbare la realizzazione della sua opera, così votata all’incoscio da poter rappresentare, alla fine, la realtà. Ma proprio mentre veniva consacrato dai giornali e dai critici come “il maggior pittore americano vivente”, quello che era stato il suo demone per tutta la vita, l’alcool, prese il sopravvento su di lui. Perse la vita in un incidente stradale, a poco più di 40 anni, lasciando dietro di sé una svavillante carriera artistica, alla quale vennero stroncate le ali prima del crepuscolo. Ma, come spesso accade, dopo la morte l’arte vende almeno il doppio, e così il dipinto “Number 5” (1948) nel 2006 venne venduto a circa 140.000.000 dollari, classificandosi, almeno fino al 2012, come l’opera più costosa di sempre.

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Laura Caschera

Nasce a Roma nel 1990. Si diploma al Liceo Classico “Luciano Manara” e nel 2014 si laurea in Giurisprudenza presso la facoltà “Roma Tre”. Coltiva da tempo la passione per l'arte, la musica e lo spettacolo. Ha frequentato la scuola romana di teatro “Teatro Azione”
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